E vai col liscio

Enrico Cicchetti

Così si è formato il country romagnolo, dalle aie all’imprenditorialità. Viaggio strapaesano sulle note di Casadei e del “punk da balera”

I vetri fumé per aggiustarsi il ciuffo di sfuggita, la scacchiera delle mattonelle sulla quale scivolano regine in strass, dagli otto agli ottanta anni, le scaglie iridescenti di una discoball, i Negroni a portata di bar. Oppure: faretti a colori primari che illuminano una pista improvvisata tra le Poste e la farmacia, che fanno scintillare i sax, le perline di sudore, le gote gonfie del trombettista. La grancassa che saltella a marcare lo zum-pa-pa di una mazurka. Che sia balera di provincia o dancing rivierasco, sagra di paese o di partito (oggi forse più padano che comunista), il liscio è legato a una memoria collettiva capace di farsi iconografia. L’Italia “ha raramente prodotto una musica capace di veicolare un immaginario riconoscibile e carico di suggestioni della stessa forza ed efficacia del liscio romagnolo, così ingenuo eppure così imprenditoriale”, ha scritto Federico Savini su Blow Up. Ma che cosa resta, oggi, di quelle diapositive fatte di “casolari bucolici, belle ‘burdele fresche e campagnole’, galli da rimorchio, imprese erotiche tra i filari delle vigne e vernacolare nostalgia di casa”? Secondo i dati del Mei (Meeting etichette indipendenti), nel 2018 il fatturato del liscio è stato di circa 20 milioni di euro, considerando anche l’indotto delle orchestre e delle scuole di ballo. E’ un’industria – con cooperative, mezzi di trasporto, tecnici e impianti – che muove orchestrali su e giù per il centro-nord Italia. Un grande circo di personaggi un po’ folli, che rappresenta però una realtà produttiva vivace. E che non ha intenzione di arrendersi alla dance. Per conoscerla conviene fare il giro largo, partire con un lento e poi accelerare.

 

Che cosa resta, oggi, di quelle diapositive fatte di “casolari bucolici, imprese erotiche tra i filari e vernacolare nostalgia di casa”?

“Pronto? Cercavo la signora Riccarda”. Prima di scoprire dalla sua voce raggiante di ragazzina settantenne che non bisogna mai (mai!) chiamarla signora, il tempo dell’attesa telefonica alle Edizioni Musicali Casadei Sonora è riempito dalle note di Romagna mia. L’inno unofficial della Riviera, è stato composto 65 anni fa dal padre di Riccarda, Secondo Casadei, l’Enea romagnolo destinato dal fato alla fondazione del liscio. O meglio, destinato a fare uscire dagli umidi “camaròn” o dalle aie polverose quella che allora era chiamata semplicemente musica da ballo romagnola. Secondo inizia a suonare con Carlo Brighi, il mitico Zaclén, capostipite del genere. Ma poi alla formazione base (clarinetto in do, due violini, contrabbasso e chitarra), aggiunge due strumenti inusuali per quei tempi: il sassofono e la batteria. E così fa ballare anche i sassi. Parola di Riccarda. “Il termine liscio, l’ha sentito alla fine della sua vita – spiega – a inventarlo è stato il nipote Raoul negli anni Settanta”. Raoul, maestro elementare che prenderà le redini dell’orchestra di famiglia e verrà incoronato re del liscio durante il boom del genere. Che coincide con il boom turistico di cui le orchestre diventano la colonna sonora, quando Rimini e Forlì si erano convinte di essere Miami e Broadway. Ma prima delle paillettes e dei Festivalbar, il liscio c’era già. “Il ballo è un rozzo tentativo di entrare nel ritmo della vita”, diceva George Bernard Shaw. E il ritmo vitale del liscio ha la semplicità che viene dalla terra, ha la cantilena che sa di campagna di un dialetto duro ma buffo – parghèr (aratro), sciadùr (mattarello), baghìn (maiale). “C’è ancora chi ci porta il cappone, le uova fresche, chi ci regala il salame e le salsicce quando ammazza il maiale”, dice Riccarda. “Dal liscio traspare il carattere romagnolo, allegro ma con una vena di malinconia. Siamo gente coriacea, dalla testa dura”. Se Secondo non fosse stato un temibile cocciuto, per esempio, probabilmente oggi non ci sarebbe il liscio.

 

Riccarda Casadei è felicissima ed emozionata – “di solito sto dietro alla scrivania”, spiega – perché venerdì 26 luglio il Premio nazionale città di Loano, il principale appuntamento italiano per la musica di tradizione, ha dedicato una giornata al liscio e a suo padre. Quel testardo di “Casadei il liberatore”, “l’uomo che sconfisse il boogie” come scrisse Dino Biondi sul Resto del Carlino nel 1967. “Dopo la guerra e con l’arrivo degli alleati”, continua Riccarda, “imperversava tutto quello che veniva dall’America, i ritmi alla Glenn Miller, il boogie woogie. Se l’orchestra iniziava un valzerino veniva subissata di fischi. Il mio babbo allora ha lavorato di astuzia: preparava l’orchestra con i ritmi che andavano di moda, con trombe e tromboni. Poi, quando la pista era piena, si apriva la strada con Sul bel Danubio blu o La vedova allegra. ‘Non fischieranno mica Franz Lehár o Strauss!’, diceva. E poi attaccava con la musica romagnola. Insomma, grazie alla sua testardaggine riuscì a riconquistare i gusti musicali e la popolarità. Il suo unico difetto era l’amore esagerato per la musica. Andò a suonare anche la prima notte di nozze e persino sotto le bombe riuscì a comporre più di 200 brani. Quella passione ce la iniettava anche a noi, come una droga: nelle sue favole, la nonna di Cappuccetto rosso aveva una scuola di ballo nel bosco, Pinocchio era un clarinettista e i sette nani un’orchestra. I nostri pappagallini si chiamavano Mambo e Rumba, il gatto Mibemolle, i cani Jazz, Rock e Boogie, le gallinelle Butterfly e Turandot, il gallo Caruso. Per fare più di 380 concerti all’anno, perché a volte si suonava sia la mattina sia la sera, bisogna nascere con la passione”. E c’è chi la passione se la porta ovunque, anche nell’aldilà. “La settimana scorsa – aggiunge Casadei – siamo stati in provincia di Ferrara, dove una vecchietta aveva lasciato la lista con tutte le polke che voleva suonate al suo funerale. Prima i preti si lamentavano, ma ultimamente l’accettano di buon grado:l’orchestra porta allegria, e nel momento in cui si va in paradiso c’è da festeggiare”.

 

Camion, tendoni, fruste. Un’industria professionale ma che sa un po’ di pionieri e di circo. “Ma il pubblico è al centro della pista”

Non c’è solo Loano a interessarsi al liscio. Ad aprile scorso è uscito al cinema Tutto Liscio di Igor Maltagliati, con Maria Grazia Cucinotta, Piero Maggiò e Ivano Marescotti. Un segnale del ritorno di fiamma? Può darsi, anche a giudicare dal successo di locali come La Balera dell’Ortica di Milano che hanno fatto tornare di tendenza tra i trentenni i balli da sala. Una seconda giovinezza tra tendoni e lumini, per locali nei quali, come ha scritto Paola Cereda in Confessioni audaci di un ballerino di liscio, è “tutto un incollarsi di camicie e gomiti e petti e sguardi in quel luogo speciale che è la pista, dove la vita rinuncia a presentare il conto, anche per una sera soltanto”. Merito anche di gruppi come Extraliscio di Moreno Conficconi (virtuoso del clarinetto e fedele interprete di polke e mazurke), Mirco Mariani (polistrumentista che suona con artisti come Vinicio Capossela e Arto Lindasy) e Mauro Ferrara (cantante sbocciato nell’universo della musica romagnola), che con il loro “punk da balera” proiettano nel futuro un’attitudine d’altri tempi. Capace di fare sgambettare dal Grand Hotel di Rimini al centro sociale Tpo di Bologna.

 

Nel 2018 il fatturato del liscio è stato di circa 20 milioni di euro, considerando anche l’indotto delle orchestre e delle scuole di ballo

Se fosse nato in Texas, Moreno “Il Biondo” Conficconi andrebbe in giro con un cappello da cowboy, un banjo e la sua band di musica bluegrass. Ma è nato a Meldola, provincia di Forlì, e qui il country non c’è. Anche se, a pensarci bene, “Quando ti penso vorrei tornare / alla mia bella, al casolare” non è troppo diverso da “Country roads, take me home / To the place I belong”. Casco platino e risata contagiosa, ci dice che il liscio è più vivo che mai perché “non va contro le mode ma le interpreta e le fa sue. Cerchiamo di avvicinarle il più possibile con l’obiettivo di esaltare la nostra musica, di fare qualcosa di personale sull’onda di ciò che piace al pubblico. Che rimane il cuore del liscio. Perché spesso non è la musica ma sono i locali a essere vecchi: anche se hanno rinnovato le poltrone, la polvere è entrata nei muri. In molti locali i giovani non si sentono accolti: bisogna prenotare, ci sono regole rigide, spesso non c’è spazio dove stare in gruppo, non c’è modo di sgranocchiare qualcosa. C’è più folklore nei circoli, dove si balla, si mangia e si può stare insieme. Al liscio auguro di ritrovare i sapori della cantina, quell’energia delle feste con la sporta del mangiare, a casa con gli amici. Il suo suono che riparte, quella vita sonora che io cerco di trovare suonando all’alba in spiaggia, senza amplificazione”. Perché, nonostante non siano più dei ragazzini, “quelli del liscio” non dormono mai. “Non riesco a dire di no a un concertino alle sei in Riviera – dice Il Biondo – anche se magari ho passato la notte a suonare a Pordenone. Siamo fuori di testa”. Mauro, Mirco e Moreno sono davvero rock’n’roll. A prima vista sembrano dei notai, vestiti di tutto punto come vuole la tradizione di Casadei, che da figlio di sarti quale era, introdusse le eleganti divise che divennero un marchio per tutte le orchestre romagnole. Ma poi sul palco si scatenano. E in effetti anche il rock di punta si è accorto che tra Ravenna e Cattolica c’è roba che scotta. Nell’Orchestrina di Molto Agevole, ad esempio, sono confluiti artisti di formazioni blasonate come Afterhours, Baustelle, Mariposa e Calibro 35, entusiasti di proporre uno stile che per decenni è stato considerato démodé.

 

“Torniamo da Ferrara, dove una vecchietta aveva lasciato la lista delle polke che voleva suonate al suo funerale”, dice Casadei

Per dieci anni Conficconi è stato il braccio destro di Raoul Casadei – “era il mio sogno da bambino”, confessa – ma ha suonato anche con Tito Puente, Gloria Gaynor, Elio e le Storie Tese (nel 1996 ha firmato l’arrangiamento della Terra dei cachi). Il 10 luglio scorso, insieme alla sua altra band, l’Orchestra Grande Evento, ha aperto il palco di Jovanotti a Rimini, davanti a cinquantamila persone. “Sono convinto che la fortuna del folk, la sua rinascita, sarà legata ai tanti artisti che la raccontano in maniera originale. Se a Napoli funziona, in Salento pure, perché in Riviera non dovrebbe succedere?”. E del resto i numeri ci sono. In Emilia-Romagna, che è l’epicentro del fenomeno, si contano almeno 100 orchestre professioniste e 100 semi-professioniste con una media di cinque musicisti ciascuna. Altrettante sono sparse nel resto d’Italia. Il Mei ogni anno organizza un contest chiamato Liscio nella rete per valorizzare giovani artisti che rinnovano il genere. Così nel 2017 ha vinto il liscio-rock della band milanese Putiferio, nel 2018 la versione dance dei fiorentini Ghiaccioli e branzini e nel 2019 la fisarmonica di Christian Ravaglioli. Insomma, anche oggi attorno al liscio si muove un giro d’affari notevole. “Questa musica dà da mangiare a migliaia di famiglie”, aggiunge Conficconi, che oltre a essere musicista è imprenditore: “Il liscio è un fenomeno industriale. Con l’Orchestra Grande Evento, ad esempio, facciamo 15 o 20 serate al mese. Ho i miei service, i miei camion e lo Sprinter 9 posti per gli orchestrali, due tecnici a supporto, la struttura luci, gli impianti. Ho un’associazione, acquisto e rinnovo il materiale, compilo le buste paga. E’ un’impresa a tutti gli effetti”.

 

Un’industria del tutto professionale ma che sa un po’ di pionieri e un po’ di circensi. “Qualcosa del circo c’è”, conferma Conficconi. “Il girare sempre, i tendoni, il ballo a palchetto, addirittura gli s’ciucarén”, gli schioccatori di fruste dalle antiche tradizioni romagnole che producono schiocchi a tempo di musica. “E poi il far felice la gente per un paio d’ore. Essere il desiderio dei bambini. Non sai quante volte incontro genitori che mi dicono ‘Il bocia lo addormento con le tue canzoni’. Ma la differenza è che il circense è al centro della pista, noi siamo fuori e al centro c’è il pubblico”.

 

Forse lo farebbe sorridere, ma Il Biondo la pensa più o meno come il mistico armeno Georges Ivanovič Gurdjieff, quando scriveva che “i rituali, come le danze antiche, erano una guida, un libro in cui era scritta la verità. Ma per capirli bisogna averne la chiave. Anche le vecchie danze popolari hanno un senso; ce ne sono persino alcune che racchiudono delle ricette per fare la marmellata”. La ricetta del liscio, secondo Moreno, è sregolatezza da rock star e regolarità da concertisti: “Io i brani li suono sempre alla stessa maniera. Col mio carattere magari, ma il liscio non è jazz, non si improvvisa. E’ più come la musica classica, va suonato con esattezza. Se no il ballerino se ne accorge. Il nostro più grande terrore è l’uomo col cappello. Sì, quel tipo che ascolta sotto palco: se inizia a fare no con la testa, è un brutto segno”. In fondo, come scrive ancora Savini, “se aver saputo creare un’iconografia e un suono inconfondibili conta qualcosa, se averci costruito intorno un’autentica industria conta qualcosa, se la sfacciataggine di cancellare dalla memoria collettiva tutto quello che di musicale preesisteva in quella terra conta qualcosa, allora il liscio romagnolo non è solo il country italiano, ma forse la sola forma di musica rock che l’Italia abbia mai prodotto”. E, come il rock, anche il liscio never dies.