Il realismo della preghiera

Giovanni Maddalena

Fa parte del realismo continuare a desiderare di essere felici. E domandare che Dio dia senso e compimento a questa realtà, nonostante la fragilità e la precarietà che emerge in ogni momento

Una delle parole più usate per descrivere quanto sta avvenendo è “surreale”. Lo si è sentito a proposito della Roma vuota durante l’imponente gesto del Papa, ma anche per le partite a stadi chiusi dei primi giorni di questa drammatica vicenda dell’epidemia di Covid-19. Più familiarmente, lo si sente per commentare le vicende di persone che devono vivere divise dai loro cari per lavorare o semplicemente per descrivere le nostre abitudini cambiate dalla quarantena o i nostri luoghi soliti pieni di vita e ora pieni di mascherine e silenzio.

 

Surrealismo è una corrente filosofico-artistica dei primi decenni del secolo scorso, fissata con l’idea che la realtà nel suo aspetto solito potesse essere superata da una realtà più elevata, più allargata, capace di unire sogni e realtà: un superamento della ragione umana a partire da forze inconsce e da meccanismi più potenti di quelli della nostra logica. Solo che questa surrealtà che unisce sogno e realtà ha spesso un aspetto inquietante, come si vede nei quadri di Dalì o nel cinema di Breton. Questa realtà più elevata non appare mai piacevole: inquieta e angoscia, diventa un enigma irresolubile.

 

Giustamente, dunque, usiamo la parola surreale. La solita realtà non è più se stessa. Si è aggiunto qualcosa che la rende oscura e enigmatica: unisce la realtà all’incubo, il peggiore dei sogni. A differenza degli intellettuali di inizio Novecento, però, questa surrealtà non ci affascina affatto e nella paura, e persino nell’angoscia, dimostriamo di essere attaccati, affezionati, aderenti alla realtà così com’è, senza piani superiori o inferiori. Mentre le filosofie novecentesche a lungo si sono interrogate sulla fascinazione del nulla, del perdersi in universi di significato alternativi dove l’individualità si dissolva o meglio ancora dove non vi sia alcun significato, la reazione della quasi totalità delle persone nella corsa ai supermercati, alle mascherine, all’amuchina e – nonostante quello che ne dicono spesso i giornali e le televisioni – al rispetto della legge che ci mette tutti in quarantena, dimostra il grande attaccamento di tutti all’essere e alla vita.

 

In fondo, l’uso della parola surreale fa parte del bagno di realismo che stiamo vivendo collettivamente. Se la realtà fosse un’altra, non la vorremmo: in essa ci sentiremmo estranei, soli e spaventati. Il realismo e il senso comune che si accompagna a esso, invece, dicono di un essere umano fatto per la familiarità, per la compagnia degli altri – in tutti i suoi aspetti – e per la certezza delle cose e dei rapporti. Per raggiungere questo stiamo lottando tutti. E curiosamente, di questa immersione nel realismo fa parte il ritorno alla preghiera. Non è una realtà superiore quella che si cerca nella preghiera? Evidentemente, non nello stesso senso del surrealismo. Le preghiere, campioni di share TV in questi giorni, esprimono una domanda che riguarda questa realtà e non un’altra. Del resto, è il principio cardine del cristianesimo che Dio stesso – non un allargamento della nostra realtà, ma una realtà diversa – faccia parte di questa realtà e le dia senso e compimento, nonostante la fragilità e la precarietà che emerge in ogni momento, e tanto più in quelli più difficili. Fa parte del realismo continuare a desiderare di essere felici.

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