TERRA PROMESA

Ebrei e cattolici mai così distanti. Ecco perché (c'entra anche il Papa)

Matteo Matzuzzi

La Civiltà Cattolica ammette la crisi nel dialogo e ne indaga le cause. Dalle incomprensioni recenti a una fatica politico-religiosa che dura da più di 70 anni

Roma. David Neuhaus, gesuita, è uno dei massimi esperti del dialogo fra ebraismo e cattolicesimo.  Vive e lavora a Gerusalemme, dove è docente di Sacre scritture al seminario del Patriarcato latino. Sul nuovo quaderno della Civiltà Cattolica (in uscita domani), di cui è corrispondente dalla Terra santa, ha indagato le ragioni di una crisi nei rapporti mai così evidente dopo la nascita dello stato di Israele. Dopo aver ripercorso quanto accaduto dal 7 ottobre in poi, fra le proteste delle autorità (politiche e religiose) israeliane per la posizione della Santa Sede ritenuta soft e le conseguenti risposte, Neuhaus scrive che “la crisi tra la Santa Sede e Israele sulla situazione nella Striscia si è aggravata quando la violenza ha travolto le due principali chiese cristiane di Gaza” (ieri il cardinale Pizzaballa è entrato a Gaza per incontrare la locale comunità cattolica) e “le condanne di questi atti hanno portato a repliche delle autorità israeliane”: “Sempre più leader religiosi ebrei, molti dei quali sono animati da una forte solidarietà con Israele, aggiungevano la loro voce al coro delle accuse”. Fra queste, l’autore dell’articolo si sofferma su quanto detto dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni all’Università Gregoriana, il 17 gennaio: “Sono stati fatti molti passi indietro nel dialogo ed è necessario riprendere il filo del discorso. E non si dica: siamo contro l’antisemitismo, perché, quando si fanno e si dicono certe cose, è antigiudaismo. Una cosa è affermare i princìpi e un’altra negarli nella pratica quotidiana”. Questo è il punto centrale, sottolinea Neuhaus: “Molti ebrei impegnati nel dialogo con la Chiesa insistono sul fatto che la loro fedeltà allo stato d’Israele è parte integrante della loro identità di ebrei. Che cosa ne pensa la Chiesa nel contesto del dialogo con il popolo ebraico che si è sviluppato a partire dal Concilio Vaticano II? Questa domanda è stata ripetutamente sollevata dagli ebrei dopo la pubblicazione della Dichiarazione Nostra aetate del Vaticano II”. 

 

Il problema – che forse è anche la chiave per uscire dall’impasse – è capire che “il dialogo della Chiesa con il popolo ebraico non è né politico né diplomatico. Pienamente impegnata in esso, animata dal pentimento per un passato macchiato dall’antigiudaismo, nonché dedita a un profondo dialogo religioso-teologico-spirituale basato sulle radici comuni nelle Scritture di Israele e teso a condividere preoccupazioni e a lavorare insieme per riparare un mondo distrutto, la Chiesa ha esitato a formulare un’opinione religiosa riguardante uno stato moderno. Da decenni è alle prese con la questione dell’onnipresenza dello stato di Israele nel dialogo con gli ebrei”. Si rimanda a quanto sancito nel 1985 dalla Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo: il vincolo religioso va compreso ma “per quanto si riferisce all’esistenza dello stato d’Israele e alle sue scelte politiche, esse vanno viste in un’ottica che non è di per sé religiosa, ma che richiama ai princìpi comuni del diritto internazionale”. E, scrive Neuhaus, “è chiaro che alla luce della devastante guerra in corso a Gaza, la Chiesa aderisce fermamente a tale posizione”

 

Ma perché è con Papa Francesco che si è toccato il punto più basso nel dialogo? Il fatto è che Bergoglio “sta introducendo una nuova prospettiva nel dialogo con il popolo ebraico”. “Mentre il dialogo con gli ebrei occupava un posto di primo piano nel pensiero eurocentrico, Papa Francesco ha iniziato ad allargare la prospettiva, non decentrando l’importante rapporto con il popolo ebraico, ma sottolineando anche altre preoccupazioni, che egli cerca di portare pure nel dialogo con gli ebrei”. Neuhaus fa qualche esempio, dal dialogo con l’islam alla povertà, dalla migrazione alla questione “dell’uguaglianza, della libertà e della giustizia per il popolo palestinese”. Francesco, osserva l’autore gesuita, “noto per aver intrattenuto stretti rapporti con la comunità ebraica nella sua patria nativa, l’Argentina, ha proseguito e approfondito l’impegno della Chiesa nel dialogo con gli ebrei. Tuttavia, nella multiculturalità delle Americhe, in Argentina il cardinale Bergoglio ha avuto stretti rapporti anche con i musulmani e l’islam e, in questo dialogo, la questione palestinese è viscerale”. 

 

Inoltre, elemento chiaro fin dall’inizio del pontificato e un tempo oggetto di analisi sulla visione geopolitica del Papa preso quasi alla fine del mondo salvo poi essere derubricato a segno di manifesta ostilità al Pontefice, “Francesco porta con sé anche una coscienza plasmata nel contesto latinoamericano di lotta contro l’oppressione e di solidarietà con i poveri”. In sintesi, scrive Neuhaus, la posizione della Santa Sede è chiara: “La Chiesa è intimamente legata alla terra che gli ebrei chiamano ‘Terra d’Israele’. In essa, venerata anche da cristiani e musulmani, c’è un popolo privato dei propri diritti, quello palestinese”.

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