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A Cannes con Terrence Malick la critica cinematografica lascia il posto all’atto di fede

Mostri sacri e mostri tossici. Il regista, già Palma d’oro nel 2011 con “The Tree of Life”, porta in concorso “A Hidden Life”

20 Maggio 2019 alle 17:18

A Cannes, con Terrence Malick la critica cinematografica lascia il posto all’atto di fede

“A Hidden Life”, in concorso a Cannes

Come una Ford Modello T. L’utilitaria fabbricata all’inizio del novecento nella pionieristica catena di montaggio Ford: gli americani potevano averla del colore che preferivano, purché fosse il nero. Un giornalista ha estratto dal cappello la “lucertolina di latta” – Tin Lizzie era un suo soprannome – per paragonarla ai film sempre uguali che Ken Loach continua a girare. A 82 anni, è furioso perché adesso invece di scendere in miniera i lavoratori consegnano i pacchi di Amazon. Cogliamo l’occasione per constatare lo stato di salute – registica s’intende – di altri maturi giovanotti invitati al Festival di Cannes. Giovanotti meno maturi da scoprire finora non se ne sono visti, a eccezione di Ladj Ly che viene dalla banlieue ed è nato nel 1980 (più facile tenere a mente il titolo del film, “Les Misérables”).

 

La palma della crudeltà va a Claude Lelouch, di anni 81. In “Les plus belles années d’une vie” (secondo Victor Hugo citato nel prologo son quelli che devono ancora venire) strapazza il povero Jean-Louis Trintignant, di anni 88. Costringendolo a ricordare “Un uomo, una donna”, il film che fece vincere a Lelouch la Palma d’oro al Festival di Cannes del 1966. Per agevolare la memoria, arriva Anouk Aimée, che con lui faceva coppia. Il povero Trintignant sta in poltrona all’ospizio con il plaid sulle ginocchia – un ospizio che ha i suoi metodi, fa ai pazienti quiz del tipo “in che giorno, mese e anno si è dimesso De Gaulle?”. L’antica amante viene portata lì dal figlio, con la scusa che il vecchio genitore non parla d’altro. Non è chiaro se Trintignant ha l’aria smarrita per via del copione, o perché davvero ha dimenticato la battuta. Per maggiore strazio, corrono le immagini del film di mezzo secolo fa.

   

Terrence Malick – di anni 75, già Palma d’oro nel 2011 con “The Tree of Life” – porta in concorso “A Hidden Life”. Basta la prima idilliaca inquadratura con prati verdissimi, casette di legno, campanile del villaggio, per riconoscere la mano. Quando arrivano i piedini di bambino abbiamo la certezza. Alla vita di Franz Jägerstätter, contadino austriaco che non volle giurare fedeltà a Hitler (fu decapitato nel 1943 e beatificato nel 2017) viene applicato il trattamento poetico. Grandangoli che deformano qualsiasi cosa non sia al centro della scena, attori presi di sghembo, luci morbidissime, voci fuori campo che sembrano arrivare direttamente da lassù, dove del resto puntano le cime degli alberi, come per indicare la direzione. Anche quando la tragedia avanza – Franz in carcere, i compaesani che sputano addosso alla consorte – le immagini restano fastidiosamente estetizzanti. Come Ken Loach, Malick ha i suoi fan, e come per i fan di Ken Loach siamo fuori dalla critica cinematografica e dentro gli atti di fede.

 

  

Alain Delon, di anni 83 – il mostro finito sulle prime pagine in nome della correttezza politica, volevano cacciarlo perché Cannes ha firmato il protocollo per le pari opportunità entro l’anno prossimo – si è commosso fino alle lacrime quando gli hanno dato la Palma d’onore. Con qualche scongiuro: gli applausi sono stati così lunghi che un pensierino sul proprio funerale gli deve essere passato per testa. Meno lodevole, parlando di pari opportunità, la questione tacchi. Claudia Eller di Variety ha scritto che una maschera voleva impedirle l’entrata a una proiezione di gala, causa scarpe basse. Era già successo: Julia Roberts e Kristen Stewart per protesta avevano fatto il red carpet a piedi nudi. E i pantaloni? Le donne li potranno indossare alle serate di gala? Attendiamo istruzioni.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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