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Reprimenda continua contro Netflix

I maligni cominciano a paragonare il successo della piattaforma alla febbre dei tulipani, la grande bolla speculativa del 1637

15 Marzo 2019 alle 20:29

Reprimenda continua contro Netflix

Steven Spielberg (foto LaPresse)

Nella reprimenda continua contro Netflix il primo iscritto a parlare è Steven Spielberg, che dall’anno prossimo vuole regole più rigide per gli Oscar. Sostiene che pochi giorni di programmazione in poche sale non dovrebbero bastare per qualificarsi (parla in generale, ma ce l’ha con l’uscita in sordina di “Roma”). Con sprezzo del pericolo, suggerisce che i film senza biglietti staccati andrebbero dirottati verso gli Emmy. Brivido a Hollywood, tanto più che sta per uscire – speriamo, ma ancora non ci si crede – “The Irishmandi Martin Scorsese. Negare al regista una decina di candidature agli Oscar sembra impossibile. Finché il sistema regge. I maligni cominciano a paragonare il successo di Netflix alla febbre dei tulipani, la grande bolla speculativa del ’37. Milleseicentotrentasette, per chi pensa che le crisi finanziarie siano un’invenzione moderna. Budget di produzione alimentati a furia di debiti, e via via che la concorrenza si farà più forte – lo streaming Disney e lo streaming Apple sono dietro l’angolo – diventerà un gioco ad alto rischio.

  

 

Nella reprimenda continua contro lo streaming, il secondo iscritto a parlare è Mike Leigh, 75 anni e 21 film. L’ultimo, intitolato “Peterloo”, uscirà la prossima settimana, e appartiene al genere che non richiama folle di spettatori nei cinema. Infatti è stato finanziato da Amazon, che ha lasciato al regista totale libertà. Ma lui sul Guardian non si lamenta per sé. Si lamenta in nome e per conto dei giovani registi – britannici, precisa a un certo punto – costretti a pazientare cinque o sei anni per dirigere il loro primo film.

  

 

Nella reprimenda continua contro Netflix, il terzo iscritto a parlare è un giornalista di Slate, furioso perché la piattaforma dice di amare il cinema ma non ha speso neanche un dollaro per omaggiare Stanley Donen di “Cantando sotto la pioggia”, comprando i diritti del film. Seconda accusa: il disprezzo dei titoli di coda, che secondo l’etica cinefila avrebbero visti fino in fondo e in religioso silenzio – no, non per vedere le scene extra, quelle sono negli universi Marvel e Dc Comics, roba da supereroi. I titoli vanno in onda in un riquadretto, mentre l’algoritmo occupa il resto dello schermo proponendo una novità.

   

Quarto iscritto a parlare, e il nemico è sempre lo stesso, Stuart Heritage sul Guardian. Riferisce che su Netflix gira una versione di “Le pagine della nostra vita” di Nick Cassavetes senza la morte di Allison e Noah, abbracciati. Per memoria: uno dei più zuccherosi film mai visti, con l’Alzheimer e l’amore contrastato tra la ragazza ricca e il giovane povero. C’è pure il sospetto che l’algoritmo scelga, tra le due versioni, a seconda della vostra storia di spettatori. Se avete visto solo romanzi rosa, e non reggete la realtà, vi beccate la più sdolcinata. Noi le sconsigliamo tutte e due, senza bisogno di consultare l’oracolo.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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