Una scena di "Cooked", la serie diretta da Alex Gibney

Popcorn Berlinale

Post it sul frigorifero: recuperare subito "Cooked", la serie diretta da Alex Gibney

Mariarosa Mancuso
“Make food not war” era il motto di questa decima edizione, piuttosto coraggioso se si pensa alla litigiosità degli chef. Con l’aggravante dei futili motivi, vedi l’aglio nella carbonara: succede, quando il mondo ascolta in religioso silenzio solo la gente che impiatta.

Berlichef. Non si fa mai in tempo ad andarci, essendo la Berlinale la somma di vari festival. Concorso e fuori concorso già impegnano, ancor più quando viene messo in gara un film filippino lungo otto ore (“A Lullaby to the Sorrowful Mystery” di Lav Diaz, perfino i fan sfegatati sono usciti perplessi). La sezione “Panorama” propone film e documentari spesso più interessanti e originali (capita di ridere, perfino, tra un pianto e l’altro sui mali del mondo). La sezione “Forum” ospita i titoli più sperimentali (ma così sperimentali che certe volte è difficile rimanere seri).

 

Anche tralasciando la sezione Perspektive Deutsches Kino – l’equivalente del Panorama Italiano alla Mostra di Venezia, già sono scarsi i tedeschi del concorso, figuriamoci gli altri – mai avanza il tempo per vedere qualche film del programma Kulinarischen Kino. Cinema che racconta il cibo: anche lì, si capisce, sono passati dalla currywurst divorata per strada al dibattito sullo scalogno.

 

“Make food not war” era il motto di questa decima edizione, piuttosto coraggioso se si pensa alla litigiosità degli chef. Con l’aggravante dei futili motivi, vedi l’aglio nella carbonara: succede, quando il mondo ascolta in religioso silenzio solo la gente che impiatta. Undici i film in programma, tutti sugli addentellati politici e culturali delle cibarie. Alla fine di certe proiezioni, selezionatissimi chef si mettevano ai fornelli per servire agli spettatori una cenetta in tema.

 

Subito esauriti i posti – nel ristorante della Martin Gropius Bau – per Andoni Luis Aduriz, titolare del “Mugaritz” di San Sebastian. I rimasti fuori potevano rifarsi con il cibo di strada, servito da furgoncini allineati a poca distanza dal festival – cibo per migranti, in un festival con molti film sui migranti, e naturalmente l’associazione non è nostra, che siamo cinici e quindi rispettosi delle sofferenze altrui. (Per gusti più ruvidi, rimaneva sempre la currywurst, perfetto junk food per accompagnare certi junk film che pesano sullo stomaco).

 

Ci siamo persi quindi il documentario Noma – My Perfect Storm di Pierre Deschamps, sullo chef René Redzepi: nel suo ristorante (Noma, a Copenhagen) ha inventato la New Nordic Cuisine. Da accoppiare alla gran quantità di romanzi gialli venuti dal freddo, dopo il successo di Stieg Lasson con “Uomini che odiano le donne”. Ci siamo persi “Need for Meet”, la passione per la carne – intesa come bistecca – di un giornalista di Amsterdam. Ci siamo persi “Wanton Mee” by Eric Khoo, ovvero la trasformazione del cibo di strada a Singapore, colpa della globalizzazione. Unico rimpianto, la serie “Cooked”, tratta dal bellissimo libro di Michael Pollan intitolato “Cotto” (Adelphi). Prodotta da Netflix, diretta da Alex Gibney che in “Going Clear” ha indagato su Scientology, va ricuperata alla prima occasione.

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