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La linea verde della civiltà

I 70 anni di Israele sono un miracolo che l’Iran e gli islamisti vogliono distruggere

13 Maggio 2018 alle 06:15

La linea verde della civiltà

I giardini Bahai di Haifa, dove si trova il quartier generale della comunità sincretista perseguitata in Iran. Foto Creative Commons di Michael Paul Gollmer

Pubblichiamo un estratto del primo capitolo del nuovo libro di Giulio Meotti, “Israele. L’ultimo stato europeo”


   

In una piazza di Teheran, la capitale della Repubblica islamica dell’Iran, c’è un grande orologio che in questo momento conta i giorni che mancano alla distruzione di Israele. La data è settata per il settembre 2040, secondo le istruzioni date nel 2015 dalla Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei: “Entro 25 anni non ci sarà più nessun Israele”. Un missile iraniano oggi impiegherebbe dodici minuti per raggiungere le città dello stato ebraico e incenerirle. È come un rumore di sottofondo. È la possibilità che lo stato di Israele possa non sopravvivere. Centinaia di migliaia di persone cantano ogni giorno, per strada e sui giornali, in Europa e in medio oriente: “Morte a Israele”. Ma gli sciacalli che vogliono fare la pelle a Israele occupano anche le stanze del potere. Lo stato d’Israele per miliardi di persone è artificiale e anacronistico, destinato a essere cancellato. Israele è nato con un voto dell’Onu e con la guerra o un altro voto dell’Onu sarà disfatto. “Un Piemonte schiacciato e allungato, che si estende dalle Alpi a Roma”. Così definì Israele Carlo Casalegno su La Stampa. Israele occupa una superficie inferiore a quella del Piemonte (poco più di 20 mila chilometri quadrati) e ha quasi nove milioni di abitanti (il doppio di Roma). In medio oriente, solo alcuni emirati del Golfo sono più piccoli di Israele. Ma nessuno di loro è minacciato di morte ogni giorno. Per questo Israele da anni si prepara al day after, specie da quando l’Iran sta cercando di fabbricare un arsenale nucleare. Le prospettive a lungo termine sembrano sorridere a Israele. È una democrazia vibrante che prospera e mantiene una forte coesione sociale.

  

In Israele c’è stata l’unica vera “primavera araba”. Solo lì gli arabi hanno conosciuto stato di diritto, libertà sessuale, democrazia 

Dopo la guerra di Gaza del 2012 uscì un sondaggio secondo il quale il 93 per cento degli israeliani è orgoglioso di essere israeliano, e la maggioranza, il 70 per cento, si definisce “molto orgoglioso”. Queste percentuali di coesione sociale non esistono in nessun altro paese al mondo. Tanto meno in un paese da sempre in guerra. Lo stato ebraico è ampiamente riconosciuto come una realtà, anche da molti suoi rivali arabi e musulmani che volevano distruggerlo. Ha costruito una potente macchina militare in grado di rispondere a tutte le minacce regionali. Mentre la pace è desiderabile, non è una condizione necessaria per la sopravvivenza. Eppure, quel martellante rumore di sottofondo, assieme a quello delle centrifughe nucleari iraniane, spinge Israele ad attrezzarsi (…) Saul Bellow, Premio Nobel della Letteratura, colse la condizione di Israele quando lo definì in questo modo: “È sia uno stato-guarnigione che una società colta, sia spartana che ateniese. Non capisco come possono sopportarlo”.

    

A Israele non si chiede di rinunciare a una provincia, ma semplicemente di cessare di esistere. Contro lo stato ebraico è in corso una guerra santa, una guerra totale. Non ci si venga a raccontare di guerra di liberazione (…) Israele è una delle due sole democrazie occidentali che affrontano costantemente un ambiente avverso sin dalla propria creazione (l’altra è la Corea del Sud).

  

Israele è più vecchio di oltre metà delle democrazie nel mondo e appartiene a un piccolo gruppo di paesi – Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada tra loro – che non hanno mai sofferto intervalli di governo non democratico. Nonostante fin dall’inizio Israele sia minacciato incessantemente di distruzione, mai una volta ha ceduto alle pressioni della guerra che spesso sbriciolano le democrazie. Quale altra democrazia darebbe l’immunità ai parlamentari arabi che lodano i terroristi che giurano di distruggerlo? Quasi tutti i resoconti dei media suggeriscono che la democrazia in Israele “è in pericolo”. Nessuno sembra mai riflettere che, mettendo radici in condizioni a dir poco ostili, sostenuta da una cittadinanza proveniente dal mondo arabo estranea al pensiero liberale occidentale, Israele è come spuntato letteralmente dal nulla (…) La volontà israeliana di pace – espressa dai suoi giornali, dai suoi scrittori, dai suoi politici, dai suoi tanti sondaggi – è stata sempre ricambiata con il terrore e la morte. Per questo oggi è inaccettabile l’idea di una pace imposta a Israele sotto attacco e sotto la minaccia di sterminio pronunciata da parte della Repubblica islamica dell’Iran e dei suoi satelliti. Voler spingere Israele a ulteriori concessioni territoriali e politiche senza contraccambio significa consegnarlo nelle mani del nemico senza garanzia. Israele, uno stato grande come il Belize, ha sradicato tutti i 21 insediamenti a Gaza, insediamenti decisivi per la sua sicurezza, e in cambio ha ricevuto la guerra, non la pace. Israele non ha più interesse per la guerra dell’Italia. L’unica ragione per cui Israele va in guerra è difendersi. E deve difendersi perché, a differenza dell’Italia, Israele è circondato da paesi e gruppi armati che vogliono distruggerlo (...) Perché la causa d’Israele dovrebbe scaldare i non ebrei? Israele è uno stato minuscolo. Un jet da combattimento può coprire lo spazio tra i due punti più distanti di Israele in meno di 10 minuti. Se ci si arrampica sulle vette del Gush Etzion, a poche miglia da Gerusalemme, si riesce a vedere Israele da un capo all’altro. È come se dalla Statua della libertà di New York si riuscisse a vedere la baia di San Francisco. Il mondo arabo-islamico occupa 800 volte la terra d’Israele. Di 8 milioni è l’attuale popolazione d’Israele, mentre il mondo arabo, senza contare Iran e Turchia, ammonta a 423 milioni di persone. Cosa rende così speciale questa testarda cimice che si è incuneata nel deserto mediorientale, facendolo fiorire di democrazia, monoteismo biblico e benessere? Israele si trova in medio oriente, ma è la linfa dell’occidente come insieme di valori, tradizione e speranze. “Israele è il fulcro della civiltà occidentale” ha detto l’ex premier spagnolo José Maria Aznar. Oggi purtroppo si deve spesso difendere Israele dall’occidente. Israele non è perfetto; nessuno stato lo è. Ma è molto più vicino alla perfezione di tutto ciò che lo circonda. Stati falliti, dittature oppressive, stati terroristici, stati esportatori di terrorismo e dispotismi orientali. Tutto ciò contribuisce all’instabilità nella regione e nel mondo mentre Israele contribuisce alla stabilità e, cosa più importante, alla sicurezza internazionale. Secondo il compianto studioso americano-libanese Fouad Ajami, Israele è stato indispensabile agli interessi occidentali perché, storicamente, ha spezzato il panarabismo e il panislamismo. Ancora nel 1993, molto prima che il terrorismo islamico lanciasse i suoi attacchi contro tutto l’Occidente, Isaak Rabin disse: “La nostra lotta contro il terrorismo islamico è anche intesa a risvegliare il mondo, che sta dormendo”. Israele è in questo momento il fronte più esposto della civiltà occidentale. Per questo non è più tollerabile la mistificazione elevata a sistema di tanti occidentali che scambiano con perfida leggerezza gli aggrediti per aggressori.

  

George Gilder nel suo libro “The Israel Test” ha parlato dello stato ebraico come di “un leader della civiltà umana, del progresso tecnologico e dell’avanzamento scientifico, bastione del progresso e della prosperità”.

  

Bellow scrisse di Israele: “E’ sia Sparta sia Atene, non so come fanno a sopportarlo”. L’unica democrazia contestata fin dal suo primo giorno

Israele è davvero la “linea verde” della civiltà occidentale. I 70 anni di Israele rappresentano fra i maggiori successi democratici e del progresso del nostro tempo. Sostenere Israele significa sostenere questi valori. Ebrei, arabi, drusi e altri siedono nel suo Parlamento e in altri uffici strategici. La legge israeliana è amministrata da giudici imparziali che condannano gli ebrei israeliani per violazioni dei diritti umani contro gli arabi, quando ciò è giustificato. La libertà di parola e di protesta sono tutelate con fermezza e orgoglio. Gli arabi israeliani, sia musulmani che cristiani, sono gli unici di tutto il medio oriente ad aver avuto l’opportunità di vivere in una società democratica e di godere dei benefici dello stato di diritto e delle opportunità che un moderno stato nazionale offre ai suoi cittadini secondo le norme di una società occidentale, compresa l’eguaglianza di genere. Non esiste un altro posto in medio oriente dove in una sola giornata puoi recarti in sinagoga a pregare, andare al lavoro per una grande azienda americana di high tech, incontrare un amico in un gay bar, andare al cinema e fare l’amore la sera con una donna non sposata. E fare tutto questo senza nascondersi e senza rischiare la vita. L’esistenza di Israele è un fastidioso, costante richiamo ai vicini despoti arabi che mantengono la propria popolazione in condizioni odiose: donne e minoranze sessuali trattate come esseri inferiori, cristiani uccisi e sfollati, bombardamenti della popolazione civile, giornalisti e scrittori in carcere o al patibolo, arretratezza economica, repressione politica.

   

Mentre la maggior parte degli israeliani ha cercato di incontrare i vicini arabi a metà strada, la stragrande maggioranza degli arabi, e sicuramente molti dei loro leader, si aggrappa ancora al desiderio di vedere la definitiva distruzione di Israele, un avamposto solitario e resiliente della democrazia e del capitalismo in una regione che finora ha sempre rigettato e combattuto i valori occidentali. Soltanto in Israele la “primavera araba” ha avuto successo (…) Israele è una delle più autentiche democrazie che esistano al mondo, al pari dell’Italia, della Francia e della Germania; ogni problema, tranne ovviamente alcuni problemi militari, sono dibattuti pubblicamente in Parlamento e discussi dai giornali con la più ampia libertà di opinione. L’esercito israeliano ha regole d’ingaggio uniche al mondo. L’economia è passata da un modello socialista a un’economia di mercato. Israele oggi ha 4.000 startup e raccoglie venture capital pro capite a un ritmo due volte e mezzo superiore agli Stati Uniti e 30 volte all’Europa. Tutto questo mentre Israele resisteva alle Intifade, al terrorismo, ai missili, all’ostilità nei forum internazionali.

  

Intanto, l’ombra del settimo giorno continua a stagliarsi nel futuro di Israele. Basta pensare al film “2048” del regista Yaron Kaftori. Israele non esiste più. C’è un bibliotecario a Berlino che cura il memoriale della cultura sionista, c’è una ex israeliana che ha aperto un ristorante in Canada, c’è la profuga che si è fermata a Cipro per essere più vicina a Sion. Si scopre un video girato nel 2008 per le celebrazioni per il sessantesimo anniversario dalla nascita dello stato ebraico. Israeliani davanti al fumo del barbecue il giorno della festa dell’indipendenza, mentre rispondono alla domanda: come sarà il centesimo compleanno?

  

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