Christopher Lee (foto LaPresse)

Perché Christopher Lee è stato l'ultimo vero vampiro maschio

Mariarosa Mancuso
Si direbbe uscito da una puntata dei Simpson, puntata speciale natalizia incrociata con la puntata speciale Halloween. Christopher Lee seduto sullo sgabello, chitarra elettrica, in copertina la scritta “A Heavy Metal Christmas”.

Si direbbe uscito da una puntata dei Simpson, puntata speciale natalizia incrociata con la puntata speciale Halloween. Christopher Lee seduto sullo sgabello, chitarra elettrica, in copertina la scritta “A Heavy Metal Christmas”. Titolo dei brani riarrangiati: “Silent Night” e “Jingle Hell”, che nel 2013 si piazzò al posto numero 22 nella classifica di Billboard (l’attore convertito al genere fracassone si guadagnò un altro record: l’unico musicista novantenne mai entrato nella top 100). Non recitava solo Dracula, e non recitava solo Saruman, il ruolo che lo ha fatto entrare nel cuore dei fanatici tolkienisti. Oltre a suonare, ogni giorno esercitava la sua voce da baritono.

 

Preferiamo i canini appuntiti, e certe sopracciglia spesse come moquette, alla tonaca bianca con cappello e scettro. Le storie di vampiri si capiscono, mentre un Saruman che prima fa tanto il saggio, poi cade sotto l’incantesimo dell’oscuro signore Sauron (ma almeno i nomi, di grazia, non si potevano fare diversi?), pare una complicazione per il gusto della complicazione. A fare il vampiro Christopher Lee c’era finito per caso, e più avanti si lamenterà con i dirigenti della britannica Hammer Film perché non gli facevano recitare le vere battute del Dracula scritto da Bram Stoker. Capita, quando uno cresce a Belgravia – figlio di un colonnello e di una contessa italiana di nome Carandini – e sembra meglio avviato a una carriera diplomatica, che a sdraiarsi nella bara con il mantello di raso.

 

All’epoca i vampiri erano adulti, pericolosi e seducenti, nessuna parentela con gli eterni adolescenti di “Twilight” (“morderti sul collo solo dopo il matrimonio? ma cara, non è così che funzionano le cose”). I vampiri non chiedevano: le buone maniere sono arrivate dopo, con Catherine Deneuve e David Bowie (in “Miriam si sveglia a mezzanotte” di Tony Scott) e più di recente con “Only Lovers Left Alive” di Jim Jarmusch.

 

[**Video_box_2**]Il secondo marito della contessa Carandini ebbe un rovescio di fortuna, il tenore di vita peggiorò, da Londra andarono in Svizzera. Ma sembra improbabile – come si legge su Wikipedia – che il giovane Christopher sia andato a fare il garzone “in un chiosco di fondue” per portare soldi a casa. Si arruolò nella RAF, e a 35 anni era pronto per il suo primo film dell’orrore: non il conte Dracula ma la creatura di Frankenstein (in “La maschera di Frankenstein”). Per niente somigliante al patchwork di cadaveri che verrà poi – morsetti, manone e sotto il trucco la faccia di Boris Karloff – si alza dal tavolo anatomico bendato come una mummia. Tolte le fasce, ha il volto martoriato dalle cicatrici. Nella scena successiva il mostro rimedia un cappottino doppiopetto, mentre il volto si spiana quanto basta per gemellarlo con “L’urlo” di Edvard Munch. “Please try not to faint”, raccomandava il manifesto, promettendo allo spettatore orrori mai visti. Nello splendido Technicolor dell’epoca.

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