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Proclami e sciacalli

Come un Alfano qualsiasi, Salvini è finito vittima dello sciacallaggio mediatico di cui è maestro

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

22 Maggio 2019 alle 06:29

Proclami e sciacalli

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Poiché, per fortunata coincidenza, in quarta pagina ci scrivono Eugenia Roccella e Carlo Giovanardi, con la scusa di prendersela con Salvini ma con l’aria più che altro di voler sistemare qualche vecchio conto con Alfano, è bello qui ricordare onorevolmente il buon Angelino quando combatteva a mani nude il gran mare dell’immigrazione. E veniva quotidianamente sciacallato da Matteo Salvini, che ad ogni episodiuccio di cronaca passibile di essere messo in capo al Viminale diceva cose come “chi è al governo è un imbecille”. A Mirandola qualcuno dà fuoco al comando dei vigili, due minuti dopo hanno già beccato il marocchino funesto (noi aspetteremo la Cassazione: ma così, per puntiglio) e tre minuti dopo Salvini già tuitta: “Arrestato giovane immigrato nordafricano… Una preghiera e un abbraccio alle famiglie delle vittime. Altro che aprire i porti! Azzerare l’immigrazione clandestina, in Italia e in Europa, è un dovere morale: a casa tutti!”. Ma come con i selfie, oramai anche i proclami a Salvini cominciano a tornargli sempre in culo. Così, come un Alfano qualsiasi, Salvini è finito vittima dello sciacallaggio mediatico di cui è maestro. A partire dai Cinque stelle: “Dovrebbe essere proprio il Viminale a chiarire perché quell’uomo con intenzioni omicide era libero di circolare in giro in Italia. Se fosse stato già rimpatriato oggi non ci troveremmo davanti a questo problema”. In duplex (ormai sono sempre in duplex) con Zingaretti. “Salvini dovrebbe fare il ministro dell’Interno e garantire la sicurezza nelle città invece di fare demagogia”. Chi l’avrebbe detto, eh?

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