(foto LaPresse)

Si può riformare la Chiesa a colpi di sondaggio?

Verso il grande Sinodo sulla sinodalità. Gli episcopati mondiali spediscono a Roma le richieste dei fedeli. Le parole d'ordine, sempre le tesse: riforme, rivoluzioni, aggiornamenti

Matteo Matzuzzi

I vescovi francesi si sono limitati a trasferire in Vaticano il lavoro dei gruppi diocesani, in Irlanda sono stati pubblicati i risultati di un grande sondaggio. Più prudente la Cei

Niente sarà più come prima al termine del lungo percorso sinodale voluto dal Papa che convoglierà a Roma, nell’autunno del prossimo anno, le istanze emerse alle varie latitudini del pianeta. Andare al largo e generare processi sono i mantra del pontificato, e così sarà. “In duemila anni di storia, è la prima volta che la Chiesa dà vita a una consultazione così universale”, ha detto suor Nathalie Becquart, sottosegretaria a Roma del Sinodo sulla sinodalità. E’ una sorta di Vaticano III quel che si prepara, e anche stavolta la base, il popolo di Dio infallibile in credendo sta facendo due, tre passi in più rispetto a quanto si aspettavano a Roma, dove non pochi ritenevano che il Sinodo sulla sinodalità avrebbe alla fine permesso di convogliare e diluire le richieste più spinte, quelle hard, che alcuni episcopati erano pronti a recapitare sulla scrivania di Santa Marta. Francesco, aprendo i lavori, nell’ottobre del 2021, era stato chiaro: “Lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità”. Osservava, il Papa, che questo percorso avrebbe offerto “tre opportunità” e la prima “è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare”. Ribadiva, Francesco, “che il Sinodo non è un parlamento, che il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo”. Ma come spesso accade, il Papa lo si interpreta un po’ come si crede, con vescovi che pongono l’accento più su un aspetto che su un altro, chi sottolineando più il cum Petro e chi il sub Petro, spiegando così l’universalità della Chiesa. 

 

Il primo anno di processo sinodale, quello locale, si sta concludendo e la marea sta montando, neanche troppo lentamente. La partecipazione alla fase diocesana è scarsa, osservano gli episcopati e, come scontato, a rispondere alla chiamata sono uomini e donne che già vivono la Chiesa. Sono le persone impegnate nella vita parrocchiale e in quella miriade di attività collaterali che reclamano sempre più personale che si fa fatica a trovare. Mancano i giovani e fa specie che i vescovi lo notino con stupore, come se non si fossero mai accorti che il giorno dopo la cresima (quando va bene) gli oratori si svuotano e che a occupare i primi banchi durante le celebrazioni liturgiche sono per lo più attempati cristiani che in non pochi casi lo fanno per antica abitudine. 

 

E’ l’Europa, come prevedibile, a reclamare con più forza la svolta, la riforma che non sempre si distingue nei suoi contorni dalla rivoluzione. Ritornano parole sentite decenni fa e che a ondate periodiche, come gli anticicloni estivi, ritornano. Si invoca “un aggiornamento” della Chiesa, un suo “rinnovamento”. Nessuno parla – esplicitamente almeno – di un nuovo Concilio, ma dopotutto non è necessario: basta farlo senza dirlo. E un grande Sinodo sulla sinodalità dove tutto, ma proprio tutto, sarà discusso, poco si discosta da un assise conciliare. Il Papa chiariva che il Sinodo non è un sondaggio? E l’Irlanda, un tempo cattolicissima e fedele a Roma, ha promosso un grande sondaggio nelle ventisei diocesi del paese per capire quel che il popolo fedele vuole. Il risultato è scontato: il 96 per cento è a favore dell’ordinazione delle donne, “sia come diacono sia come sacerdote”, l’85 per cento ha manifestato preoccupazione per “l’esclusione delle persone lgbti+”, il 70 per cento invoca un maggiore coinvolgimento dei laici nei processi decisionali della Chiesa. I più attenti e “fedeli”, cioè i “praticanti”, chiedono che le omelie siano brevi e meglio preparate nonché di eliminare le letture dell’Antico testamento troppo “sanguinose”. 

 

Laddove non si fanno sondaggi, i vescovi timorosi delle reazioni pubbliche si limitano a recepire le istanze della base e a trasmetterle a Roma, come accaduto in Francia il mese scorso. Cahier de doléance lungo, accuse severe al clero che l’episcopato d’oltralpe ha condiviso limitandosi a stilare un documento d’accompagnamento. Si denuncia “autoritarismo, difficoltà nei rapporti con le donne, atteggiamento sovrastante più che fraterno”. Quindi, le proposte per “risolvere” il problema: “il celibato dei sacerdoti sia lasciato alla loro libera scelta, in modo tale che l’ordinazione e il matrimonio siano compatibili”. Anche qui, si sottolinea “l’evidente sproporzione tra il numero delle donne impegnate e quante sono in grado di decidere”. Tutto questo, certificano i vescovi francesi, “genera innumerevoli ferite” e “una rivolta”. Donne addolorate per la loro marginalizzazione che invocano “l’ordinazione diaconale” e il permesso di “predicare”. Sarebbe, ciò, “un primo passo” in attesa dell’ordinazione sacerdotale. Non è finita qui, perché anche in Francia si muovono osservazioni alla messa, e se non si propone di eliminare il cruento Antico Testamento, qui si suggerisce di “diversificare le liturgie” aumentando le occasioni di “celebrazione della Parola”, per meditare meglio le Scritture. Certamente, “l’eucaristia è essenziale, ma la sua liturgia può essere un luogo di tensione”, sia per “l’inammissibilità del linguaggio”, troppo complesso per i fedeli, sia per la sofferenza causata a coloro che “sono esclusi dai sacramenti (omosessuali, divorziati risposati)”. 
Quanti hanno partecipato all’indagine? Circa 150 mila cattolici, pari cioè al dieci per cento dai praticanti, con un vulnus evidente nella fascia che va dai 25 ai 45 anni. Ha scritto il vaticanista del Figaro, Jean-Marie Guenois, che “mai la Chiesa di Francia aveva votato e approvato un testo così radicalmente riformatore, in particolare sul sacerdozio”.

 

Il fatto che l’episcopato si sia limitato a recepire e a trasmettere i desiderata, con funzione per così dire notarile, testimonia l’evidenza di una difficoltà a orientarsi nel marasma generale; i vescovi sentono la pressione, avvertono d’essere sottoposti quasi a un ricatto: se non si cambia tutto, non c’è alternativa all’implosione. Ma l’aver spedito i faldoni a Roma senza nulla aggiungere o spiegare significa che le istanze della base, siano il dieci o trenta per cento dei cattolici locali, non sono più frenabili o risolvibili con il dialogo. E’ un’onda che continua a crescere e l’episcopato francese ha capito che è inutile (perché svuotare l’oceano con il cucchiaino non si può proprio fare) innalzare argini. Anche in Spagna, stesso programma: riformare tutto, rivoluzionare, sovvertire. Sì  basta con il celibato obbligatorio, si ordinino uomini sposati, la Chiesa non sia più autoreferenziale bensì aperta a ogni persona di buona volontà. E si cambi anche la liturgia, non più adeguata ai tempi correnti. Tutto diventa relativo e interpretabile, in fin dei conti al tempo di Gesù non c’erano i registratori e nessuno può affermare con sicurezza ciò che effettivamente disse duemila anni fa, aveva osservato non a caso il preposito gesuita padre Sosa. 

 

Nell’Europa che ribolle, con la Germania a guidare la marcia su Roma al punto da spaventare perfino il grande cardinale riformista Walter Kasper, che ha ridotto il cammino biennale tedesco a “qualcosa di non cattolico”, fa eccezione l’Italia. Il suo percorso sinodale va avanti adagio, i vescovi si confrontano e discutono, rispolverando addirittura il discorso di Benedetto XVI a Verona del 2006 – ultimi bagliori della stagione ruiniana – nei conciliaboli riservati. La Cei si fa pragmatica, e anche i più convinti assertori della necessità di fare entrare aria fresca nelle stanze ovattate si mostrano prudenti

 

Il problema è che davvero in pochi hanno capito a cosa dovrà portare il Sinodo sulla sinodalità. Ognuno, alle diverse latitudini planetarie, lo interpreta un po’ come vuole, soffermandosi su un aspetto anziché su un altro: chi punta principalmente a risvegliare la fede sopita di un cattolicesimo stanco e sempre più vegliardo e chi, invece, vede nell’assise convocata da Francesco l’occasione per andare oltre il Vaticano II, ritenendo e forse illudendosi che la fine del celibato e l’ordinazione delle donne risolverebbe tutti (o quasi) i problemi. Inutile ricordare che laddove queste “innovazioni” sono state introdotte da tempo, vedasi il mondo protestante, la crisi è assai più drammatica che nella realtà cattolica. Il vaticanista Sandro Magister ha scritto che il Papa “lascia fare”. Una questione non di poco conto ha a che fare con la quota di Popolo di Dio che sta partecipando attivamente al processo sinodale. E’ una parte minoritaria, come s’è visto in Francia, ma di sicuro quella più impegnata e che in diversi contesti regge la vita delle parrocchie che altrimenti avrebbero chiuso i battenti da un pezzo. Ma è anche una parte rappresentativa? La richiesta di espungere le letture dell’Antico Testamento corrisponde a quanto pensano e desiderano coloro che abitualmente, pochi o tanti che siano, frequentano la messa domenicale? In sostanza, può la Chiesa riformarsi a colpi di sondaggi? Possono interi episcopati recepire come valide le richieste giunte attraverso rilevazioni in cui si dimostra che una data percentuale preferisce l’ordinazione diaconale delle donne e un’altra percentuale punta invece a quella sacerdotale? Non è forse questa, davvero, la mondanizzazione contro cui si scaglia, da sempre, Papa Francesco? Non appena poi qualche vescovo dissente dal supposto comune sentire, come accaduto di recente in Australia, la levata di scudi è corale. Compatta. Giornali, televisioni, gente che fino al giorno mai era entrata in una chiesa urla lo sdegno per l’arroccamento dei soliti potentati clericali, refrattari al cambiamento e chiusi nel loro fortino fuori dal tempo. Che la Chiesa sia bersaglio succulento non è una novità, è sufficiente constatare quanto veementi siano state le “delusioni” per quanto, lo scorso maggio, il presidente della Cei aveva detto a proposito dell’indagine sui casi d’abuso da parte di membri del Clero. Il cardinale Zuppi, pragmatico com’è, aveva detto che è inutile andare a fare ipotesi e calcoli su storie di settanta-ottant’anni fa, ma si punta a fare chiarezza sui fatti dell’ultimo ventennio, lasso temporale su cui il materiale non manca per nulla. Qui si vuole fare una cosa seria, aveva aggiunto. Evitando di scoperchiare tombe di vescovi morti qualche decade fa solo per dare soddisfazione alle pruderie mediatiche, come accaduto anni fa in Belgio. Ma il mondo va dall’altra parte. Non è tempo, questo, di pragmatismo e  basso profilo. Le trombe sinodali, che fraintendono pure quel che il Papa ha chiesto e posto a fondamento della grande assemblea che si chiuderà a Roma tra un anno e qualche mese, squillano. Francesco aveva sottolineato che si tratta di rispondere alle sfide presenti, non di trasformare la Chiesa cattolica in una delle tante denominazioni protestanti. 

 

Il punto è comprendere fino a che punto la Chiesa debba adeguarsi alla volontà del Popolo. Esagerazione? No, se si guarda la sintesi prodotta dalla Conferenza episcopale francese, secondo la quale in molti lamentano il fatto che le omelie “non corrispondono alle preoccupazioni dei fedeli”. Quasi che, insomma, la messa fosse una sorta di gruppo d’ascolto con il sacerdote chiamato a consolare e rassicurare. La parrocchia che si fa consultorio. Un paradosso, considerando che poi dalle indagini risulta che i fedeli si lamentino di una scarsa preparazione sulle Scritture. Probabilmente, deludendo parecchie aspettative rivoluzionarie, il cuore delle discussioni sinodali verterà finalmente sulla comprensione di cosa sia il laicato. Già dieci anni fa, l’ex presidente dell’Azione Cattolica, Paola Bignardi, scriveva che “il laicato, come l’insieme di coloro che vivono secondo lo stesso stile spirituale – il Concilio direbbe secondo la stessa vocazione – non esiste più”. Insomma, tanti ne parlano senza sapere realmente chi sia il laico. Dopotutto, scrisse il cardinale Carlo Maria Martini, “oggi nell’ecclesiologia postconciliare appare spropositato lo sforzo per definire uno stato di vita particolare o addirittura per reclamare la definizione di una ‘teologia del laicato’, che per riconoscere uno spazio al laico nella Chiesa sembra profilarne il compito specifico nell’animazione cristiana del mondo” . Insomma, “pare che il laico per trovare la sua specificità ecclesiale debba traslocare nel mondo per animarlo cristianamente o per ordinare le cose del mondo secondo Dio”. E’ su questo tema, se davvero l’intento è quello di dare respiro alla Chiesa nel Terzo millennio, che si concentrerà il Sinodo. Ben più che sulle disquisizioni circa l’ordinazione sacerdotale delle donne.

Di più su questi argomenti:
  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.