"Sul referendum la Chiesa non si schieri, non c'è di mezzo l'etica"

Matteo Matzuzzi

"Fine vita? Non serve una nuova legge, non c'è alcun vuoto normativo. Credo ci sia una forma di resa rispetto all’impatto che ha la cosiddetta opinione pubblica o, più puntualmente, il pensiero dominante". Parla il vescovo di Ventimiglia-San Remo, Antonio Suetta

“Come pastore e come credente ho il dovere e il diritto di esprimere la mia opinione, che per un cristiano deve dipendere dalla parola della fede e della dottrina. Perciò, di fronte al pronunciamento di una sentenza della Corte costituzionale, se un cristiano constata che quanto stabilito è contrario ai princìpi della legge naturale o ai princìpi della legge di Dio rivelata, non deve accettarla”. Mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, parla con il Foglio ed è chiaro nel respingere la tesi  secondo cui, siccome la Consulta si è espressa riguardo al fine vita, è necessario fare al più presto una legge per contrastare il “far west” in cui ogni regione legifera a modo suo, come detto dal (favorevole al provvedimento) vicepresidente della Cei, mons. Francesco Savino. “Come cittadino mi domando – prosegue mons. Suetta – quali compiti abbia la Corte costituzionale”. 

 

“Di certo – prosegue il vescovo – non quello di legiferare, perché a legiferare ci pensa il Parlamento. Non mi si può dire che la Consulta interviene laddove c’è carenza di normativa, perché qui non c’è alcuna carenza: la legge italiana condanna il suicidio e punisce chi vi coopera. La legge, poi, garantisce o dovrebbe garantire il ricorso per tutti alle cure palliative. Dov’è il vuoto normativo?”. Allora perché la posizione della Cei pare essere favorevole a seguire le indicazioni della Corte? “Non parlerei di Cei, perché della Cei faccio parte anche io. Al suo interno non abbiamo deciso di sostenere una legge di questo tipo. Abbiamo parlato tante volte di questo argomento e sono stati messi sul tavolo molti aspetti di carattere sanitario, sociale, politico. Ciò appartiene alla libera discussione. Quando il discorso ha toccato la sua vera competenza,  la Cei ha sempre ribadito che la vita umana è sacra dal suo concepimento al suo naturale spegnersi”. I pareri personali non son quelli della Conferenza? “Esatto. Capisco che possa esserci preoccupazione. Siamo in una congiuntura in cui si dice che sicuramente, prima o poi, in un modo o nell’altro, una legge verrà fatta. E quindi, anziché restarne fuori, è meglio coinvolgersi e mettere dei paletti. Questa potrebbe essere una ragione comprensibile, collocandola nella sfera delle buone intenzioni. Io non la condivido, perché non possiamo oltrepassare il confine di ciò che è stabilito dalla legge naturale, andando in un campo negativo, quello di accondiscendere al suicidio assistito dicendo che ‘però mettiamo dei paletti’. Noi dobbiamo rimanere in una zona chiara”.

 

Perché allora  si sostiene che la legge non è più rimandabile? “Il perché non lo so. Credo ci sia una forma di resa rispetto all’impatto che ha la cosiddetta opinione pubblica o, più puntualmente, il pensiero dominante. Quando la questione è presentata entro determinati contorni che corrispondono ai più diffusi cliché, facilmente l’opinione pubblica si rivela incline a essere favorevole alla garanzia di alcuni cosiddetti diritti. Non sono però convinto che, a fronte di una più accurata informazione, l’opinione pubblica vada verso un allargamento delle maglie. Perché anche la ragione banale che molti hanno in mente – ‘io non lo farei, ma non voglio impedire a chi desidera farlo di procedere’ – è un’argomentazione debole che può e deve essere meglio chiarita. Penso che talvolta in molti di noi, persone di Chiesa, ci sia una lettura nella prospettiva dell’inesorabilità di certi processi. Io ritengo perciò che questi processi siano processi di decadenza e la Chiesa e i credenti abbiano la grave responsabilità e il gioioso compito di illuminare le coscienze e la società con la luce del Vangelo e con la dottrina cattolica”. Ad esempio? “In tanti processi, non escluso il processo sinodale che abbiamo vissuto in Italia, noi parliamo di maggioranza. Ma questa è sempre relativa: è la maggioranza di chi è stato o si è coinvolto. In ogni caso, la maggioranza, nella vita della Chiesa  non ha alcun peso, visto che la Chiesa non regola i suoi aspetti essenziali con i princìpi democratici”.

 

Sul referendum relativo alla riforma Nordio si è assistito nelle scorse settimane a un fenomeno curioso: gli stessi commentatori che “condannavano” l’ingerenza dei vescovi sui temi etici, hanno plaudito a una mal compresa dichiarazione del presidente Zuppi secondo cui la Cei avrebbe assunto una posizione contraria (il Consiglio permanente ha solo invitato a un voto consapevole). Dice mons. Suetta, che per l’iniziativa da lui lanciata di suonare ogni sera la campana della curia di San Remo per i bambini non nati è stato accusato di ingerenza e contrasto alla legge che permette l’aborto: “Rispedisco al mittente ogni accusa di ingerenza. Noi dobbiamo essere ingerenti. Intanto, io come pastore debbo parlare ai fedeli, non imponendo il mio pensiero. E ho il diritto di dire la mia, come prevede la Costituzione dello stato di cui sono cittadino. Se mi si dice che faccio ingerenza in temi che sono etici, ben venga l’ingerenza”. E sul referendum di marzo? “Preferisco rimanere fuori dal dibattito, perché troppo facilmente si viene classificati come filodestra o filosinistra. Di certo non è una questione etica che possa portare un vescovo a dire che una delle due posizioni è assolutamente quella giusta. Io so chiaramente come voterò, ma evito di dirlo per evitare che qualcuno affermi che il vescovo ordina di votare in un certo modo. Credo sia indebito schierarsi pubblicamente da una parte o dall’altra: non ci sono questioni oggettive per cui la Chiesa debba dire di votare in un determinato modo”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.