Silvia, sua madre e l'abbraccio di Pontormo. Il cuore di una foto

Maurizio Crippa

La fotografia della giovane cooperante che, appena arrivata all'aeroporto di Ciampino, piange stretta alla mamma riaccende la memoria di un quadro magnifico e altrettanto pieno di gioia stupìta

Milano. “Concentriamoci sul sorriso”, ha detto Francesco Storace, oggi direttore del Secolo d’Italia, uno che non è mai andato famoso come critico d’arte. Ma nella canea del “giallo” del riscatto e della conversione, rimestata dagli stolti che “la volevamo veder tornare in una bara”, ha brillato per colpo d’occhio e senso dell’umano. E pure della notizia. Ci sono spesso, nelle situazioni indecifrabili, degli istanti rivelatori che semplificano le idee. Si chiamano appunto istantanee. In realtà la fotografia su cui soffermarsi, l’attimo illuminante, non è quella di un sorriso. Ma quella di un abbraccio e di un pianto. La madre di Silvia Romano che stringe la figlia al seno, la bacia mentre lei piange sotto al suo nuovo velo verde. Quell’abito con cui è scesa a Ciampino dall’aereo che la riportava a casa da Mogadiscio: uno jilbab, l’abito delle donne islamiche somale. Prima ancora che i social cominciassero a martellarsi la domanda, “si è convertita?”, il colpo di fortuna di uno scatto ben trovato lasciava intuire – a chi non fosse preventivamente offuscato dall’odio o dall’avarizia dei soldi – che c’era qualcosa di religioso, cioè di profondo, in quel gesto. Ed era l’unica cosa che in quel momento contava. Poteva essere morta, invece è tornata. La consolazione di un abbraccio, lo sciogliersi di un ritorno dopo la lunga prigionia. No question, no answer. Il resto riguarda il dopo, riguarderà loro. All’inizio c’è solo l’immagine stessa dell’accoglienza, della maternità e dell’amore filiale. Sarà tornata diversa, in quell’abito verde? Forse una madre lo sa già.

 


 

Foto LaPresse 


 

Per quegli strani giri che fa la memoria, la fotografia di Silvia e di sua madre riaccende quella di un quadro magnifico e altrettanto pieno di gioia stupìta, la Visitazione detta di Carmignano che Jacopo Pontormo dipinse nel 1528. Maria la Madre di Gesù va a trovare la cugina Elisabetta, la madre del Battista. Forse la suggestione, oltre al fatto che sono due donne, sta nell’abito verde di una delle due, in questo caso la più vecchia. A differenza della fotografia, non si sono ancora abbracciate. Si abbracceranno tra poco, ma non ancora. Non ancora. Prima c’è la gioia di essersi ritrovate e l’esitazione, che è tutta negli occhi di Elisabetta, di fronte a un mistero che le accomuna – e che mistero: sono incinte, e una delle due molto avanti con gli anni. Visibilmente: i corpi rigonfi sotto il panneggio degli abiti. Una delle insinuazioni di chi avrebbe preferito che Silvia non tornasse affatto è stata che era “evidentemente incinta”, scambiando lo jilbab per un premaman.

  


 Visitazione di Carmignano, Pontorno (1528-1530)


  

Il mistero di Silvia, a parte la bufala della gravidanza, è quello della sua nuova fede (del riscatto si occuperanno gli altri). Un giallo, hanno scritto tutti, anche se il colore è il verde. Il verde del suo mantello islamico, verde come quello di Elisabetta per Pontormo (spesso Elisabetta è rappresentata con la veste di questo colore, anche se il verde appartiene all’iconografia di Sant’Anna, la madre della Madonna, poiché ha portato in grembo la speranza del mondo). Si era fatta dare o le avevano dato un Corano. Si è convertita, la cerimonia è “durata pochi minuti, in cui ho espresso la mia volontà di diventare musulmana”. C’è qualcuno che può spiegare, per giunta senza sapere, una cosa così? Si può dubitare della volontarietà e persino, chi preferisca, della buona idea. È noto che moltissimi dei rapiti da terroristi islamici tornano “convertiti”, esiste la vita da salvare ed esiste anche la sindrome di Stoccolma. Il martirio cristiano è un dono e una virtù, come per i monaci di Tibhirine di Uomini di Dio. Non un obbligo, per la volontaria di una ong. Niente giallo, roba da odiatori o da bigotti. Il mistero sta tutto in una profondità che si vede a occhio nudo, ed è per prima cosa l’essenza di conforto. Lo stupore di una madre che sa o forse non sa, ma che importa com’è vestita. “Bisogna fare festa perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. È la parabola detta del Figlio prodigo, che invece è la parabola del padre misericordioso. Che non sta a guardare il colore dell’abito.

Di più su questi argomenti:
  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"