Cari nostalgici delle sale cinematografiche, "Roma" va visto subito su Netflix

Mariarosa Mancuso

Da venerdì potete godervi il capolavoro di Alfonso Cuarón in tv o su tablet. E tranquilli, vi piacerà. D'altra parte anche i primi dischi a 78 giri ebbero i loro nemici

Succede che da venerdì su Netflix si può vedere – nello splendore dello schermo che preferite, computer o televisore gigante o tablet – il film che ha vinto il Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2018. Per togliere subito la parola a chi dice “va visto al cinema per godersi i dettagli” abbiamo rivisto “Roma” sull’iPad, e abbiamo goduto tutti i dettagli che Alfonso Cuarón ha inquadrato, perfino la gocciolina d’acqua che scendeva dalle calze di lana appese al filo.

 

Anche i primi dischi a 78 giri ebbero i loro nemici, gente che sosteneva “la musica non è musica se non dal vivo, nella sala da concerto o con il quartetto in salotto (deve essere stato un magnifico sollievo non dover più ascoltare la romanza cantata in casa dalla cugina, e poter ascoltare i professionisti senza spendere una fortuna). Ora siamo tutti con gli auricolari nelle orecchie, a parte chi si compra i vinili per nostalgia, e la musica non sembra averne risentito granché.

 

Finirà così anche con il cinema, quando i rancori si placheranno, e con i rancori spariranno le scelte autolesioniste e le dichiarazioni di principio. Da ieri “Roma” di Alfonso Cuarón sta su Netflix, a una cifra modica e con la possibilità di provare gratis la piattaforma streaming per un mese. Qualche giorno fa il film era uscito in poche e coraggiose sale – a Milano il Beltrade e il Mexico, senza pubblicità o quasi. Coraggiose perché vanno contro la politica degli esercenti e dei distributori italiani, nonché del decreto firmato dal ministro Alberto Bonisoli, che protegge da ogni concorrenza lo sfruttamento in sala.

 

E dunque: un film premiato con il Leone d’oro sta a qualche click di distanza, e per una volta (per la seconda in verità, dopo “La forma dell’acqua” di Guillermo Del Toro) non appartiene al genere che punisce o respinge o annoia gli spettatori. Anzi, è un film incantevole: il regista racconta la sua infanzia nel quartiere di Città del Messico che appunto si chiama “Roma”. E quel che a raccontarlo potrebbe sembrare un film neorealista sullo schermo diventa epica, a partire dall’acqua saponata per lavare il pavimento. Con una bella variazione sul tema servi e padroni: i britannici dicono upstairs/downstairs, su e giù dalle scale; nel centro America basta un cortile per arrivare dalla cameriera e dalla cuoca.

 

Un film bellissimo sta su Netflix, cosa dovrebbe fare lo spettatore innamorato del cinema? Astenersi e andare a vedere i titoli mediocri in esclusiva nelle sale? Soffrire in silenzio? Sperare che il fulmine incenerisca le piattaforme streaming per sempre, evitando le tentazioni? E quando “Roma” vincerà Oscar e Golden Globe? Facendo i conti della serva: “Roma” è in bianco e nero, parlato in spagnolo e mixteco, quindi arduo da doppiare. Nessuno crederà mai che i cinema italiani se lo siano litigati come un film di Checco Zalone.

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