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Walt Whitman ci invita a prenderci cura del nostro corpo

Non si può capire il machismo americano senza ricordare i trattati salutistici e le lezioni malinconiche del poeta americano

11 Agosto 2019 alle 06:02

 Walt Whitman ci invita a prenderci cura del nostro corpo

Foto Flickr

Non si scherza con Walt Whitman, il più fluviale, sconfinato, patriottico e democratico poeta americano, l’Omero degli Stati Uniti. Non si scherza perché fra le molte doti umane che aveva (anzitutto onestà, sincerità, generosità), Whitman non brilla molto per umorismo. Il culto religioso della libertà, della fiducia in se stessi e della ricerca di sé nell’incontro con gli altri, non prevede l’ironia e il gusto per lo scherzo, attitudini utili a ricordare l’esistenza dei nostri umani limiti. Voce e vate di un paese di emigrati assetati di grandi spazi nei quali liberare le proprie energie pratiche e morali, nonché il proprio istinto di conquista (l’epopea del West), l’illimitato Whitman, più che i limiti, apprezza il superamento dei limiti.

 

E’ per questo che nel 1858, tra settembre e dicembre, settimanalmente e sotto pseudonimo, Whitman scrisse per il New York Atlas una serie di articoli su come educare il maschio americano alla cura del proprio corpo, preparandolo così ad affrontare la lotta per la vita nonché per renderlo socievole e felice: “Che siate poveri o benestanti, lavoratori o disoccupati, che siate all’alba o al tramonto dell’esistenza, se il vostro sguardo è stato attratto dal titolo di questa rubrica, della quale ci auguriamo diverrete lettori fedeli, è perché nulla vi sta maggiormente a cuore, nulla vi tocca più nel profondo dell’argomento che ci apprestiamo a trattare in questo e nei prossimi articoli, tutti intenti a fornire consigli pratici e, confidiamo, efficaci per ottenere una sana e robusta costituzionevirile (…) Non trovate anche voi che l’espressione abbia un suo fascino, una sua forza magnetica?”.

 

Beh, quando notiamo per l’ennesima volta che il tono virile della società americana ha sempre qualcosa di muscolare, atletico, competitivo, sano e schietto, “agile, aitante, vigoroso”, sappiamo a chi pensare: proprio a Whitman, il maggiore e più tipico dei suoi poeti, l’autore di Leaves of Grass (1855), opera cardine della poesia occidentale moderna: il suo lato sano e socialmente ecumenico, mentre il suo coetaneo parigino Charles Baudelaire, con Les Fleurs du Mal (1857), ne rappresenta il lato morboso e drogato, misantropico e malinconico.

 

L’uomo americano, secondo Whitman, per sottrarsi alla malinconia deve essere sempre in allenamento fisico, perché il corpo viene prima dell’anima e senza un corpo in salute l’uomo non è né capace né bello. Molto sensibile alla bellezza virile, Whitman si richiama al felice popolo della Grecia antica e alle sue Olimpiadi nelle quali, comunque, succedeva che a forza di virilità negli scontri di pugilato a sopravvivere fosse solo il vincitore, mentre lo sconfitto moriva ucciso dai pugni.

 

Gli articoli di Whitman, dopo essere stati ritrovati e pubblicati in volume dallo studioso Zachary Turpin, appaiono ora per Elliot con il titolo Sport per uomini. Consigli salutari per una sana e robusta costituzione (154 pp., 16,50 euro). Nella sua introduzione, Turpin ci dice che l’anno in cui scrisse questi articoli fu per l’autore un anno di crisi. Le sue poesie uscite tre anni prima erano state ignorate e perfino schernite. Whitman si trovava ad avere dubbi sulla propria identità sia sociale che sessuale e sentiva il bisogno di iniziare una nuova vita mettendosi alla prova.

 

Ecco dunque la salute, l’allenamento e la pratica di quel “perfezionamento di sé”, scrive Turpin “che è sempre stato uno dei tratti distintivi dello spirito americano”. Benché Whitman faccia sul serio, a volte emerge nel suo trattatello salutistico l’umorismo involontario di chi idealizza e proclama i suoi scopi virtuosi con un entusiasmo caricaturale.

 

Ecco come viene descritto l’uomo americano ideale: “Sguardo vivo, incarnato luminoso e abbronzato (caratteristica, quest’ultima, auspicabile ma non necessaria), postura eretta, passo spedito, alito fresco, voce squillante e temperamento poco o per nulla irritabile, sono tutti segni di un ottimo stato di salute e di un’invidiabile forma fisica nel genere maschile”. A cui si devono aggiungere “la cordialità, la capacità di farsi benvolere in compagnia e la partecipazione alle gioie divine dell’amicizia”. In tutte queste qualità, il popolo sembra più dotato delle classi agiate e degli intellettuali sedentari: infatti “vivere di solo studio”, trascurando la cura del corpo, ha conseguenze nefaste “sulla condizione generale dell’individuo”. Insomma, qualsiasi cosa abbiano pensato, prima e dopo Whitman, la maggior parte degli scrittori americani votati all’alcolismo e alle droghe (da Edgard Poe a Fitzgerald e Hemingway fino a Kerouac e Ginsberg) una mente sana è possibile solo in un corpo sano. Perciò: dieta sobria e naturale (molte bistecche di manzo senza condimenti), andare a dormire alle dieci e alzarsi dopo sei o sette ore, fare lunghe camminate a passo svelto, bagni veloci strofinandosi con un guanto di crine e acqua fredda; fare esercizi per braccia, gambe, mani, addome, schiena, spalle e fianchi; evitare i grassi, niente bagordi, essere estroversi, fiduciosi e coraggiosi, impiegare tutte le proprie risorse energetiche. Gli americani, secondo Whitman, erano troppo malati di cattiva digestione, reumatismi e attacchi di bile a causa dei “ritmi di vita frenetici” e di una “vita troppo concitata”. Era questo il “flagello che si è abbattuto sul Nuovo Mondo”.

 

L’altro giorno, dopo anni, ho attraversato Villa Pamphilj. Era piena di uomini e donne che si allenavano con serietà, correvano, facevano flessioni per il torace, le braccia, le gambe e l’addome. Alle bellezze della villa, neppure uno sguardo. Siamo tutti americani? Nel corpo, forse. Nella mente molto meno. L’allenamento mentale è in netto declino, nelle scuole, nella società, nella politica. Quanto a umanistico “perfezionamento di sé”, mi sembra che le donne superino di molto gli uomini, che ormai dovrebbero sottoporsi a un training di “esercizi spirituali”. Non è la cosa che più ci manca?

Alfonso Berardinelli

Roma 1943. Critico letterario e saggista, si è dimesso dall’insegnamento universitario nel 1995, lavora oggi fra editoria e giornalismo, dirige la Scheiwiller Prosa e Poesia. Fra i suoi libri: “L’esteta e il politico: sulla nuova e piccola borghesia” (1986), “L’eroe che pensa: disavventure dell’impegno” (1997), “Autoritratto italiano” (1998), “Stili dell’estremismo” (2001), “La forma del saggio” (2002), “Che noia la poesia” (2006, con H. M. Enzensberger), “Casi critici: dal postmoderno alla mutazione” (2007), “Poesia non poesia” (2008).

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