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Tutti pazzi per l’Islanda? Perché ancora non avete letto le fiabe delle isole Faroe

Il libro di iperborea e i peli dell’asino che, tra orchesse, troll del mare e cani parlanti, ci accompagnano per una terra ancora letterariamente sconosciuta

26 Novembre 2018 alle 11:18

Tutti pazzi per l’Islanda? Perché ancora non avete letto le fiabe delle isole Faroe

Foto di Bjartur Vest delle luci sopra le isole Faroe (Ehrenberg Kommunikation via Flickr)

Gli abitanti delle isole Faroe sanno nascondere bene quello che non vogliono far trovare. In una delle “Fiabe faroesi”, appena pubblicate in italiano da Iperborea, un “ragazzo andò dall’asino, che trasformò la principessa: prima in un pelo delle sue narici, poi in un pelo tra i suoi zoccoli, e infine in un pelo della sua coda. Il gigante finì per rinunciare a cercare tutte e tre le volte, e così il ragazzo vinse”. Qualche pagina dopo, in un’altra fiaba, c’è un altro ragazzo che deve nascondere una donna: andò “dall’asino che gli disse: ‘Mettila tra i peli lunghi che ho dietro l’orecchio, non la troverà di certo’. Il ragazzo ubbidì. La strega cercò dentro e fuori, di sopra e di sotto, ma alla fine dovette rinunciare a trovarla”. Chissà che non sia successo lo stesso anche con il referendum costituzionale per l’autodeterminazione promesso dal governo autonomo faroese per il 25 aprile 2018 e poi silenziosamente posticipato senza dire niente a nessuno fuori dalle isole. Il 27 aprile scorso, un paio di giorni dopo il non-referendum, il giornale indipendentista scozzese The National si stupiva che la convocazione alle urne per il 25 aprile, già sospesa da tempo, continuasse a fare bella e anacronistica mostra di sé nella sezione in inglese del sito ufficiale del governo di Tórshavn. Il referendum si era sicuramente nascosto tra i peli lunghi dietro le orecchie del Logting, il Parlamento locale, mentre i rappresentanti indipendentisti, autonomisti e unionisti dei sette partiti rappresentati nell’Aula avevano iniziato a discutere un po’ troppo del testo da sottoporre ai cittadini. Urge, a questo punto, un remake faroese di “Borgen”, la serie tv che spiegò ai profani le complicate volute della politica della “madrepatria” danese. Aspettando un “Borgen” isolano, possiamo intanto deliziarci con le stupende fiabe pubblicate da Iperborea.

   

 

I faroesi vivono a metà della rotta tra la Danimarca e l’Islanda e hanno un carattere di frontiera: in attesa che il gigante o la strega trovino il referendum tra i peli del ciuco, il loro arcipelago è ancora dipendente da Copenaghen, ma, come l’Islanda, non fa parte dell’Unione europea. E i faroesi parlano il feringio, che non ha la nobiltà letteraria dell’islandese, ma è comunque più antico e conservativo delle lingue scandinave continentali. Per questo le fiabe delle Faroe arricchiscono con un gusto da saga islandese i personaggi europei che vi appaiono, come Cenerentola, che qui diventa “figlia di Cornacchia”, e suo “cugino” Ceneraccio che è un protagonista della tradizione narrativa norvegese (così informa la postfazione di Luca Taglianetti: “Ultimo di tre figli, disprezzato dai fratelli, ritenuto un buono a nulla dal padre, Ceneraccio passa di solito tutto il suo tempo a rimestare le ceneri”, per poi riscattarsi). Ma soprattutto nelle Faroe vive gente spiccia, che non si è persa a strofinare con troppa cipria letteraria le proprie storie del focolare.

 

Le “Fiabe faroesi” sono quindi rapidissime, con svolte fulminanti in vicende, che sono spesso sghembe e divertenti (“‘Se solo avessi un contenitore! Dove metterò tutti questi soldi?’ disse il parroco alla moglie. E lei rispose: ‘C’è una grande pentola lì vicino alla porta – non so come ci sia finita –, mettiamoli lì dentro dopo averli contati’. Così il parroco contava i soldi e li metteva nella pentola, che si riempì fino al colmo. ‘Voglio uscire’, disse allora la pentola e all’improvviso sfrecciò fuori dalla porta”). Ma soprattutto, anche tenuto conto dell’alto tasso di ultraviolenza delle fiabe di tutto il mondo, le storie faroesi si distinguono anche in questo, ma con quella serena levità da isolani nordici che durante il Grindadráp, cioè la caccia ai globicefali, stanno immersi fino alla vita nel mare colore del vino (che invece è sangue): ogni due righe c’è un “e se non ci fosse riuscito sarebbe stato ucciso” o un “furono entrambe arse sul rogo”. Intanto orchesse, troll del mare e cani parlanti ci accompagnano per una terra che è ancora letterariamente sconosciuta con l’eccezione di “Högni”, un romanzo del Manzoni della lingua feringia Hedin Brú apparso nel 1942 nella Medusa mondadoriana, e di “Isola” della danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen (Iperborea), che però è un romanzo sulle Faroe e non delle Faroe. Vi ricordate di quando i libri islandesi erano molto esotici? Ecco, benvenuti nella nuova Islanda.

Guido De Franceschi

E' nato nel 1976. Fuori dal quadrante est di Milano si sente all’estero. Forse è per questo che lo incuriosiscono le piccole patrie, le lingue minoritarie e (senza di norma conquistarlo) i separatismi. Lo attira la contemporaneità e si è laureato in Lettere antiche. Vota a sinistra e scrive senza disagi di esteri e di libri sul Foglio e sulle pagine culturali del Giornale. Non è mai stato a Cagliari e collabora con l’Unione Sarda come commentatore e recensore. Quando sarà in pensione sfiderà età, pigrizia e buon senso cimentandosi nell’apprendimento della lingua basca.

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