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“Sulla mia pelle” è riuscito benissimo (a parte le lezioncine di Borghi)

Il film dimostra che il mix produzione indipendente/distribuzione Netflix è per esperienza il meglio riuscito

15 Settembre 2018 alle 06:25

“Sulla mia pelle” è riuscito benissimo (a parte le lezioncine di Borghi)

Avevamo la versione populista: “Il vincitore della Mostra di Venezia appartiene a tutti, non solo all’élite degli abbonati Netflix”. Ora abbiamo la versione cineforum: “Grazie per essere venuti qui, anche se il film è su Netflix”, ha detto Alessandro Borghi al cinema Ambrosio di Torino, dopo la proiezione di “Sulla mia pelle” (il film di Alessio Cremonini ha aperto al Lido la sezione Orizzonti, senza riuscire a spuntare neanche un premio). E via con la lezioncina: “Il cinema è un momento di scambio e di riflessione collettiva. E’ un’esperienza totalizzante, consente di percepire e condividere le emozioni, i respiri e i pensieri di chi ti sta seduto accanto”.

 

Facile da dire quando i 500 posti di uno storico cinema torinese (fondato nel 1913 e intitolato al pioniere del muto Arturo Ambrosio, dai baffoni a manubrio) sono tutti occupati da spettatori complici e desiderosi di vedere il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi – fu arrestato per detenzione di stupefacenti e morì all’Ospedale Pertini di Roma, area detenuti, mentre i genitori combattevano contro la burocrazia per fargli visita. Più difficile da dire – penoso da dire, per la verità – quando capitiamo in un cinema di provincia, con la cassiera che stacca i biglietti, l’uomo che vende le caramelle e sette persone in sala a vedere un film di supereroi. Riscaldamento e pulizie vanno contati a parte.

 

All’Ambrosio c’era anche Alberto Barbera, il direttore della discordia che tratta i film prodotti da Netflix al pari degli altri. A dispetto dei profeti di sventura – e al netto degli spettatori di 190 paesi che se vorranno potranno anche loro rabbrividire entrando nelle carceri e negli ospedali italiani – l’uscita in sala di “Sulla mia pelle” non è stata affatto disastrosa. 43 mila euro incassati il primo giovedì di programmazione, quasi settemila spettatori, 800 euro di media per copia (erano 62, da 150 annunciate prima delle proteste, e saliranno a 95). I produttori – indipendenti, ci tengono – del film avevano chiesto a Netflix una finestra di due settimane tra il passaggio in sala e il film a disposizione degli abbonati. Non l’hanno ottenuta, quindi non abbiamo la controprova. Ma probabilmente gli incassi non sarebbero cambiati granché. Va anche aggiunto che il mix produzione indipendente/distribuzione Netflix è per esperienza il meglio riuscito.

 

Parlando di cinema, “Sulla mia pelle” è riuscito benissimo nelle parti a rischio, le più difficili – il pestaggio, i lividi, il carcere, il processo, il ricovero in ospedale, sono di un realismo impressionante, finora ignoto al cinema italiano. Grazie anche a Alessandro Borghi – quasi indistinguibile dal vero Stefano Cucchi, nei titoli di coda. Le scene in famiglia e con la sorella Ilaria (Jasmine Trinca) patiscono una sceneggiatura e una regia meno attente e accurate.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    15 Settembre 2018 - 11:11

    Nonostante il clamore la vicenda Cucchi presenta ancora molti punti oscuri. Le versioni , varie , potrebbero portare in calce . I personaggi sono veri ma la storia è (un pò )di fantasia. luigi

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