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Ora in Francia si può dire "la generalessa"

Non è zelo femminista ma diligenza linguistica, lo ha sancito l’Académie Française

30 Marzo 2019 alle 06:12

Ora in Francia si può dire "la generalessa"

Foto LaPresse

Sulla Tav l’accordo c’è: la Crusca e la cosiddetta società civile praticano e istituzionalizzano l’uso di entrambe le forme; insomma, il Tav o la Tav, dite quel che volete, maschile o femminile fa lo stesso. In un certo senso (quello dell’umorismo, non guasta in un’epoca di permalosità perpetua), trattasi di una bella vittoria gender-neutral tutta italiana e – incredibile a dirsi in una fase politica come l’attuale, così gioiosamente ippica – nessuno che la cavalchi. Sarà che a proposito dell’incrocio tra questioni linguistiche e necessità di tenere il passo dei cambiamenti non si è ancora capito se alla fine trotterà più veloce il ronzino delle buone intenzioni o il purosangue dei risultati, se non altro in questo caso (e alla faccia della dicotomia élite/popolo ormai applicata a qualunque aspetto della vita e della morte), mentre nella bieca realtà infuriano parapiglia e governi periclitanti, la Giurisdizione e la Prassi, la Cattedra e il Bar, a sorpresa concordano. Un mondo perfetto? No, l’affaire gender-neutral è intricato e in suo nome si scrivono lettere che infiammano le frontiere della lingua percepita, le controversie furoreggiano ovunque, grandi sparatorie anche in rete e rigoglio di forum in cui denunciare usi sessisti e discriminatori.

     

Intanto i quaranta Immortali in divisa dell’Académie Française hanno sancito che è spirata l’epoca del maschile, e che è legittimo declinare al femminile le professioni: ministra, rettora, pompiera. Del resto esistono sempre più ministri, rettori e pompieri donne, perché negar loro rappresentanza ortografica e grammaticale? “Non esistono ostacoli di principio” – recita il testo – “e tutte le trasformazioni mirate a rispecchiare nella lingua il ruolo riconosciuto alle donne nella società possono essere prese in considerazione.” Il documento aggiunge che non stilerà una lista di femminili perché “il compito sarebbe insormontabile” e che non si produrranno regole specifiche.

   

In Germania non esiste un’istituzione di portata normativa paragonabile a quella dell’Académie, ma di recente è nata una controversia a causa di una lettera firmata da settanta personalità e diffusa con l’aiuto della “Verein deutsche sprache”, istituzione con sede a Dortmund che si occupa di sostenere, diffondere e promuovere l’uso della lingua tedesca. La lettera è stata la reazione a una decisione della città di Hannover, che ha stabilito di adottare l’asterisco-gender nei suoi documenti ufficiali, codificando una prassi in uso dal 2003. I firmatari sostengono che l’asterisco sia il primo di una serie di errori che produrranno l’unico effetto di generare serpentine espressive, ircocervi grammaticali, bizantinismi mortiferi. “Non stiamo riscrivendo il dizionario,” ha chiarito la portavoce del comune Annika Schach, “né decidendo cosa è corretto e cosa no. È solo una questione di forma.” Già, una questione di forma. Ma perché solo? La lingua non è mai solamente la lingua, è la nostra fotografia, la misura della nostra resistenza alla norma e al cambiamento, e sempre più spesso la manica di giacchetta che tiriamo a seconda di ciò che pretendiamo dai nostri sistemi espressivi.

    

“Usare un linguaggio inclusivo aiuta a ridurre stereotipi e a promuovere cambiamento sociale. Il gender-neutral è più di una questione di correttezza politica: il potere del linguaggio riflette e influenza attitudini, comportamenti e percezioni.” Il testo emesso dal Parlamento europeo l’anno scorso a dieci anni di distanza dal primo – e che contiene le linee guida in merito – è un saggio di ottimismo magico sul rapporto tra parole e realtà. Archivia d’imperio David Hume e la teoria della fallacia naturalistica (da come le cose stanno non si può dedurre come dovrebbero stare né fare previsioni sul futuro) e in nome della lotta alla discriminazione per cui bisogna “evitare scelte di parole attraverso le quali si ritenga che un sesso o un genere sociale sia la norma”, ci cala un pacchetto di norme. Ma non è questo a destare perplessità, lo è il metodo. Perché un conto è canonizzare linguisticamente i cambiamenti in atto nella società (l’hanno fatto la Crusca e l’Académie, giusto), altro è confidare che un uso più normato della lingua o un asterisco sopperiscano alle lacune della realtà – il che non arriva a essere un male, ma nemmeno a produrre un bene auspicato un po’ superstiziosamente.

     

Forse l’unico principio cui attenersi per non generare mostri che si ritorcano contro chi si vorrebbe tutelare è quello che regola ogni lingua: l’economia. Già anni fa il linguista Luca Serianni segnalava il rischio di paralisi comunicativa immaginando le ricadute giuridiche di una riscrittura del codice che, in caso di sviste nella rinuncia al maschile neutro a vantaggio dello sdoppiamento dei generi, arriverebbe a compromettere paradossalmente il beneficio del diritto per le donne. E se ci si mettesse in testa di riscrivere un testo – esemplare nel riconoscimento effettivo della parità, ma linguisticamente un po’ carente – come la Costituzione, che in effetti contempla solamente “il cittadino, lo straniero, il lavoratore, l’uomo, il Presidente, i capaci, i meritevoli”? E’ la più bella del mondo, certo. Chissà il ginepraio che ne deriverebbe.

Marco Archetti

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