Grazie per la Gioconda

Maurizio Crippa

La visita di Mattarella in Francia per Leonardo e la distensione con Parigi attraverso la cultura

Varesotto déraciné e sovranista ante litteram, Vincenzo Peruggia non somigliava affatto, né avrebbe potuto, a quell’italiano di garbo e colto che ieri assieme a Emmanuel Macron ha deposto fiori bianchi sopra una lapide nuda incastonata in un pavimento di pietra: la tomba di Leonardo da Vinci nella cappella di Saint-Hubert, nel parco che tiene abbracciati il maniero di Clos Lucé, ultima dimora terrena del Genio, e il castello di Amboise, dove abitava il suo re mecenate e amico, seppur francese, Francesco I. Vincenzo Peruggia invece era un imbianchino o uomo di fatica emigrato in Francia – niente di male in questo, a patto di non considerare, all’inverso, Leonardo come un “cervello in fuga”: era un uomo di mondo, adorava viaggiare. Peruggia era capitato inopinatamente al Louvre, nel 1911, per lavoretti di manutenzione. Non s’ammalò della sindrome di Stendhal, malattia riservata ai francesi quando vengono in Italia, ma di una più greve sindrome da revanche, ed escogitò il furto con destrezza della Gioconda. Per riconsegnarla all’Italia, vendetta nazionalista per i furti di Napoleone, disse poi. Per venderla agli Uffizi per un po’ di quattrini, sembra invece. Infatti, passati due anni, la Monna Lisa fu recuperata a Firenze e il vendicatore dell’arte italiana fu arrestato dai carabinieri, tale e quale a Pinocchio. Ma poiché le mitologie di grana grossa sono le più leste a radicarsi, l’incauto Peruggia è divenuto, nella zucca di qualcuno, quasi un eroe archetipo dell’orgoglio artistico da salvare, un idolo inconscio a metà strada tra Giorgia Meloni e Marco Materazzi, l’ultimo italiano in grado di rubare, anni fa, qualcosa ai francesi. Il ladro della Gioconda, in fondo, è anche l’inconsapevole antesignano del misogallismo da operetta che oggi va per la maggiore (se nessuno vuole andare a Lione, figuratevi sulla Loira) ma che fa danni concreti, e anche grossi.

    

E’ toccato a Sergio Mattarella metterci una pezza. Nel cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo è andato a Parigi, unico uomo politico italiano (o quasi) con il quale Macron abbia piacere di incontrarsi. Ha reso omaggio a Notre-Dame, poi via ad Amboise, e poi di corsa, lui con la figlia Laura e Macron con Brigitte, al castello di Chambord, che sprizza Rinascimento e suggestioni leonardesche. Ed è quasi paradossale che l’abbraccio tra Italia e Francia (“Se abbiamo fatto la pace tra Italia e Francia? Non ce n’è bisogno”, ha detto lui, che è molto diplomatico) sia stato sancito nel nome dell’artista più conteso, almeno da parte di quelli che di Leonardo conoscono soprattutto il “Codice da Vinci”.

     

Ma c’è qualcosa di deprimente, e molto italiota. Furto a parte, la restituzione della Gioconda è una delle bufale popolari e, oggi, sovraniste più ricorrenti, e vai a spiegargli che Leonardo l’aveva portata con sé legittimamente in Francia, quella tela, e lì l’aveva venduta, o donata, al suo amico re. Così come s’era portato, assieme ad altre cose, Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino, il quadro che fece quasi impazzire Freud e che oggi risiede, anche questo, al Louvre. Poi c’è la sindrome da pene piccolo (o da invidia del pene culturale) che attanaglia tanti dei nostri addetti politico-culturali. Che masticano amaro perché la più grande mostra leonardesca del 2019 la farà Parigi, a settembre. Basterebbe sapere che al Louvre ci sono ben sei Leonardo, più una attribuzione, e invece agli Uffizi soltanto tre. 

         

Invece la viceministro leghista ai Beni culturali, Lucia Borgonzoni, aveva tuonato: “Leonardo è italiano e in Francia ci è solo morto”, per poi bloccare i prestiti italiani in vista della mostra, che il precedente governo aveva quasi concluso. “Non è Leonardò, ma Leonardo, e dare al Louvre tutti quei quadri significa mettere l’Italia ai margini di un grande evento. I francesi non possono avere tutto”. Fesserie da far sembrare un colpo di eleganza pure la testata di Zidane. Invece di riflettere che Franceschini aveva dato un ok sensato: ci sarebbe stato senza dubbio un premier italiano al Louvre, a concelebrare un Genio in comproprietà. E in cambio, pare, stesse trattando per farsi restituire (quella sì) la Maestà di Cimabue. Ma il sovranismo culturale è l’ultimo rifugio delle patacche. E’ non riuscire a capire che il problema non è che “Leonardò” sia italiano, ma che è invece la Francia, attraverso di lui e infiniti altri artisti (andate a vedervi la Galleria di Francesco I realizzata, per il re che amava l’Italia, da Rosso Fiorentino a Fointainebleau) a essere diventata italiana, cioè europea.

  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"