Raffaello, "La scuola di Atene", 1509-1511 (Musei Vaticani). Al centro Platone e Aristotele

Aristotele, aiutaci tu

Riccardo Lo Verso

La sua logica, un antidoto alla politica tutta slogan e tweet. Parla il filosofo Giovanni Ventimiglia

Il normanno re di Sicilia Ruggero II tracciò la strada alcuni decenni dopo l’anno Mille. L’occidente cristiano si apriva alla cultura greca e pagana. Suo nipote, Federico II di Svevia, “stupor mundi et immutator mirabilis”, in pieno Medioevo commissionò allo scozzese Michele Scoto la traduzione della Metafisica di Aristotele, accompagnata dal commento di Averroè, filosofo della Spagna musulmana. Infine consegnò il testo alla neonata Università di Napoli dove la divulgazione fu affidata a Pietro d’Irlanda.

 

Riepilogando: “Un irlandese insegna a Napoli la Metafisica del greco pagano Aristotele – spiega il professor Giovanni Ventimiglia – servendosi del commento del musulmano Averroè, tradotto a Palermo da uno scozzese dall’arabo in latino grazie a un imperatore cristiano metà tedesco e metà francese. Oggi tutto questo sarebbe impossibile”.

  


Il professore Giovanni Ventimiglia (foto tratta dal suo profilo Facebook)


 

Ventimiglia è professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Lucerna e presidente dell’Aristotele College e della Fondazione Reginaldus di Lugano. Si è fatto promotore di un progetto culturale. Innanzitutto ha chiamato a raccolta nella sua Palermo – Ventimiglia è un classico esempio di intelligenza siciliana da esportazione – i migliori studiosi di filosofia del mondo. Ha organizzato un convegno internazionale a Palermo su “La metafisica di Aristotele ieri e oggi”, preceduto da una Summer School nel Castello di Falconara, vicino a Butera. Lo studioso partito dalla Sicilia dopo il liceo, transitato dalla Cattolica di Milano e da Monaco di Baviera, infine approdato in Svizzera, coltiva l’idea, già ben strutturata, di creare una biennale siciliana della filosofia che vada oltre l’appuntamento di “Palermo capitale italiana della cultura 2018”. Mettiamola così, è un regalo alla sua terra di origine.

 

Ha organizzato il sapere in diverse discipline fra loro collegate: un concetto attualissimo in un’epoca di parcellizzazione delle scienze

Il funerale della polis, “un luogo dove si lavorava per il bene comune. Oggi contano solo i rapporti personali”

Il progetto è ambizioso: mantenendo alta l’asticella del rigore scientifico, rendere pop il pensiero di Aristotele, che è molto più attuale di quanto si possa credere. Si parte dal rinnovato interesse della comunità scientifica e filosofica nei confronti del pensatore greco, per giungere poi a declinarlo nella quotidianità per renderlo davvero popolare. “Aristotele è colui che ha inventato l’idea del sapere come sistema che comprende tutto – spiega Ventimiglia –. Ha inventato la metafisica, cioè la scienza che si occupa di tutto, dagli oggetti materiali fino a Dio. Ha sistemato il sapere organizzandolo in diverse discipline fra loro collegate: fisica, logica, etica, poetica… un sistema che regge ancora oggi. Il sapere è concepito come un intero. Un concetto attualissimo in un’epoca di parcellizzazione delle scienze. Oggi non esiste nemmeno il medico del corpo umano, ma lo specialista di ogni singolo organo. Spesso persino le branche di una stessa scienza, per non parlare delle diverse scienze, non dialogano fra loro. Quello di Aristotele, invece, era un sapere in cui le discipline dialogavano. Allora, certo, era merito di un solo genio, di un uomo solo, oggi non basta più, c’è bisogno di un lavoro di équipe interdisciplinare, ma l’esigenza del dialogo fra le diverse discipline resta forte, anzi è diventata una necessità improrogabile”.

 

Ogni qualvolta ci si interroga sul senso della vita c’è la certezza di doversi confrontare con quel pagano di Aristotele, soprattutto quando la riflessione travalica i confini angusti dell’umano per cercare la prova dell’esistenza di Dio. “Aristotele avvertiva molto forte l’esigenza di un’indagine razionale sulle cause prime – dice Ventimiglia –. L’indagine sul primo motore immobile non era affidata alla fede, ma era il compito ultimo della ragione. Il suo obiettivo era scoprire in modo razionale se esiste una causa prima del divenire. Oggi spesso questo compito viene affidato alla fede individuale, alle emozioni, alle esperienze mistiche. Tutte esperienze private, non verificabili. L’umiltà di Aristotele consisteva nel cercare le prove dell’esistenza di una causa prima con l’uso della ragione e della logica, onde poterle proporre alla verifica di chiunque, perché la ragione e la logica, a differenza delle esperienze mistiche, sono date a chiunque”.

 

Già, la logica, è di essa che forse difetta il mondo quando si osserva l’essere umano che lo abita. Molte cose vanno al contrario di come dovrebbero. Senza il “forse”: in questo il professor Ventimiglia è molto caustico. E qui il pensiero di Aristotele si fa attualissimo. C’entra la politica, infatti: “Ci sono interi campi del sapere e dell’esperienza affidati all’emozione, alla pancia. La logica latita. La politica ad esempio si fa beffe ormai della logica”.

 

La struttura elementare di ogni logica è il ragionamento sillogistico. E l’esempio classico è quello che si impara a scuola ed è facile da rintracciare, tra le tante cianfrusaglie, nei cassetti della memoria: tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, quindi Socrate è mortale. E la politica? “Un ragionamento minimo ha bisogno di tre frasi. All’epoca di Twitter e della tv si ha a disposizione un numero di battute così esiguo, e tempi così stretti, che spesso non bastano a formare un sillogismo, ossia un ragionamento logico. Il risultato è che siamo circondati dagli slogan, fatti per definizione di una sola frase. Ma una singola frase non basta per un ragionamento logico. Ce ne vogliono almeno tre! E così la politica, al tempo di Twitter, ha rinunciato alla logica, per buttarsi negli slogan che parlano alla pancia”.

 

Togliere il giocattolo dei tweet ai politici: si fa davvero durissima. E’ con essi che si conquista il consenso, la piazza virtuale è sempre piena. La contromossa può essere tentare di spiegare “con quei mezzi di comunicazione dove è ancora possibile formulare almeno tre frasi, che Aristotele è alla base del vocabolario dell’occidente – aggiunge Ventimiglia –. Nessuno potrebbe proferire un discorso, nemmeno un discorso contro la cultura classica, senza usare parole inventate o definite da Aristotele”. Qualche esempio: “Contraddizione, potenzialmente, definizione, sostanzialmente”, il professore potrebbe continuare per ore. Il linguaggio occidentale moderno deve tanto ad Aristotele. Basterebbe questo per dare merito agli organizzatori del convegno di Palermo che si tolgono lo sfizio di alzare l’asticella. Allargare l’orizzonte della riflessione alle “filosofie nel Mediterraneo”. Quel Mediterraneo divenuto terreno di scontro culturale ancora prima che politico. Nelle sue acque si gioca la battaglia delle differenze, a poche miglia da una Sicilia che ha smesso di guardarsi dentro finendo per smarrire la propria identità. “Il nostro Dna è greco, romano, arabo, latino, e quindi pagano, ebraico, musulmano, cristiano – Ventimiglia parla innanzitutto da siciliano –. Prima di sentenziare che la nostra cultura è diversa da quella mediorientale, bisognerebbe farsi un ripasso di storia della filosofia. Avicenna scoprì Aristotele in Uzbekistan. Fu lui, insieme ad altri grandi pensatori musulmani, come Averroè, a traghettarlo dalla Grecia antica al mondo latino”. Niente e nessuno è esente da critiche. Perché dovrebbe esserlo la politica? “La sinistra immagina il dialogo con il Medioriente in termini di rinuncia alle rispettive identità culturali. Poi vede cosa resta, ma resta ben poco, a quel punto, e il dialogo non parte. E’ un dialogo al ribasso. La destra, invece, parla di una diversità talmente radicale fra la cultura occidentale e quella mediorientale che non varrebbe la pena nemmeno cimentarsi in un dialogo. Eppure tale diversità radicale è semplicemente, di nuovo, uno slogan frutto di ignoranza. E’ un fatto storico, ad esempio, che Aristotele, senza di cui non esisterebbe la nostra identità occidentale, ha parlato greco e arabo, prima di parlare latino, francese, tedesco, inglese, etc. L’occidente non può non riconoscere il debito che ha verso le culture mediorientali”.

 

In un mondo in cui al dialogo si preferiscono gli slogan, in cui la politica ha abdicato ai suoi compiti, in cui si è smarrito il concetto di sintesi di culture c’è ancora spazio per i filosofi? Come può il pensiero di Aristotele diventare popolare? Ventimiglia non ha fretta: “Cultura viene da coltivare e la coltivazione presuppone pazienza e tempi lunghi. La gente ha sete di cultura e non solo, con tutto il rispetto, delle sagre di pane e panelle”. Paziente e pure ottimista, il professore trapiantato in Svizzera. Occorre scrollarsi di dosso la convinzione che popolare sia l’opposto di elitario. Non ci sono roccaforti del sapere da difendere, accademie da salvaguardare. Qui, molto più semplicemente, o si fa cultura o si affonda: “Quanto share hanno fatto Benigni che leggeva la ‘Divina commedia’ o i programmi di Piero Angela? C’è molta gente interessata alla cultura”.

 

Il segreto è colmare il vuoto con un linguaggio semplice: “I filosofi che abbiamo invitato non sono quelli che si beano del loro stile incomprensibile. Non sono ermeneutici post esistenzialisti. Sono professori di storia della filosofia, filosofi anglosassoni di orientamento analitico. Non amano incantare con linguaggi suadenti e misteriosi”.

 

Basta con le teorie complesse e oscure. Ventimiglia è paziente, ottimista e anche moderno: “Nell’epoca in cui le comunicazioni sono facilissime e ci sono autostrade a disposizione, quello che manca non è il mezzo di comunicazione ma il contenuto da comunicare. Gli utenti vanno alla ricerca di qualcosa di originale. C’è una grande chance per il pensiero filosofico. Sono fiducioso, il pensiero attrae”.

 

Internet può diventare il mezzo attraverso cui il filosofo può tornare fra la gente. C’è da crederci se a dirlo è un professore secondo cui, “i nuovi media hanno dato diritto di parola e visibilità a qualunque ignorante”. Internet è la nuova frontiera della divulgazione a condizione che venga considerato l’approdo di un serio e preventivo lavoro di ricerca perché “la filosofia e la cultura vanno fatte nei luoghi deputati, come la fisica che si studia in laboratorio. Prima della divulgazione viene la ricerca. Solo dopo si può andare per le strade, come ai tempi di Socrate”.

 

Strade dove, nel caso di Ventimiglia, si parla svizzero. Solo la buona volontà di un drappello di professori stranieri, che insegnano in Svizzera, ha reso possibile il progetto palermitano. La critica di Ventimiglia si fa feroce perché “l’Italia è quel posto in cui per entrare all’università devi esservi già dentro, avervi dormito dentro per anni. La carriera interna, ossia quella che si svolge tutta in una stessa università, vietata all’estero, in Italia è la regola. Se hai fatto per anni il portaborse di qualcuno, cioè se hai costruito rapporti personali con il barone, se sei il suo amante, alla fine passi il concorso e sei chiamato, anche se non hai pubblicato quasi nulla. I soldi per la ricerca arrivano con il contagocce. E quei pochi che ci sono rispondono a criteri di assegnazione familistici. Uno sconosciuto, pur meritevole, che non appartiene a una ‘famiglia’, con o senza virgolette, non ha alcuna speranza di ricevere un finanziamento”. Il paragone ha la forza di due sberle: “Ormai, nella debolezza dell’allievo ignorante si manifesta la potenza del professore che lo ha raccomandato. Più ignorante è l’allievo, più potente diventa il professore che è riuscito a fargli vincere il concorso. Siamo tornati a Caligola, che nominò senatore un cavallo. Non contano più nemmeno le appartenenze ideologiche. Vanno avanti gli affiliati, cioè proprio i figli, i generi, gli amanti. Ci sono tanti singoli italiani molto preparati ma è il sistema che non funziona”. E così “i bravi ricercatori scappano all’estero” e fanno pure carriera nelle università straniere.

 

Se la filosofia prima o metafisica di Aristotele è la scienza del tutto, non resta che chiedersi chi siamo noi, in questo tutto, o chi siamo diventati. La voce di Ventimiglia si abbassa di un paio di toni. Traspare amarezza di fronte a quello che definisce il funerale della “polis, un luogo dove si lavorava per il bene comune. Oggi contano solo i rapporti personali. Se non sei affiliato non sei nessuno. Viviamo, vivete, in Italia, in una tribù”. Ed ecco l’esempio che non ti aspetti. Il discorso filosofico plana sulla quotidianità, ci sbatte contro. Il professore che ha esportato l’intelligenza siciliana in terra elvetica è chiarissimo come la maggior parte dei pensatori non sa essere: “I turisti stanno bene al sud perché si crea un rapporto personale persino con il gelataio. E’ bellissimo, certo, però provate a fare una società civile che si basi soltanto sui rapporti personali. Non si può vivere civilmente in una tribù”.

“Nessuno potrebbe proferire un discorso senza usare parole definite da Aristotele”. Il progetto di una biennale della filosofia a Palermo

Internet, la nuova frontiera della divulgazione. Ma “prima viene la ricerca. Solo dopo si può andare per le strade, come ai tempi di Socrate”

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