La manifestazione sit-in di protesta organizzato dal gruppo Fronte del Dissenso e Partito Comunista in piazza Santi Apostoli a Roma (Ansa) 

L'influenza russa in Italia passa da università e think tank

Francesco Corbisiero

Con Putin tornano in auge gli strumenti sovietici per indebolire gli stati senza scontri diretti, le cosiddette misure attive. "Ambasciate, centri di cultura e istituzioni russe" ne sono un veicolo. Un paper le racconta 

Atenei, istituti di ricerca, ex ambasciatori, riviste di geopolitica e vecchi militanti neofascisti insieme per difendere in Italia il punto di vista di Mosca. E' la rete che emerge dal paper su “L’influenza russa sulla cultura, sul mondo accademico e sui think tank italiani”, a cura di Massimiliano Di Pasquale e Luigi Sergio Germani, che descrive la ramificazione e l’impatto delle cosiddette "misure attive", condotte nel nostro paese dal 2014 a oggi. Si tratta, spiega al Foglio Germani, “di tutti gli strumenti strategici adoperati dai sovietici per indebolire un altro stato senza arrivare allo scontro diretto”. In concreto: costruzione di narrative a scopo disinformativo, sostegno a partiti politici sensibili alla linea del Cremlino, diplomazia aggressiva, manipolazione della storia, utilizzo delle risorse energetiche come arma di pressione. La dissoluzione dell’Urss segnò la caduta in disuso di questo tipo di operazioni. Tornate in auge, sotto vesti nuove, con l’arrivo al potere di Vladimir Putin. Del resto, secondo la dottrina Gerasimov, l’applicazione di mezzi non lineari risulta, in proporzione, quattro volte più efficace rispetto a quella di mezzi lineari. “Visti i risultati, tocca proprio dargli ragione”, ironizza Di Pasquale.

 

In Italia l’infiltrazione può vantare radici solide e antiche. “E’ stata possibile grazie al sostanziale anti americanismo di tutto il Pci e di settori non marginali della Dc. Senza trascurare l’area di estrema destra” ricorda Germani. “In passato serviva più tempo per rendere capillare la diffusione della disinformacija. Adesso, con l’aiuto del web, bastano poche settimane, se non qualche giorno”. Quanto alle complicità, il testo identifica due correnti di pensiero: gli euroasisti e i russlandversteher. I primi, più ideologici, guardano alla Russia come un modello di governo; i secondi, più pragmatici e istituzionali, propongono buone relazioni tra i due paesi sulla base di stretti rapporti diplomatici e redditizi accordi commerciali. “Entrambi, però, concorrono a impedire una reale comprensione della natura cleptocratica e dell’aggressività del regime russo. Etichettando ogni rilievo critico col nome di russofobia” sostiene Germani. Così – a cascata, dall’alto verso il basso – con un abile mix di stimoli politici, influenza culturale e attività di spionaggio, la Russia ha contribuito a orientare le opinioni e la conoscenza stessa legata ai propri interessi.

 

“La proliferazione non è avvenuta in modo spontaneo. Tenga a mente un dato: almeno il 40 per cento dei funzionari di ambasciata, centri di cultura e istituzioni russe in Italia è personale dei servizi sotto copertura. E svolge proprio misure attive”, conclude Germani. L’esperienza dell’intelligence russa in materia trova riscontro in un articolo del Mcu Journal del 2019. Un passaggio recita: “Mentre l’occidente tende a distinguere tra guerra e pace, per il pensiero russo gli stati sono impegnati di continuo nella lotta per garantirsi sicurezza, influenza e risorse. […] Essi portano avanti una guerra d’informazione, provano a influenzare le percezioni e i processi decisionali reciproci e scelgono come target le popolazioni nazionali e straniere, cercando di influenzarne la consapevolezza”.

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