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Il ruggito del coniglio populista

I populismi cuor di leone che a colpi di rivoluzione avrebbero dovuto rivoltare l’Italia hanno fatto danni con le parole ma nei momenti chiave hanno deciso di non scassare tutto. Perché il dopo europee si può capire solo con il bluff del coraggio salviniano

16 Maggio 2019 alle 06:00

Il ruggito del coniglio populista

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Tigre o coniglio? Un tempo, Leo Longanesi diceva che la rivoluzione in Italia non si può fare perché ci conosciamo tutti. Oggi, osservando la pazza traiettoria di Salvini e Di Maio, Longanesi forse correggerebbe il tiro e direbbe che la rivoluzione in Italia non si può fare perché ormai li conosciamo tutti. Li conosciamo tutti nel senso che in un anno di governo i populisti cuor di leone che a colpi di rivoluzione avrebbero dovuto rivoltare l’Italia come un calzino hanno fatto molti danni con le loro parole (e lo spread che in dodici mesi è raddoppiato con una progressione da paese maiale, nel senso dei vecchi Pigs, è forse il danno più visibile) ma alla fine dei conti quando avrebbero potuto mostrare una piccola dose di coraggio hanno deciso, con la coda in mezzo alla gambe, di non rompere.

 

E’ andata così quando hanno proposto un ministro antieuro. E’ andata così quando hanno ipotizzato di chiedere alla Bce di cancellare 250 miliardi di debito pubblico. E’ andata così quando hanno promesso di sforare il 3 per cento. E’ andata così quando hanno promesso di togliere le sanzioni alla Russia. Il populismo che gioca molto con le balle, per fortuna dell’Italia mostra spesso di non avere le palle per scassare tutto quello che aveva promesso di scassare. E in questo senso, il tema del coraggio dei populisti tutti chiacchiere diversivo e distintivo, è forse quello centrale per provare a entrare nella testa di Matteo Salvini e cercare di anticipare la sua rotta futura.

 

Forse potremmo metterla così: e se Salvini non avesse affatto tutta questa voglia e tutto questo coraggio di lasciare ciò che ha per scoprire quello che un domani potrebbe avere? Negli ultimi dodici mesi, il primo governo populista d’Europa, tra una scazzottata e l’altra, ha dimostrato tutto sommato di trovarsi a suo agio nell’avere il massimo potere per governare l’Italia senza essere responsabile di nulla. C’è una Finanziaria che non va bene? E che problema c’è: la colpa è del ministro dell’Economia. C’è uno spread che sale all’impazzata? E che problema c’è: la colpa è del collega vicepremier. C’è un paese che brucia da un anno posti di lavoro? E che problema c’è: la colpa è dell’altro collega vicepremier. C’è un governo che gioca ogni giorno con la vita dei migranti salvati in mare? E che problema c’è: la colpa è di un ministro. C’è un paese che aumenta la pressione fiscale? E che problema c’è: la colpa è di un altro ministro.

 

I populisti di governo sono irresponsabili non solo nel senso che mostrano spesso un certo disinteresse per i guai da loro combinati in Italia ma anche nel senso che entrambi si trovano in una posizione non così sgradita potendo in modo più o meno credibile attribuire a qualcun altro i problemi causati al nostro paese. E dunque, arrivati a questo punto del nostro ragionamento, la domanda d’obbligo, e un po’ truce, riguarda il ministro dell’Interno: ma Salvini ha o no la stoffa, o le palle, per tentare di giocare il tutto per tutto e diventare dopo le europee presidente del Consiglio? Fino a qualche settimana fa, prima che Salvini diventasse il nemico pubblico numero degli striscioni d’Italia e prima che i selfie divenissero per il ministro dell’Interno più un punto di debolezza che un punto di forza, i sondaggi mostruosi della Lega, oltre il 37 per cento, suggerivano un’opzione concreta per il leader leghista subito dopo le europee, la stessa alla quale probabilmente deve aver pensato Giancarlo Giorgetti due giorni fa: rompere con questi incompetenti grillini e andare alle elezioni senza neppure Forza Italia e tentare l’all in che nel 2014 non tentò di fare Renzi dopo le europee boom. Di fronte a un risultato del genere, sarebbe difficile non immaginare un azzardo elettorale da parte di Salvini, ma con un risultato meno travolgente all’opzione presidente del Consiglio è possibile che il ministro dell’Interno preferisca la carta del coniglio.

 

Nulla di male e nulla di non comprensibile: si rivede il contratto di governo, si impapocchia una mini flat tax, si cerca di ottenere qualche miliardino in più di flessibilità, si fanno scattare alcune delle clausole di salvaguardia dell’Iva, e ieri il premier Giuseppe Conte ha ammesso che sarà difficile non farà aumentare l’Iva, si smette di litigare, si arriva alle nomine delle partecipate della prossima primavera, e poi si va avanti fino a che si può. Molti osservatori e molti elettori quando pensano a Salvini e alla sua cavalcata micidiale alla conquista dell’Italia danno per scontato che nelle corde del ministro dell’Interno ci sia non solo una buona dose di spregiudicatezza ma anche di coraggio. La spregiudicatezza la si vede ogni giorno quando Salvini gioca con la grammatica del fascismo, quando gioca con la xenofobia, quando gioca con la stabilità dei conti pubblici, quando gioca con i rendimenti dei titoli di stato. In un anno di governo, per fortuna dell’Italia, il Truce, e lo si vede anche osservando i porti che dovevano essere chiusi e che invece per fortuna sono aperti, non ha avuto mai il coraggio di andare fino in fondo. Il populismo, vivendo di contrapposizioni, è al fondo pura irresponsabilità. E irresponsabilità significa anche non avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. E dopo le europee capiremo meglio non solo la forza della Lega ma anche se il ruggito del Truce è più simile a quello di una feroce tigre o a quello di un simpatico coniglio.

Claudio Cerasa

Claudio Cerasa

Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Maggio 2019 - 16:04

    Al direttore - Chi muove le fila da noi? Un blocco di potere variopinto, ramificato, trasversale ed egemone nei media, nella magistratura, nella cultura e nei gangli vitali delle istituzioni. Uno status di intrecci e di interessi interconnessi e interdipendenti tale, che fare la rivoluzione equivarrebbe a farla contro se stessi. Di riffa e di raffa, sfumando colori, toni, proclami, folclore, ridicolo, odio, ripulsa, amore, gli italiani sono tutti conniventi e complici del metodo, “un po’ per uno in collo a mamma”. Lo inaugurò il primo Depretis.

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  • lorenzolodigiani

    16 Maggio 2019 - 16:04

    Caro Cerasa, non credo che Salvini ambisca a diventare capo di un governo che dovrà affrontare la prossima legge di bilancio. La “bestia” organizzativa di cui dispone lo consigliera di tenersi lontano da decisioni impopolari. La bestia lo indurrà a comportarsi da coniglio.

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  • Skybolt

    16 Maggio 2019 - 15:03

    In Italia o tutti sono conigli o tutti quell che ruggiscono lo sono. Berlusca era il coniglio liberista, Renzi quello riformista, Monti quello europeista (tradotto poi in burattino dell'apparato statale ITALIANO, mai così potente come sotto di lui). Anche perchè se poi arriva il leone muto, sono cavoli.

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  • lorenzolodigiani

    16 Maggio 2019 - 15:03

    Caro Cerasa, non credo che Salvini ambisca a diventare capo di un governo che dovra’ affrontare la prossima legge di bilancio

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