cerca

Luigi Valadier, quando Roma incantava il mondo

Fino al 2 febbraio, alla Galleria Borghese di Roma, la mostra dedicata del disegnatore, designer, orafo, argentiere e scultore in bronzo, i cui oggetti erano segni distintivi delle dimore di chi contava davvero nel 1700

3 Novembre 2019 alle 06:00

Roma. Vi diamo subito un consiglio: fate una passeggiata a Villa Borghese - ogni momento della giornata va bene - e dirigetevi nella splendida Galleria al centro del parco. Dopo la scalinata, all’ingresso, troverete due monumentali lampade che Luigi Valadier (1726-1785) realizzò per il Santuario di Santiago di Compostela. Partirono dalla sua officina in via del Babuino nel 1764 senza mai farvi ritorno, almeno fino a oggi che sono esposte a una distanza molto ravvicinata rispetto alla loro posizione ordinaria nella mostra Valadier: splendore nella Roma del Settecento, in programma fino al 2 febbraio. Quelli e molti altri pezzi preziosi presenti anche all’interno del palazzo, testimoniano che tutto ciò che faceva quel disegnatore di talento, anche designer, orafo, argentiere e scultore in bronzo, diventava l'oggetto del desiderio in una Roma dove, a differenza di oggi, c’era il gusto, la ricchezza e l'opulenza, tutti segni distintivi delle dimore di chi contava davvero: aristocratici, nobildonne, sovrani di paesi lontani e, ovviamente, i Papi.

 

Questa mostra è un vero e proprio viaggio in quel mondo attraverso 87 opere esposte, non certo a caso, in uno dei posti più amati e visitati della città, visto il forte legame che Valadier (a cominciare da Giuseppe, papà di Luigi, noto architetto) aveva con il principe Marcantonio Borghese che lo coinvolse nel progetto di riconfigurazione della villa, affidato all’architetto Antonio Asprucci. Un percorso espositivo importante, un omaggio a quell’artista stimato da molti, pagato da pochi (si suicidò proprio per problemi economici gettandosi nel Tevere) che già lo scorso anno, la sofisticata e mai banale Frick Collection – la casa/museo del magnate dell’acciaio Henry Frick sulla Quinta Strada con vista su Central Park – aveva omaggiato con una mostra in cui, tra le altre cose, veniva evidenziata la sua grande bravura anche nell’usare pietre preziose, smalto, legno e vetro per creare opere uniche per i suoi nobili e facoltosi clienti. Le troverete esposte nelle sale della Galleria Borghese assieme a disegni, sculture sacre, arredi liturgici, argenti, bronzi, centrotavola, metalli dorati con marmi e pietre dure provenienti da istituzioni internazionali e da collezioni private poi raccolte da Anna Coliva, direttrice del museo e curatrice della mostra.

 

Per l'occasione è stato restaurato anche il bronzo del San Giovanni Battista dal Battistero San Giovanni in Fonte al Laterano, una rarità visto che per la prima volta viene esposto al di fuori della sua nicchia e visibile nelle sue parti usualmente nascoste. Troverete anche candelabri, coppie di tazze, vasi, posate e centrotavola, come quello di Caterina II di Russia. C’è persino una “cantinetta” che altro non è che un cofano per bottiglie in argento dorato con lo stemma del cardinale Enrico Benedetto Stuart, duca di York. Non mancano opere sacre, ad esempio il servizio per la messa pontificale del Cardinal Orsini da Muro Lucano, le statue di santi dall'altare della cattedrale di Monreale e riproduzioni di statue antiche che arrivano direttamente dal Louvre. In un disegno in inchiostro nero, acquerello grigio, bruno e rosa si può ammirare il vassoio che fu realizzato in argento cesellato proprio per i Borghese intorno al 1783. Imperdibile, sempre nella prima sala dopo l’ingresso, l’Erma di Bacco, bronzo parzialmente dorato, alabastro a rose, bianco e nero di Aquitania di proprietà della Galleria come a coppia di Tavoli dodecagonali e – proseguendo nelle sale – la Venere Callipigia, un bronzo che riproduce un marmo del I secolo a.C. rinvenuto presso la Domus Aurea, una copia della Venere “dalle belle natiche” che Valadier eseguì per Madame du Barry. Altro pezzo forte, l’Artemide Efesia in alabastro giallo, già appartenente alla collezione Farnese, ma poi trasportata a Napoli nel 1786  per formare il nucleo di antichità del real Museo Borbonico. Nel frattempo, resterete incantanti dai “protagonisti” assoluti e onnipresenti del museo: Il Ratto di Proserpina del Bernini come Apollo e Dafne, Enea, Anchise e Ascanio e il David oltre, ovviamente, la Paolina Borghese del Canova che vi osserveranno ipnotizzandovi con la loro bellezza. Guardando tutto questo snodarsi “dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande”, come ha spiegato la Coliva, ripercorrete la costruzione e l’evoluzione di uno stile che ha dominato l’Europa e ha fatto di Roma il centro del mondo. E vi chiederete dove sia finito e perché non c’è ancora.

Giuseppe Fantasia

È nato a L’Aquila, ma vive a Roma, ha una laurea in Legge, ma ha scelto di fare il giornalista. Scrive per l'HuffPost Italia, Marie Claire ed Elle Decor. Su Il Foglio si occupa delle pagine culturali, scrive di libri, arte e spettacolo e ogni giovedì c'è "Odo Romani far Festa", la sua rubrica da cui viene fuori tutto il meglio (e il peggio) delle feste della Capitale e non solo. GiFantasia su Twitter, @gifantasia, su Instagram

Più Visti

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi