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Netflix e il "post-hollywoodien" per i francesi

La piattaforma web intende diventare il primo produttore mondiale di contenuti audiovisivi, per questo ha investito quasi due miliardi di euro nell’acquisto di studi a New York, a Toronto e in Messico

15 Giugno 2019 alle 06:00

Netflix e il "post-hollywoodien" per i francesi

foto LaPresse

I francesi che parlano di Netflix sono più interessanti degli americani che parlano di Netflix. Per la banale ragione che un nemico racconta di te cose che gli amici non raccontano. Sul fatto che i francesi siano nemici della piattaforma streaming finora più potente del mondo, valgono come testimoni gli ultimi Festival di Cannes. Con un paradosso: dopo tanta spocchia, e l’ode al cinema in sala, e il bla bla bla sugli autori e la ricerca, hanno fatto aprire il concorso a Jim Jarmusch, con una commedia zombie – “I morti non muoiono” – che è solo più scarsa di quel che abbiamo visto in televisione.

 

Ed è su Vanity Fair, edizione francese, che compare la parola “post-hollywoodien” (ancora più sinistra se immaginiamo la pronuncia parigina). Olivier Pujos ha scritto l’articolo, con molte pezze d’appoggio. Netflix intende diventare il primo produttore mondiale di contenuti audiovisivi, per questo ha investito quasi due miliardi di euro (lassù nell’esagono alla moneta europea tengono) nell’acquisto di studi a New York, a Toronto e in Messico. Alla fine del 2018 la piattaforma vantava 138 milioni di abbonati, nel primo semestre di quest’anno sono 9,6 milioni in più, di cui quasi otto fuori dagli Stati Uniti. A differenza di Disney e di Apple, Netflix punta su prodotti provenienti da tutto il mondo per spettatori di tutto il mondo: attualmente gira film e serie in trenta paesi oltre agli Stati Uniti, doppia in otto lingue, usa trenta lingue per i sottotitoli (il principio è che ogni abbonato deve trovare quello che cerca, non è come al cinema che il doppiaggio lo dobbiamo subire anche noi). Giusto l’altro ieri è stata lanciata la prima serie araba, prodotta in Giordania e intitolata “Jinn”. Una gita scolastica a Petra viene funestata da un incidente, si sospetta uno spirito maligno, appunto un jinn – a parte questo, è un teen movie come tanti.

 

Se i film e le serie riescono bene, tanto di guadagnato. Se riescono meno bene occupano comunque una casella, lo spettatore che ama quel particolare incrocio di genere, o di sottogeneri, non se ne andrà altrove lasciando piattaforma, e magari sconsigliandola agli amici. L’India, per esempio, è un mercato enorme: gli spettatori sono pazzi per il cricket, e quindi bisognerà fornirlo per non perdere posizioni sul mercato. La Spagna e i paesi che parlano spagnolo sono un mercato un po’ meno enorme (e finché non chiedono la corrida nessuno si farà male).

 

Fin qui, i contenuti. Poi c’è l’attenzione al mezzo. Resa ottimale anche quando la banda non è proprio larghissima. E per gli abbonati con televisore, l’accordo con i produttori per avere il tasto Netflix. Di più: perché l’apparecchio, quando va in pausa, si risvegli sempre e comunque su Netflix. Anche se stavamo guardando un altro programma. Non sarà solo l’algoritmo, a chiudere gli spettatori nella bolla.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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