I fuochi d'artificio di Apollinaire

Matteo Marchesini

Cent’anni fa moriva lo scrittore clown che tolse la punteggiatura alla poesia e alla vita

Il 9 novembre di cent’anni fa, alla fine della Grande guerra, in una mansarda del boulevard Saint-Germain si stava consumando un’agonia. Giù nelle strade inveivano contro l’ormai ex Kaiser Guglielmo, e le grida arrivavano lassù a un uomo di trentotto anni dallo stesso nome, che forse nel delirio le avrà confuse con un ultimo giudizio su di sé. In un romanzo suo coetaneo, “Nanà”, la protagonista, che con una parabola speculare a quella di sua madre era salita dalle stalle alle stelle, moriva a Parigi mentre la gente urlava “A Berlino! A Berlino!”, annunciando la guerra che avrebbe spazzato via il Secondo Impero. L’attrice-cocotte di Zola marcì dopo essere stata molto desiderata e inseguita.

 

Lo scrittore-clown di Saint-Germain, invece, aveva desiderato e inseguito troppe sirene, spremendo da questa amara esperienza una “Canzone del male amato”. Male amato, s’intende, dalle donne: a partire da quella genitrice che a quanto pare, siccome suo figlio spirò negli stessi giorni di Rostand, sostenne che poeta non era Guillaume ma il piumato romantico midcult. Poi di lì a poco anche lei fu calata nella fossa, seguita dall’altro figlio Albert; e quella famiglia dalla provenienza oscura, su cui Angelica Kostrowitzky aveva impresso la doppia impronta di un’aura aristocratica e di una prassi da demi-mondaine, sparì di colpo dalla scena.

La madrepatria mancò sempre a questo straniero nato a Roma da una ragazza polacca e da padre incerto, forse un militare italiano

 

Apollinaire affrontò la spagnola con un fisico già fiacco. Nel 1916 era stato ferito alla testa, e gli avevano trapanato il cranio. S’inverava così un profetico ritratto di De Chirico, che come altri amici pittori (Picasso, Rousseau) si era esercitato sulla sua figura. Anche l’arruolamento volontario può contarsi tra i corteggiamenti di una donna: nel caso la madrepatria, che mancò sempre a questo straniero nato a Roma da una ragazza polacca e da padre incerto, forse un militare italiano presto sfuggito alle sue responsabilità. Guglielmo passò l’infanzia a Monti, l’adolescenza tra principato di Monaco e Costa Azzurra, e a vent’anni, approdato alla Ville Lumière, sbarcava il lunario lavorando in banca e imbastendo feuilleton erotici. Con le sue riviste, la capitale gli fece un nido e lo elesse maestro delle avanguardie, ma gli procurò anche affanni e guai. Dopo il furto della “Gioconda” finì persino in carcere: la pista di certe statuette rubate al Louvre condusse infatti al suo “segretario”, un tipo in cui la sovrapposizione di facciata mondana e vita losca raddoppiava i tratti materni e i personaggi usciti dalla penna del principale.

 

Cresciuto nel dubbio fin sul suo nome, davanti a femmine, compagni e autori Apollinaire innescò un processo d’identificazione lacanianamente inesauribile. Ci sono persone che si sentono ben piantate nella realtà, e da quel porto sicuro fantasticano con agio; lui invece, attraverso le sue fantasie volubili, cercava un radicamento terrestre. “Questo anormale aspirava alla norma (…) all’affetto della sua maman, di una donna, degli amici”, ricorda Savinio. Apollinaire anelava non a un innamoramento ma a un amore; solo che aggrappandosi a tutti i miraggi ne minava i presupposti. “E’ un gufo il mio povero cuore / che s’inchioda, si schioda, si rinchioda. / Di sangue è allo stremo e d’ardore. / Tutti quelli che mi amano io li lodo”, scrisse nel “Bestiario” (1911) che fa dell’“Hibou” un altro mal-aimé.

 

Espressivamente, però, il suo scacco affettivo si traduce in una gioia mercuriale, acquatica e aerea. Apollinaire toglie la punteggiatura alla poesia e alla vita, riprende la tradizione classica dei calligrammi per adattarli a un simbolismo al limite del fumetto. Nelle sue pagine le atmosfere dell’Ottocento romantico si riducono a un gas esilarante, a un impalpabile fuoco d’artificio dove, come in un Nietzsche che abbia davvero abbandonato la pesantezza teutonica per la favolosa lievità francese, anche la guerra appare un gioco. In Apollinaire gli obici miagolano, i razzi sono stelle filanti. Tutto è evanescente e mobile: come ha scritto Sergio Solmi, non si distingue “la parte di adesione profonda e quella di avventato scherzo”. Questa poesia, che sembra fatta di niente, sorprende e avvince fondendo la felicità gratuita delle trovate a immaginazioni esatte come formule. Mantenendosi in comunione con tutto, dai massimi sistemi ai detriti più negletti, Apollinaire trasmuta di continuo le cose l’una nell’altra.

 

Nei suoi versi può capitare che le nuvole colino “come un flusso mestruale”, o che degli abeti “in cappello a punta” come “astrologhi” salutino “i fratelli abbattuti / I battelli che navigano sul Reno”. Mentre le avanguardie ufficiali applicano l’assurdo o l’aleatorietà come una tecnica, in lui, dice Solmi, si conserva la “genuinità del momento vitale da cui si è irradiata la casuale costellazione delle immagini”. Le vastità cosmiche e mitiche vengono pigiate nel breve spazio di una strada dal demone dell’amore. Perché l’inferno pornografico riesumato dal poeta alla Biblioteca Nazionale, e le avventure consumate con avidità negli alberghi, sono appena un Eden fanciullesco se paragonati al vero “Enfer”, il cui ritornello “c’est toujours: ‘Je voudrais qu’elle m’aime’”.

 

Zelig originale e fauve della lirica, Apollinaire è l’antipode del cartesiano Valéry, ma appunto per questo non è un leninista del disordine estetico organizzato come i capi dei gruppi a cui offrì spunti innumerevoli. Perciò è difficile inchiodarlo a una definizione. E’ un Palazzeschi col cuore, un Cocteau anticlassicista, un Ungaretti anarchico, un Éluard innocente, un Savinio senza concetti, un giullare senza rabbia, un Majakovskij agile, un futurista tenero, un Cendrars casalingo, un Verlaine alchemico, un D’Annunzio paradisiaco con humour, un Corazzini florido che può correre ovunque, un Whitman bonsai, un Rabelais chiuso nella lampada di Aladino, un Villon di allegro buon senso, un Pound leggero e senza velleità? Certo questo meteco della geografia e della lingua ha divinato il secolo breve rimanendo sulla sua soglia. Rilanciò Sade, promosse i cubisti, levò ottusità al futurismo, stese un ponte tra il delicato Laforgue, il brutale passo ridotto di Jarry e la liquidazione totale di Tzara e Breton.

 

Mescola misticismo e cinema, autobiografia e leggenda cavalleresca. Non sceglie una posa moralistica o immoralistica

Ma mentre mescolava misticismo e cinema, Orfeo e Orfei, autobiografia e leggenda cavalleresca, provenzali e canzone di varietà, ritmava sempre ogni suggestione sul suo battito emotivo. Nelle sue poesie lo spiritismo spiritoso, le allusioni ermetiche frullate coi dialoghi orecchiati al caffè non si possono mai scindere dal cordone ombelicale dei sentimenti; e così il suo uso dei miti, che porta con sé l’eco delle fratellanze letterario-pittoriche ottocentesche, non è ancora gravato dal carico metafisico entre deux guerres. Apollinaire annulla l’eterna dicotomia francese tra classicismo e manierismo carnevalesco, che in lui convivono come il maschio e la femmina, l’aspetto d’orso e la voce infantile. Sospeso tra “Souvenir et Avenir”, e condannato a un perenne autunno, questo bulimico sciamano è il cantore di un crepuscolo che sta per dissolversi in un’alba ghiaccia di Cocito. Eliot, Pound e i surrealisti potrebbero essere autorizzati a vedere in lui un Bonagiunta rimasto al di qua dello stil novo. Ma il “nodo” qui è un peso o un vantaggio? Da che parte si trova la resa caparbia a ciò che “detta dentro”?

 

L’autore di “Alcools” non ha ancora bisogno d’irrigidirsi nel nichilismo o in un’ideologia. Ermes dal corpo giovesco, penetra dappertutto coi suoi versi ilari e labili come atomi lucreziani; resta a bagno in un Caso che sublima l’azzardo col quale flirtava nei casinò la madre biscazziera; si fa esile e metamorfico per passare attraverso la materia bruta e cerebrale del Novecento nel punto in cui fiori, organetti, saltimbanchi, esotismo e primitivismo si rapprendono in programma, astrazione, strage. C’è chi lo chiama rigattiere; ma in verità, con la sua bacchetta da Merlino, Apollinaire cambia segno al bric-à-brac dell’Europa decadente.

 

Lascia che Ubu svenda il salotto di Des Esseintes alla sua asta assurda, poi lo ricompra per arredare una scena intima dove i souvenir più caduchi e le più scintillanti invenzioni tecnologiche riappaiono come giocattoli; mescola i più disparati ingredienti culturali come un cuoco estroso, pesca il suo bene ovunque con intuito fulmineo, e non dà mai sistemazione o radici al sapere. E’, la sua, una parodia di umanesimo, l’unico possibile in un’epoca di trapasso verso l’inumano: nel caleidoscopio lirico, progresso e magia si alleano per l’ultima volta. “Qualunque argomento fosse sul tappeto, che lui se ne intendesse o no, d’un lampo ne vedeva tutte le possibilità”, ricorda Gertrude Stein.

 

Anelava a un amore, non a un innamoramento. Espressivamente, lo scacco affettivo si traduce in una gioia mercuriale, acquatica e aerea

 Diceva Pascal che chi vuol essere angelo è bestia, ma Apollinaire agisce insieme da bestia e da angelo perché elimina il contrasto, non sceglie una posa moralistica o immoralistica: è un materialista corpulento che si rarefà nell’etere di un’innocua teurgia, e un metafisico tutto sensi. Da queste vocazioni nasce “Zona”, la poesia-collage che apre “Alcools” (1913) sorvolando epoche e continenti. Sembra che il poeta faccia ruotare con un colpo di pollice un mappamondo, o mandi rapidamente avanti e indietro il nastro di un film: “Alla fine sei stanco di questo mondo antico / O torre Eiffel, pastorella, il gregge dei ponti bela stamattina / Ne hai abbastanza di vivere nell’antichità greca e romana / Qui perfino le automobili hanno un’aria antica”…

 

La torre Eiffel, enorme soprammobile floreale, indica la reversibilità tra micro e macroscopico, ma anche l’accelerazione delle mode: un attimo prima sembrava avveniristica, un attimo dopo le auto la rendono archeologica per poi divenire a loro volta monumenti. L’unico a rimanere sempre moderno è il Papa, che si sovrappone al padre. Però Apollinaire aggiunge subito che in chiesa non entra per vergogna: come i moderni più consapevoli, sa di non poter più posare il capo in quella placenta buia senza malafede.

 

I nomi religiosi sopravvivono allora come tarocchi da mischiare ad altri miti per leggervi il proprio destino: Cristo e Icaro proiettati nel cielo degli aviatori, il Sole-Apollo dal collo tagliato, la Fenice, Orfeo… Perché il processo identificativo sfocia nel tema orfico di morte e resurrezione. Il poeta si disintegra e riassembla senza sosta le proprie membra, arcimboldesca torre di Babele umana che non esiste se non nel ciclo che l’aliena: “Tutti quelli che sopraggiungevano e non erano Io / Portavano uno ad uno i pezzi di me stesso (…) Mi hanno formato tutti i corpi e le cose umane // Tempi passati Trapassati Dèi che mi formaste / Io non vivo che passando come voi passaste”.

 

Un Palazzeschi col cuore, un Cocteau anticlassicista, un futurista tenero: è difficile inchiodarlo a una definizione

 Io e mondo, introversione ed estroversione si susseguono col ritmo istintivo del respiro. Ma un tale pathos dell’ubiquità ha qualcosa d’illusorio, perché se l’abilità scimmiesca consente infiniti travestimenti, non per questo la realtà a cui li si strappa accoglie il travestito nel suo grembo: “se io sono dappertutto in quest’ora tuttavia soltanto io sono in me stesso”, annota Guillaume in “Meraviglia della guerra”. E nel “Poeta assassinato” (1916) il comico ventriloquo Chislam si rivolge così al suo io: “La sua fantasia, che scatenava un tempo ilarità mai viste presso tutti i popoli, non è bastata a farla apprezzare da una sola ragazza. Mescolata al pubblico, poteva ridere come gli altri; ma quando, soli, parlavate d’amore, lei non le ispirava che una profonda tristezza”.

 

E’ una tristezza simile a quella che Apollinaire prova quando la “testa stellata” dalla ferita lo induce a osservarsi dall’esterno, senza più l’euforia del seduttore capace di sedurre prima di tutto sé stesso. A una casa matrimoniale approda solo adesso, quando ormai la marea amorosa, ossia la radice della sua energia traboccante, si è ritirata lasciando sulla riva una grafomania arida, ansiosa di riscuotere onori. Ma nessuna medaglia può risarcire questo emigrato senza documenti, questo carcerato senza colpa, questo soldato senza patria.

 

Lui non sa sostituire all’eros una finta resurrezione da accademico o ideologo: il suo cuore non è ancora un oggetto di plastica surrealista. Lo diventerà per gli amici a cui faceva da calamita, e che dopo la guerra vanno ognuno lungo la sua strada. Apollinaire lascia sanguinare la piaga della scissione tra tempo interiore e società moderna senza riportarla all’ordine. E nulla riassume meglio questa dialettica dei versi del “Pont Mirabeau”, dove “L’amore va come la vita è lenta / E come la speranza è violenta”. Ma a volte, il poeta lo imparò presto, vale anche il contrario.

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