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Horror e ostriche a Venezia75

Il nuovo Guadagnino/Argento, i barbari del web e molte chiacchiere su Van Gogh

4 Settembre 2018 alle 06:00

Horror e ostriche a Venezia75

Foto LaPresse

Partenza grandiosa, poi gli inciampi. I film sui pittori rischiano il ridicolo, Vincent Van Gogh era già stato massacrato in “Loving Vincent” che animava i quadri come fumetti. Speravamo che Julian Schnabel – artista in proprio – in “At Eternity’s Gate” scansasse i luoghi comuni: tormentosa ispirazione, nervose pennellate, dichiarazioni di poetica (qui anche la follia e l’orecchio mozzato, no modelle nude). Niente, li ripropone uno via l’altro – mentre li aveva abilmente aggirati Mike Leigh nel magnifico “Turner” (quindi si può). Momenti memorabili: Paul Gauguin che ordina “Vai al sud” e una pisciata in compagnia, sempre con Gauguin, per sparlare degli impressionisti. Morale della favola: se anche Julian Schnabel va di retorica, parlando d’arte (gli era riuscito meglio “Basquiat”) il genere è condannato.

 

L’opera seconda fa tremare i polsi, se la prima ha avuto elogi sperticati come “Il figlio di Saul”, regista László Nemes. Stessa tecnica, nella speranza di un bis (irritante, visto che il film di debutto era in un campo di sterminio). “Sunset” alterna primi piani di una fanciulla (piuttosto inespressiva), moltissime inquadrature sulla nuca della medesima, uno sfondo cittadino sempre più sfuocato. Siamo a Budapest, vigilia della Grande Guerra. La signorina ora cerca un lavoro nella ditta di cappelli appartenuta ai genitori, ora cerca un fratello forse assassino (tocco di Musil, ci sta sempre), ora entra in postacci per soli maschi. Niente trama, grandi pretese, finale in trincea: tutto uno sbadiglio.

 

L’attesissimo “Suspiria” (d’après Dario Argento, senza invito alla prima) non fa paura a dispetto delle streghe ballerine con uso di sabba. Per contorno, l’Olocausto, il Muro di Berlino, la banda Baader-Meinhof. “L’amica geniale”, serie altrettanto attesa, piacerà ai convertiti. Amano Elena Ferrante, ameranno la regia di Saverio Costanzo, il rione passato al candeggio, le scugnizze con l’occhiaia disegnata a matita, la voce fuori campo di Alba Rohrwacher, la pettoruta maestra da libro “Cuore”.

 

Mariarosa Mancuso

 


 

Dopo il Van Gogh di Julian Schnabel (Love those squeezable guys) e il lungo poliziesco di Mel Gibson con Vince Vaughn (V.V. so tall, sexy & funny: be still, my heart!) pranzo tradizionale tutto pesce per i giornalisti con Baratta e Barbera; doppia porzione di ostriche super per noi perché molti le schizzano. Tutto squisito as ever. C’erano I soliti numeri: biglietti-ingressi-accediti studenti sempre in aumento ma la notizia vera è che i piani 2 e 3 del casinò, ora Spazio Armani e sala stampa, saranno attrezzati per proiezioni oltreché per le conf. stampa. Fulvia Caprara e Federico Pontiggia premevano per suffragare la fine degli embarghi per le critiche fino a dopo le proiezioni ufficiali, visto che gli stronzetti web tanto non li osservano, scoopando la stampa ufficiale; rintuzzati di netto da Barbera: “Abbiamo controllato. L’hanno fatto in pochi e molti hanno chiesto scusa”. “Resistiamo ai barbari!” ha ringhiato la cagnetta, con sorriso felice del direttore. Woof! Poi di corsa con Gloria Satta alla conf. stampa di Schnabel con Willem Dafoe, attore assai somigliante a Van Gogh. Moderava la nostra preferita, Giulia d’Agnolo Vallan. Chiesto conto della veridicità dei dialoghi, della morte del pittore per omicidio e non per suicidio, e del suo approccio al film, il pittore-autore, supersexy in bicipitosa muscle shirt bianco a righe grigie, risponde: “Molti dialoghi sono presi dalle lettere di Van Gogh, altre vengono dalla biografia di S. Nafeh e G. White Smith; altre frasi gliele ho messe in bocca io. Per esempio alla domanda ‘Perché dipingi?’ VVG risponde ‘Per smettere di pensare’. E’ una frase mia. Invece ‘Quando dipingo divento parte di ciò che vedo dentro e intorno a me’, è di un pittore aborigeno dei primi 900. Nella scrittura io, Jean-Claude Carrière e la montatrice Louise Kugelberg abbiamo cercato di comunicare le emozioni che ci suscitavano i suoi quadri. Lottiamo contro la leggenda buia, triste e tragica della sua vita. Era lucido; ha detto che le difficoltà e la malattia possono essere d’ispirazione. Non c’è alcuna prova che l’artista si è suicidato. E’ arrivato all’auberge con una pallottola nello stomaco; alla polizia ha detto solo ‘Non so se mi sono suicidato’”. “E’ un film, non una ricerca accademica; è bello immaginare altre possibilità. Se vi sta bene, ok, sennò ciccia”.

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