Il bisogno di sentirsi dire: "Io non ho paura"

Tessa Jowell, il tumore, il bagno di nostalgia e il romanticismo del New Labour

30 Gennaio 2018 alle 06:00

Il bisogno di sentirsi dire: "Io non ho paura"

Tessa Jowell

Non ho paura, ha detto Tessa Jowell, parlando al Parlamento inglese, mentre attorno a lei si vedevano lacrime e si sentivano nasi soffiati. Non ho paura, ha detto Tessa Jowell, settant’anni, blairiana di quelle toste e determinate e indimenticabili, malata di cancro al cervello, con un cappello in testa e una sciarpa colorata che ravvivava il pallore e faceva splendere i suoi occhi colore dell’acqua. Il Regno Unito ha uno dei tassi di mortalità per tumore più alto dell’occidente, una diagnosi – spesso in ritardo – suona come una campana a morto, combattere è un’impresa vana. Ma c’è speranza ha detto la Jowell, con la voce sottile e qualche parola saltata – è il tumore che si porta via le sillabe, in modo casuale ma spietato, ha raccontato Tessa in un’intervista alla Bbc: la prima volta che ha capito che c’era qualcosa che non andava c’entravano le parole, anche lì, era salita sul taxi e non riusciva a dire niente – perché ci sono le persone, non soltanto le loro malattie, ci sono le comunità dei pazienti che si stringono e si aiutano. Un’informazione, un consiglio, un messaggio possono rendere un’intera giornata meno dolorosa, un’intera attesa meno dolorosa. Possiamo “vivere bene con il cancro, non soltanto morirne, tutti noi, per più tempo”, ha detto la Jowell, prima di risedersi e commuoversi anche lei.

 

 

La stagione della nostalgia sembra che non finisca più, e guardando la Jowell, sentendo il suo “non ho paura”, capendo che non si tratta di un incoraggiamento a se stessa, ma di una consapevolezza, torna in mente Philip Gould, uno degli architetti del New Labour, “il sondaggista” che dimenticava cappotti, borse, passaporti, piani elettorali ma non s’è mai fatto sfuggire un’intuizione. Gould è morto nel 2011, aveva 61 anni e un tumore all’esofago. L’aveva sconfitto due volte, prima di soccombere al terzo attacco, e aveva raccontato “la zona della morte”, mischiando il linguaggio che più eravamo abituati ad ascoltare da lui con quello nuovo di un malato terminale. La prima diagnosi è come un sondaggio poco favorevole, aveva detto Gould al suo amico Alastair Campbell, “dice che ce la possiamo ancora fare, ma siamo dentro al margine d’errore”. Aveva paura di tutto, Gould, anche di mettere la testa sott’acqua, e poi ha scoperto, quando gli hanno detto che mancava poco, tre mesi massimo, alla fine, di non aver più paura di nulla. Di non aver paura della morte, che è l’unica cosa cui pensi, cui tutti attorno a te pensano, mentre ti sorridono e trattengono le lacrime – e non è compassione, non è un funerale in vita, è paura.

 

 

Quando Gould morì, la stagione del New Labour era terminata, e c’era chi prendeva con un certo fastidio le dichiarazioni tipo “combattere il cancro è come fare una campagna elettorale”. Suonavano come un’ossessione, invece era la sintesi di un’idea, di una passione, di una causa, che andava oltre le persone, oltre i protagonisti, si diluiva e si ritrovava in ogni scampolo di vita, anche nella zona della morte. Venne fuori, in quel funerale, nel libro che Gould scrisse sul tumore, tutto il romanticismo del New Labour, che era stato intanto spazzato via dal cinismo della politica, e della realtà. Lo stesso romanticismo che ha fatto un guizzo negli occhi di Tessa Jowell, e anche nei nostri, che siamo spettatori irrimediabilmente nostalgici, ma che andiamo cercando, in mezzo a questa somma di solitudini che ci circonda, qualcuno che ci dica ancora, senza mentire, senza calcolare, senza guardare altrove, che si può davvero non avere paura.

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