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Napoli, terra

“Perduti nei quartieri spagnoli”, o dell’impossibilità di lasciare una città che insegue i propri figli

26 Gennaio 2019 alle 06:00

Napoli, terra

Quando Matilde Serao lasciò Napoli per trasferirsi a Roma, scrisse: “Qui non è possibile lavorare. Troppa bellezza, troppa poesia, troppo Vesuvio”. Anni dopo, però, tornò e lavorò moltissimo, al punto che morì mentre lavorava, seduta alla sua scrivania.

   

Settant’anni più tardi, nel pieno dei Novanta, quando ovunque in Europa, compreso a Napoli, il futuro aveva la faccetta di un ragazzo in Erasmus, Heddie, studentessa americana innamorata di un avellinese che le dice presto, troppo presto, d’essere niente senza di lei, pensa a un certo punto: “Napoli non era mai una scelta. Era un regalo che ti veniva imposto con le spalle al muro. Una questione di nascita o di destino”. E’ un frase e un sentire speculare a quello di Serao; a quello di Raffaele La Capria quando dice d’essere stato sempre “in poetico litigio” con Napoli; a quello di Luigi De Filippo che, guardando il golfo, pensava a “un’acquasantiera in cui farsi il segno della croce”. Heddie è la protagonista di “Perduti nei quartieri spagnoli” (Giunti, da oggi in libreria), il romanzo di Heddi Goodrich che è piuttosto sbalorditivo almeno per due motivi. Primo. L’autrice, madrelingua inglese, lo ha scritto direttamente in italiano e non un italiano da Google, o all’anglosassone, ma una lingua che ha appreso e fatta propria la bella frase, sfrondandola del superfluo e del ridondante. Goodrich abita in Nuova Zelanda e con i suoi due figli parla (anche) italiano: casa sua è una Società Dante Alighieri domestica. Al Corriere ha raccontato di aver impiegato tre mesi per tradurre il libro dall’italiano: non vi sembra una storia meravigliosa, il rovescio perfetto del “prima il mio paese” che usa di questi tempi?

   

La seconda ragione per cui questo romanzo stupisce è la lucidità e l’assenza di quel rancore innamorato tipico di noi terroni (scusate la concessione, la scrivente è terrona) con cui racconta il modo in cui Napoli è una città che insegue chi ci è nato o ci ha vissuto, una città del cui retaggio è impossibile liberarsi. Di quel retaggio Goodrich ha scelto di raccontare l’illusione che la vita cominci quando ci si è sistemati e che appartenere a un posto significhi passare la vita ad aspettare di riceverlo in eredità e, poi, a preservarlo per il successore. Il ricatto della terra, la morsa in cui certi figli maschi del sud sono rimasti intrappolati: possono sembrarci temi stantii, o retorici, eppure c’è una parte del nostro paese che arriva da quell’immobilismo, dalla mancata ribellione del maschio alla mamma e al papà. La terra verso la quale Pietro – l’avellinese che Heddie ama, riamata – comincia a mostrare segni di sudditanza proprio quando s’affranca dalla famiglia, laureandosi e cominciando a lavorare, non è semplicemente casa e casa non è come la intende lei, che è americana, e cioè un tetto sotto al quale vive una famiglia. E’ di più. E non c’è italiano che non ci si sia, almeno una volta nella vita, riempito la bocca. Ma, nello specifico, oltre che casa e non solo casa, cos’è questa benedetta terra? Goodman lo indaga in tutto il romanzo e siccome il romanzo è un buon romanzo, non lo definisce.

   

Una città costruita sventrandosi

Suggerisce, però, una riflessione assai profonda, partendo da quello di cui Napoli si sostanzia, dal modo in cui è costruita e che è al centro di molte conversazioni della banda di alternativi colti e simpatici che frequenta, insieme al suo Pietro.

     

Per secoli, Napoli è stata costruita usando il tufo giallo, di origine vulcanica, estratto dal suo stesso terreno: Napoli ha generato sé stessa e s’è costruita sventrandosi, come le famiglie, che però funzionano quando i figli vanno via e costruiscono altre famiglie, con altri tufi, altre pietre, altro cemento. Napoli è seduta su un enorme vuoto e a quel vuoto Pietro vuole restare attaccato, illudendosi che sia un pieno. Heddi lo capisce tardi, quando lui sceglie casa sua e non lei, ma aveva cominciato a presentirlo quando, passeggiando per i Quartieri Spagnoli, che amava pazzamente, s’era accorta che “Ai piani inferiori, la luce del sole si poteva misurare in centimetri. Un lingotto d’oro che appariva una volta al giorno”. E a niente ci affezioniamo di più che al buio, anche se ci tiene con le spalle al muro.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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