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A Cannes un Tarantino meno scatenato del solito. Ma non possiamo raccontarvelo

Il regista ci chiede di non spoilerare la trama del suo ultimo film “C’era una volta a Hollywood”. Ci atteniamo alle istruzioni, ma vi diciamo che se l’erano spassata di più i fortunati che 25 anni fa avevano visto “Pulp Fiction”

21 Maggio 2019 alle 21:08

Non il miglior Quentin Tarantino della nostra vita. Se l’erano spassata di più i fortunati che 25 anni fa avevano visto “Pulp Fiction” (magari senza aver conoscere “Le iene”, sorpresa totale). “C’era una volta… a Hollywood” – togliete subito quei dannati puntini dal titolo, lo fate sembrare uno scribacchino dilettante, un po’ di rispetto per il genio – è stato preceduto al Festival di Cannes da una missiva del regista: “Non svelate la trama, non guastate il piacere agli altri spettatori”. Incredibile ma vero, letta alla proiezione per la stampa è stata sommersa dai “buuuu”. Segno che qualcuno si era fatto due o tre ore di coda solo per il gusto perverso di spifferare il finale.

 

Sarà una battaglia persa, ma ci atteniamo alle istruzioni. Si può dire però che “C’era una volta a Hollywood” è un Tarantino meno scatenato del solito. Peccato perché quest’anno al Festival di Cannes una botta di cinema sarebbe servita. Leonardo DiCaprio (sempre sublime) è un divo del western televisivo, con la fedele controfigura Brad Pitt. Il lavoro scarseggia, il viale del tramonto è appena girato l’angolo, lo stunt-man serve come autista e all’occorrenza come riparatore di antenne a torso nudo (la potrebbe aggiustare con la maglietta, vale come citazione da “Thelma e Louise”). Tenta un passaggio al cinema, ma gli fanno girare cose orrende, e lui beve troppo whiskey sour per ricordarsi le battute. Finisce per girare qualche film in Italia con Sergio Corbucci – questo non è spoiler, ci sono i finti poster sull’account ufficiale twitter.

 

 

Come genere di riferimento per un film sulla Hollywood del 1969 – pochi giorni prima del massacro perpetrato da Charles Manson – il western risulta po’ pesante. Hollywood era stata raccontata in maniera più brillante dai fratelli Ethan e Joel Coen (ci sono una ventina d’anni di distanza, l’industria del cinema non ha perso l’innocenza una volta sola). Lo stunt-man offre un passaggio a un’autostoppista che gli regala una sigaretta immersa nell’acido lisergico (servirà, è come la pistola di Cechov che deve sparare prima o poi). E lì ci sono gli hippie scoppiati, in un ranch che era stato usato come set cinematografico.

 

  

Le sorprese ci sono, c’è l’amore sviscerato di Quentin Tarantino per il cinema di serie B, ci sono gli attori che accettano di imbruttirsi, c’è Margot Robbie nella parte di Sharon Tate appena tornata da Londra con Roman Polanski (va a vedersi al cinema e chiede uno sconto sul biglietto da 75 centesimi). Ci sono piedi nudi di belle donne ogni volta che se ne presenta l’occasione. Il patto da onorare con il regista vieta gli spoiler, ma non impedisce di suggerire – da fan del Tarantino generoso ma veloce – che qualche taglio sulle quasi tre ore avrebbe giovato. Nel western si parla troppo poco, per un regista e sceneggiatore che ha sempre dato il meglio di sé nei dialoghi. 

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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