A Cannes i registi giocano con i telefonini

Jean-Luc Godard si collega in conferenza stampa via FaceTime per parlare del suo “Le livre d’image” che funziona esattamente come un blob. Anche Jafar Panahi costruisce il suo “Se Rokh” attorno a uno smartphone

13 Maggio 2018 alle 15:38

A Cannes i registi giocano con i telefonini

Registi che giocano con i telefonini. Jean-Luc Godard partecipa alla conferenza stampa attraverso FaceTime, aggiornando la massima nannimorettiana. Mi si nota di più se a Cannes non metto piede – come il regista ha fatto per anni, anche quando aveva in concorso “Film socialisme” girato a bordo della Costa Concordia – oppure se mi comporto come un oracolo che parla dallo smartphone? 

 

  

Va detto che per conquistare i critici basta pochissimo. Qualcuno si è annotato e riferisce nelle recensioni frasi godardiane da biscotto della fortuna. Qualche altro confessa di non averci capito niente, al momento; ma garantisce che i prossimi dieci anni basteranno per raccapezzarsi nel “Guernica degli scorsi due secoli” (parola di produttore, che intende ricavarne una video-installazione da esporre nei musei).

 

  

Le livre d’image” funziona esattamente come un blob: immagini fosforescenti, spezzoni di film hollywoodiani e no, schermo che spesso tende al nero, voce fuori campo dell’artista medesimo, un montaggio audio che pare fatto da un sordo (sarà una scelta, ma lo smozzicato disturba). Un blob che annuncia la fine del cinema (il linguaggio era già stato seppellito in “Adieu au langage”) e propone sparsi pensierini sul mondo arabo. Purtroppo per Godard, i frammenti rubati ai film classici smentiscono le profezie di sventura. E se uno proprio ha voglia di immagini in libertà, twitter e instagram servono egregiamente allo scopo. Autodifesa praticata da parecchi spettatori: i cellulari in sala a Cannes non sono vietati: una volta si dormiva, adesso c’è gente che ne approfitta per sbrigare la posta arretrata.

 

Va di telefonini anche Jafar Panahi, assente giustificato perché agli arresti domiciliari (gli sarebbe vietato anche girare film, ma trova sempre il modo per produrli e farli arrivare ai festival). “Se Rokh” – “Tre volti” – comincia con il video di una ragazza che chiede aiuto non si sa bene a chi, minaccia il suicidio, inquadra una corda appesa a un ramo, e appunto si suicida. Vediamo il cellulare che rotola dalla scarpata. Ma potrebbe essere un fake. L’attrice che riceve il video – Behnaz Jafari, star iraniana del cinema e della tv – consulta Jafar Panahi (personalmente di persona) per sapere se si tratta di un astuto montaggio oppure no. Insieme partono verso il nordovest, dove non parlano farsi bensì turco.

 

 

Un fuoristrada, due che chiacchierano e ancora chiacchierano, il villaggio remoto. Scatta il neorealismo iraniano, così come lo ha codificato Abbas Kiarostami. E dunque sempre con un po’ di meta-cinema (caro spettatore, sarà realtà o finzione?), uno sguardo d’intesa con le poverette velate, un pensiero sulla morte e uno sul suicidio, qualcosina sulle tradizioni. Funziona, non è che non funziona: sono anni che Jafar Panahi trionfa ai festival, un premio glielo daranno anche qui, nell’anno delle donne e dei perseguitati politici. Solo una cosa sfugge. Visto che conosce l’uso degli smartphone, e il loro potenziale distraente, perché fa come se non esistessero e indugia, indugia, indugia?

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