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Che gran fatica è la presidenza Trump

Forse conviene occuparci sul serio dei nostri cuori spezzati

10 Gennaio 2017 alle 06:00

Donald Trump

Donald Trump (foto LaPresse)

Riposizionarsi, prendere appunti, adattarsi. Quando la possibilità che Donald Trump diventasse presidente era considerata prossima allo zero, alcuni dicevano: dai, se vince lui però ci si diverte. Più che un divertimento, gestire la presidenza Trump è una gran fatica: tocca rimangiarsi frasi dette quando The Donald pareva un’eventualità che non si sarebbe realizzata mai, tocca fissare appuntamenti, studiarsi i profili dei suoi collaboratori, non morire di propaganda russa, riorganizzare strategie, controllare Twitter ogni minuto. Boris Johnson, che è il ministro degli Esteri inglese e che spesso è stato paragonato a Trump pur non amando affatto il parallelismo, è corso in America per incontrare i trumpiani e aprire il primo canale ufficiale con il presidente eletto: c’è una Brexit da gestire, non si sa bene come, ed è necessario capire se dall’America arriverà un aiuto (commerciale, almeno) oppure no. Per spezzare la special relationship tra Trump e Nigel Farage, ex leader degli indipendentisti, il premier inglese Theresa May ha inviato prima i suoi due collaboratori più stretti, Nick Timothy e Fiona Hill, in una missione esplorativa e poi ha deciso che fosse il turno di Boris Johnson, che non è fidato ma è uno che forse sa comprendere – per affinità, ma non diteglielo che s’offende – l’istrionismo trumpiano. Inseguire Trump, riaccreditarsi, cancellare ironie del passato: forse non si fa prima a copiarlo? Pare – così hanno scritto Tom McTague e Charlie Cooper su Politico Europe – che Jeremy Corbyn voglia far suo il format Trump.

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Un collaboratore del leader del Labour britannico ha detto che la tattica trumpiana di utilizzare “la copertura mediatica negativa a proprio vantaggio” ha contribuito “a rafforzare il suo messaggio”: se la stampa non ti ama, fai finta che non esista, fattela da solo la tua copertura. Così ogni evento diventa un appuntamento mediatico imprescindibile, ogni tweet una notizia, ogni incontro una relazione diretta con il popolo senza l’intermediazione dei media o dell’establishment. Se non mi ami, ti ignoro, hanno deciso i corbyniani, “stare sulla difensiva non è utile”, l’indifferenza è la più acuminata delle armi. Invece che ribattere a ogni articolo sprezzante, il team del leader del Labour vuole far circolare i testi sui social dicendo: ecco, vedete, ci detestano perché noi non siamo come loro, non siamo l’élite, non ragioniamo secondo i loro canoni, e così diventiamo erbacce da estirpare. “Un candidato non convenzionale non può utilizzare i media in modo convenzionale”, dice un collaboratore corbyniano, confermando la ridefinizione dell’immagine del leader laburista, che è passata alla storia (si fa per dire) come la strategia non esattamente innovativa “let Corbyn be Corbyn”.

Ci vuole del talento a restare indifferenti, oltre che molta tenacia, chissà se il leader del Labour sa sopportare un peso simile. Per chi ancora non ha preso il coraggio di affrontare tale fatica, per chi non insegue, non copia, non prende appunti, per chi guarda e cerca di formarsi un’opinione, ciglia asciutte e un po’ di tumulto – per i liberali affranti, insomma – resta il monito di Meryl Streep, che alla serata dei Golden Globes ha citato Carrie Fisher, che era una grande conoscitrice delle fatiche. Non lagnatevi, non perdete tempo, prendete il vostro cuore spezzato e fateci qualcosa, trasformatelo in arte se siete capaci, o almeno non lasciatelo lì a marcire di discontento.

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