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La madre totalizzante dell’intero Novecento

Mette nel mondo la donna diventandone complice, nemica e specchio di un amore ossessivo e terrificante

11 Novembre 2018 alle 06:00

La madre totalizzante dell’intero Novecento

Le tre età della donna di Gustav Klimt

Il dibattito sulla “questione femminile” (e per questione femminile intendo quel territorio minato nel quale si affrontano argomenti come quello della scrittura femminile – esiste o no? –, del ruolo della donna – nella società e in famiglia, moglie e madre – e delle relazioni che intercorrono fra uomini e donne ma, ancora di più, tra madri e figli) è oggi più vivo che mai. Numerosi, tra scrittori e scrittrici, innestano nei loro romanzi ampie riflessioni sul concetto di maternità (penso, ad esempio, a libri perturbanti come “Matrigna” di Teresa Ciabatti), ma il tema in questione ebbe una notevole impennata già a partire dal secolo scorso, quando ci si interrogava non solo su cosa fosse quel “luogo materno” da cui tutti proveniamo, ma ci si chiedeva anche chi fosse, realmente, una madre.

 

Nello specifico, poi, le relazioni madre-figlia sono state spesso descritte come terreno di conflitti e sofferenza, e non a caso l’emancipazione della donna negli anni Settanta è stata collegata all’uccisione simbolica della madre. Il topos secolare prevedeva l’idea di amore materno come archetipo dell’amore generoso e disinteressato, il che aveva un’implicita valenza sacrificale della donna, confinata negli spazi della sfera privata. Dunque, nel processo effettivo di emancipazione, non ci si poteva che liberare della maternità come ruolo, e ciò ha significato aprire un conflitto con la maternità stessa; è assodato, in ogni caso, che come madre la donna può esercitare sulla figlia un potere così grande e pervasivo da diventare quasi paralizzante.

 

A ogni modo, nel corso del XX secolo si è tentato di recuperare le genealogia madre-figlia, ossia di provare a fare riferimento alla madre fuori dai fantasmi patriarcali e di riprendere la grammatica più profonda del linguaggio originario femminile. Ad esempio nell’opera di Grazia Deledda ci sono numerosi ritratti di donne che si muovono in una rete complessa di sentimenti e di motivi psicologici e morali, ma ancora di più ne “La madre” vediamo chiaramente che Maria Maddalena – madre del prete Paulo, il quale si invaghisce della giovane Agnese mettendo in discussione tutto il suo percorso religioso – ha sì il compito di fare pressione sul figlio affinché abbandoni gli insani propositi passionali, ma ancor di più vuole dimostrare tutto il proprio amore sottomettendosi al ruolo stesso di madre, che in questo caso è abnegazione.

 

Tutto questo fa di Maria Maddalena una vera e propria madre sacrificale, che muore silenziosamente per salvare suo figlio e il suo destino. Di madre e di morte, anzi, di madre come morte, si parla invece ne “L’amore molesto” di Elena Ferrante, la quale già in “Frantumaglia” aveva spiegato che “scrivere veramente è parlare dal fondo del grembo materno” (oltretutto non a caso la nostra lingua originaria è sempre chiamata lingua madre, poiché la madre dà la vita e la parola).

 

Il conflitto con la madre sottende un po’ tutta la produzione letteraria della Ferrante: una madre troppo potente, che invade e disancora, proprio come l’Amalia de “L’amore molesto”. In questo caso la madre è strettamente collegata alla morte – in quanto madre suicida e donna irraggiungibile, con cui è ormai impossibile mettersi in contatto – ed è anche sangue, quello stesso sangue mestruale che sguscia dal corpo della figlia Dalia quando il cadavere della genitrice viene ripescato, livido, dalle acque del fiume.

 

Dunque un richiamo esistenziale, tipicamente femminile, strettamente collegato al senso di morte che il corpo a corpo con la madre richiama. Di madri presenti e tuttavia assenti in modo lacerante, quasi disperato, scrive invece Donatella Di Pietrantonio, che tanto ne “L’Arminuta” quanto in “Mia madre è un fiume” si chiede, palesemente, “che luogo sia una madre”: in lei la madre diventa mistero insolubile, strappo lancinante, è colei che nega perfino l’identità a sua figlia (l’arminuta infatti non ha nome, è solo “la ritornata”).

 

Anche in questo caso, come nella Ferrante, l’ombra della madre diventa insormontabile ed è sempre terreno di puro conflitto, dolore a cuore aperto. Dalla Deledda a oggi, e per tutto il corso del Novecento, si avverte ancora, chiaro e tondo, il peso indelebile della madre come figura carica di significati e di fantasie totalizzanti, nel bene e nel male: una donna è sempre madre e figlia, poiché la madre mette al mondo la donna ma soprattutto la mette nel mondo, diventandone complice, nemica, protettrice ma anche specchio di un amore ossessivo e nondimeno terrificante.

Giulia Ciarapica

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