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La strategia per le aree interne funzionava. Poi è arrivato il M5s

L'Europa accoglie e premia la sperimentazione italiana. Ma l'eliminazione della figura del coordinatore rischia di far fallire un progetto ambizioso

24 Agosto 2019 alle 06:13

La strategia per le aree interne funzionava. Poi è arrivato il M5s

Civita di Bagnoregio

Roma. L’Italia è tutta un paese. Circa il 60 per cento del territorio nazionale è puntellato di piccoli comuni con una popolazione di poche centinaia, a volte decine di abitanti. La metà dei comuni italiani fa parte di questa categoria e qui vive il 22 per cento della popolazione. Questi luoghi spesso sono lontani dai servizi essenziali come scuola, sanità e mobilità; soffrono di una forte emigrazione e di un sostanziale calo demografico. Queste zone, denominate “aree interne”, hanno subìto, a partire dalla metà del secolo scorso, una graduale marginalizzazione. Solo negli ultimi anni la politica si è accorta della condizione critica in cui riversano questi borghi, e ha provato a invertire la tendenza. Nel 2012, per volontà dell’allora ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca, è stata avviata la costruzione di una Strategia nazionale per lo sviluppo delle Aree Interne (Snai) nell’ambito della Politica regionale di Coesione. Dopo una fase di definizione delle aree su cui sviluppare la strategia, sono state individuate 72 zone di intervento, di cui 32 nel Mezzogiorno. Dal punto di vista finanziario, per le 34 strategie approvate a ottobre del 2018 sono stati stanziati quasi 440 milioni di euro provenienti da fondi europei Sie (cioè i fondi Strutturali e di investimento europei) a cui si aggiungono 126 milioni di euro di risorse statali. Non una cifra enorme, ma che per alcuni è un piccolo tesoretto se si pensa che molti comuni hanno bilanci simili a quelli di una normale famiglia di classe media. 

 

E’ complesso esprimere un giudizio netto sulla bontà di questi interventi. Qualche conferma però è arrivata. Innanzitutto il “Forum dei cittadini delle Aree interne” ha definito la Snai una “politica coraggiosa e innovativa, ma proprio per questo ‘rischiosa’”. Inoltre, nell’incontro di maggio 2018, il forum si è confrontato “sulla necessità di garantire continuità alla strategia”. Un’altra conferma proviene da oltreconfine. Il Parlamento europeo ha deciso, nell’ambito della programmazione 2021-2027 del Fondo europeo di sviluppo regionale, lo stanziamento del 5 per cento di risorse a favore delle aree interne. Sarebbero, per l’Italia, non meno di tre miliardi. L’istituzione europea dunque accoglie la sperimentazione italiana di questi anni e la giudica non solo positiva, ma anche degna di essere “esportata” negli altri paesi dell’Unione. 

 

“La Snai su tutti i settori ha avuto un approccio corretto, di natura sussidiaria, che ha coinvolto le comunità locali e i sindaci in un approccio dal basso verso l’alto, responsabilizzando gli stessi a cercare delle sinergie per fare cose insieme”, spiega al Foglio il delegato alle aree interne dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) e deputato della Lega, Matteo Luigi Bianchi.

 

L’unica vera nota negativa del primo esperimento in ambito europeo sulle aree interne è “da ricercare, a mio avviso, nell’atavico problema italiano: la burocrazia tra enti, il rimbalzo delle responsabilità e delle tempistiche”, aggiunge Bianchi. “In questo senso, andrebbero responsabilizzate le regioni per l’approvazione degli apq (gli accordi di programma quadro, ndr). Alcune regioni come Lombardia e Liguria si sono dimostrate attente, altre meno”. Ecco perché a ottobre del 2018 sono state approvate solo 34 strategie su 72.

 

Ora però il rischio è che tanti sforzi non portino ad alcun risultato. “Quest’anno, a livello nazionale, è stata abolita la figura di coordinatore della Snai, che per tanti anni è stata Sabrina Lucatelli”, spiega al Foglio Micaela Fanelli, coordinatrice della delegazione italiana dei comuni al Comitato europeo delle regioni. Per questo motivo nei prossimi mesi la Federazione delle aree interne – organo che ha il compito di valorizzare le relazioni fra le aree e gli attori protagonisti delle strategie – presenterà alcune richieste per far fronte al depotenziamento delle strutture amministrative. Dunque, per una decisione avallata dalla ministra grillina Barbara Lezzi, ora tutto il progetto rischia di indebolirsi per seguire il mantra del centralismo. Decisione questa di sapore politico, dato che la Lucatelli era stata voluta ai tempi di Barca. 

 

Micaela Fanelli e Matteo Luigi Bianchi, seppur provenienti da famiglie politiche differenti – la Fanelli è del Partito democratico –, concordano sullo stesso punto. “Quello della Snai è uno strumento utile ma ancora troppo limitato. E questo perché il tema delle aree interne non ha ancora avuto spazio nelle policy nazionali. Servirebbe un ‘ministero per le Aree marginali’. Un dicastero per il sud non è sufficiente”, dice la Fanelli. Strano che non lo abbia ancora capito il Movimento 5 stelle, che da tempo parla di rilancio del sud ma che, per incompetenza o mancanza di visione, ora rischia di affossare un esperimento pioneristico a livello europeo.

Samuele Maccolini

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