Platone è molto cool, ma in Italia servirebbe studiare di più Aristotele

Antonio Gurrado

Modelli veritativi a confronto e idee per un paese di semicolti

Coincidenza troppo significativa per non essere studiata, il Festival Filosofia ha aperto l’edizione dedicata al tema della verità con tre lezioni parallele: una sui sofisti, di Mauro Bonazzi, a Sassuolo; una su Platone, di Maria Michela Sassi, a Carpi; e una su Aristotele, di Enrico Berti, a Modena. Si tratta, volendo estremizzare, dei tre differenti modelli di verità partoriti fra il Quinto e il Quarto secolo avanti Cristo e destinati ad avvicendarsi anche avventurosamente nel corso della storia: a voler leggerli in tralice, sono i tre modelli che oggi sembrano contendersi la preminenza in ogni dibattito pubblico. Dei sofisti sono universalmente celebri alcune frasi che hanno fondato il relativismo e lo scetticismo metafisico, se non addirittura il nichilismo: Protagora diceva che l’uomo è misura di tutte le cose, Gorgia argomentava che nulla esiste, che nulla è pensabile né comunicabile, Trasimaco sosteneva che la giustizia altro non è che l’interesse del più forte. Col tempo la sofistica aveva lasciato strada all’eristica, una sorta di relativismo degenere che consentiva a chiunque di sostenere qualunque teoria (o, se in tribunale, versione dei fatti) in quanto qualsiasi cosa venisse detta era da ritenersi vera per il solo incontestabile fatto di essere stata detta.

  

Platone ritorce contro di loro questo trucchetto concludendo che, se vale qualsiasi cosa si dica, allora non c’è bisogno di imparare l’eristica né di pagare i sofisti che la insegnavano agli ateniesi. Poi, com’è noto, sin dagli ultimi dialoghi giovanili elabora una teoria per cui il linguaggio è solo uno strumento approssimativo che consente di arrivare all’essenza delle cose; essenza che tuttavia è presente in esse soprattutto per imitazione in quanto ricalcano le Idee, forme empiree immutabili e perfette, unico oggetto possibile di una scienza stabile contrapposta a un’osservazione diretta che, essendo limitata ai sensi, è mera opinione. L’effetto di quest’assunzione in cielo della verità si nota nella teoria politica di Platone: estremamente radicale e capillare nell’indicare come spetti ai filosofi il compito di governare la comunità – come nessuno assumerebbe un guardiano cieco, nessuno vorrebbe essere guidato da chi detiene un parere anziché il sapere – ma altrettanto sterile nel non trovare applicazione concreta se non in velleitari tentativi dittatoriali.

  

I sofisti e Platone hanno generato modelli veritativi che oggi vanno per la maggiore e che pur contrapponendosi costituiscono entrambi una via di fuga, più drastica in un caso più elevata nell’altro. Oggi si riverberano nei tentativi più biechi di avere ragione: pretendendo che ogni opinione estemporanea debba essere ritenuta autorevole quanto quelle ponderate, negando la validità di un dibattito o privando scientemente di credibilità ogni necessaria premessa; oppure traslando l’argomentazione su un piano assoluto, ponendo sempre più in alto il punto fermo di una certezza, ricorrendo a un limite dell’inconoscibile che non può mai essere attinto se non per mezzo di un’imposizione autoritaria.

     

Basta un rapido zapping o un giro sui social per capire che la posizione di Aristotele resta minoritaria ma è quella di cui c’è più bisogno. Aristotele ha avuto l’intuizione di incardinare la propria filosofia su un contatto, fino ad allora intentato, fra linguaggio e mondo, ovvero fra logica e metafisica. Ogni nostro ragionamento è costituito da proposizioni a loro volta costituite da concetti: un atomo linguistico che combacia con l’atomo metafisico, ovvero con la sostanza che determina l’essenza di un oggetto. Concetto e sostanza vengono determinati – il primo sul piano logico, il secondo sul piano metafisico – dai principi di identità, non contraddizione e terzo escluso che costituiscono il funzionamento basilare di qualsiasi cervello umano. Vi ricorre istintivamente chiunque debba riconoscere, ad esempio, che quel calciatore è Cristiano Ronaldo (A è A), che se è Cristiano Ronaldo non può essere anche Messi né Padoin (A non può essere A e non A) e che Cristiano Ronaldo o gioca nella Juve o non gioca nella Juve (A è B o non è B).

     

Semplicissimo e incontestabile. Perché dunque questa lezioncina su nozioni risapute? Perché un paese di semicolti presuntuosi e confusi ha un notevole bisogno, non solo al liceo, di studiare sempre più Aristotele per ritrovare la via della certezza; e un po’ di aristotelismo spinto potrebbe esserci utile per più di un campo. La scienza: Aristotele fu colui che codificò la preminenza dell’osservazione diretta, ove possibile, rispetto alla deduzione da princìpi astrusi – lo ammetteva perfino Galileo che ne contraddisse interamente la fisica. La politica: Aristotele comprese che le comunità nella storia non seguono un percorso ideale ma, che si trattasse di monarchie o democrazie, degeneravano tutte se i governanti erano incapaci. L’etica: Aristotele capì che l’uomo è tale solo quando è libero, ed è libero solo quando viene reputato responsabile di ciò che fa. L’amore: Aristotele lo derubricò a esagerazione, ad amicizia iperbolica. E, soprattutto, la dialettica: Aristotele sgominò tutti i ragionatori creativi distinguendo per primo fra la validità di un sillogismo (coerenza formale indipendente dai contenuti) e la sua verità (rispondenza oggettiva dei contenuti alla realtà). Molto del fascino degli oratori da talk-show o da tastiera deriva dall’incapacità del pubblico di cogliere questa sottile distinzione.

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