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Così le organizzazioni criminali cinesi in Italia hanno messo le mani su trasporti e rifiuti

La mafia cinese "si caratterizza per una capacità ormai consolidata di gestire la logistica in termini di trasporto su gomma a livello europeo", dice Antonio de Bonis, coordinatore dell’associazione di ricerca Geocrime Academy

12 Giugno 2019 alle 09:50

Così le organizzazioni criminali cinesi in Italia hanno messo le mani su trasporti e rifiuti

Immagine tratta dal film "I figli del fiume giallo' di Jia Zhangke

Roma. “Non chiamatele mafie minori. La mafia nigeriana, quella cinese e quella georgiana sono organizzazioni criminali pericolose quanto le altre mafie”. Secondo Antonio de Bonis, coordinatore dell’associazione di ricerca Geocrime Academy con passate esperienze nell’Arma dei Carabinieri in attività contro il terrorismo e contro la mafia, “la criminalità organizzata cinese in Italia si caratterizza per una capacità ormai consolidata di gestire la logistica in termini di trasporto su gomma a livello europeo, come è emerso a livello estremamente chiaro in una serie di indagini. Una, in particolare, iniziata due anni fa e che deve ancora andare a processo, ha delineato un’organizzazione capace di gestire tra Germania, Italia, Francia e Spagna tutto il traffico su ruota di container che poi finiscono nel business con la Cina. E poi c’è un altro filone importante d’inchiesta su cui hanno indagato i carabinieri forestali e che riguarda i rifiuti speciali. Sono sessantuno le aziende che esportano in Cina materiale plastico richiesto come materia prima per produrre oggetti da rivendere in Europa”. E questa capacità di gestire una logistica strutturata dà un vantaggio in termini sia economici e sia strategici. “La rete di relazioni a livello imprenditoriale per lo smaltimento dei rifiuti, grazie a una pletora di aziende, alla lunga ti può portare ad acquisire informazioni sul know how. Ed è questa la strategia più importante perseguita dalla Cina all’estero”.

 

De Bonis, animatore del convegno “Minaccia Ibrida: nuove dialettiche tra oriente ed occidente” in programma a Roma il 13 giugno prossimo, spiega che in realtà mentre le mani della mafia cinese su trasporto e rifiuti è accertata, “il loro rapporto con i servizi di Pechino non è provato”. Ma si lancia in un sospetto: “Chi conosce un minimo le dinamiche dei servizi cinesi all’estero sa come si muovono. E non solo i servizi cinesi”. E poi: “I nostri Servizi nella loro ultima relazione citano la mafia nigeriana come potenziale minaccia proveniente da mafie straniere, ma non citano affatto la mafia cinese”. Coincidenze, De Bonis? “Non ci sono prove in tal senso. Ma il dubbio viene”.

 

I dubbi li toglie definitivamente Giuseppe Nicolosi, procuratore della Repubblica di Prato, una delle zone a più alta densità di immigrazione cinese. Nicolosi spiega al Foglio che in realtà, in Italia, c’è un certo “rigore normativo” per cui la definizione di mafia esige “un concreto e capillare controllo del territorio, ad esempio con l’esazione regolare del pizzo”. Una organizzazione criminale che come quella cinese controlla attività economiche e una comunità, ma non il territorio, e quindi “non può essere definita mafiosa”. Il procuratore i fenomeni mafiosi li conosce bene, “avendo fatto tutta la stagione dei processi per strage”. E riconosce che talvolta non definire certi fenomeni come mafie può portare a una sottovalutazione. “Si tratta invece di organizzazioni pericolose, che hanno un controllo di attività criminali cospicue: alberghi, prostituzione, droga. A parte è poi la questione nota del controllo ad esempio dell’attività economica sullo specifico pratese: che è il pronto moda”. E Nicolosi conferma anche le risultanze delle indagini che hanno evidenziato il ruolo dei “cinesi” in trasporto su gomma e rifiuti. “I due punti più salienti sono questi”. Se l’idea di una mafia assoggettata ai desiderata di Pechino è quantomai una fantasia complottista, e su cui anche Nicolosi conferma di non avere “riscontri di indagine”, il procuratore conferma un punto: “La mafia cinese è un’organizzazione la cui pericolosità è avvertita molto meno di quanto meriterebbe. La percezione sul campo è attenuata, e non dovrebbe”.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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