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In Cile i vescovi saltano appena nominati. Ma chi li presenta al Papa?

Mons. Irarrázaval Errázuriz in due interviste ha toccato tre temi che hanno decretato la sua fine. Intanto al Sinodo si discuterà di un ministero per le donne

Matteo Matzuzzi

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matzuzzi@ilfoglio.it

18 Giugno 2019 alle 06:00

In Cile i vescovi saltano appena nominati. Ma chi li presenta al Papa?

Foto LaPresse

Roma. Alla tremenda situazione della chiesa cilena, rasa al suolo da scandali più o meno grandi che affondano nel pozzo nero degli abusi sessuali di membri del clero su minori, mancava solo il caso del vescovo che si dimette senza neanche essere stato consacrato. E’ il triste destino toccato in sorte a Carlos Eugenio Irarrázaval Errázuriz, che il Papa aveva destinato alla sede metropolitana di Santiago del Cile in qualità di vescovo ausiliare solo il 22 maggio scorso. Neanche un mese dopo, il prescelto si dimette.

 

In una situazione che richiederebbe prima di tutto prudenza estrema dato il contesto complicato – un anno fa Francesco pretese le dimissioni dell’intera conferenza episcopale, incapace di rispondere (o tentare di rispondere) alla sequela di scandali, coperture e silenzi degli ultimi anni, il novello vescovo ha seguito la strada opposta. Appena pubblicata la notizia della nomina, mons. Irarrázaval Errázuriz si è concesso ai giornalisti e in due interviste ha toccato tre temi che hanno decretato la sua fine. Primo: gli abusi sono “riso riscaldato”, bisogna pensare al futuro. Secondo: le donne è meglio che stiano a casa, dopotutto nell’ultima cena con Gesù c’erano solo uomini. Terzo: gli ebrei sono maschilisti e sciovinisti, quando vanno in giro tengono le donne dieci passi dietro di loro. Per fortuna Cristo ha cambiato le cose.

 

Un minuto dopo la pubblicazione delle interviste, era già partita la gara a ottenere lo scalpo del vescovo in erba. Certo, non si è allineato al politicamente corretto così à la page che considera la presenza delle diaconesse sull’altare l’ultima speranza di salvare la chiesa, e questa è un’indubbia nota di merito, ma forse la situazione avrebbe preteso maggiore prudenza. Il Papa, che ha impiegato un anno per dare un po’ di stabilità alla struttura gerarchica cilena – a Santiago c’è un amministratore apostolico pro tempore, mons. Celestino Aos –, ha ripetuto anche l’altro giorno che ogni tanto è buona cosa mordersi la lingua prima di parlare a sproposito. La battuta sul riso riscaldato – per noi è minestra, ma il concetto è lo stesso – quando ancora si ricorda la triste parabola del vescovo Barros, fischiato durante la cerimonia di presa di possesso della diocesi perché discepolo del pedofilo Fernando Karadima, difeso pubblicamente dal Papa e poi costretto a lasciare, indica non solo poca lungimiranza, ma anche ben poca furbizia.

  

La vicenda di Carlos Eugenio Irarrázaval Errázuriz pone però domande di rilievo la cui risposta dovrebbe trovarsi a Roma. Come è stato possibile che, dato il contesto, un sacerdote con le sue idee sia stato scelto per la sede di Santiago? In quest’ultimo anno, chi e quali informazioni ha raccolto sul territorio? Quanto a fondo è stato studiato il dossier prima di sottoporlo alla firma del Papa? I precedenti avrebbero dovuto suggerire cautela. All’inizio del 2018, mentre dal Cile assicuravano che il popolo in festa avrebbe accolto Francesco, il corteo papale si trovava a percorrere le strade deserte delle città cilene, con ordigni piazzati davanti ai portali delle chiese e messe con l’affluenza ridotta al lumicino. Il nunzio, mons. Ivo Scapolo, unico sopravvissuto al repulisti, quali informazioni ha trasmesso a Roma? Certo, non è la prima volta che accadono cose del genere: anche nel precedente pontificato un vescovo fu costretto a lasciare dopo aver definito l’uragano Katrina una punizione divina. Tutto sommato niente in confronto al triplo pasticcio commesso da Irarrázaval Errázuriz, che con le sue rettifiche non ha fatto altro che peggiorare la sua situazione. Per calmare la comunità ebraica locale è dovuto intervenire l’amministratore apostolico, mons. Aos, che si è scusato pubblicamente e ha organizzato un incontro per riallacciare i fili del dialogo. Lo stesso Aos che, venuto a Roma un mese fa, una cosa soltanto aveva domandato: collaboratori validi. Gli è andata male.

  

Più in generale, il caso in sé è la spia di una confusione che al di là del Tevere sta interessando ormai più d’un ambito d’azione. Dalle nomine alle linee-guida sul gender, con le contestazioni che arrivano non solo dalla destra conservatrice che vorrebbe una condanna ancora più forte, ma anche da quei settori liberal che per anni avevano idealizzato l’ospedale da campo bergogliano al punto da trasformarlo in una sorta di laboratorio propedeutico alla rivoluzione nella morale, nella pastorale e nella dottrina. La riforma della curia, data per imminente e partorita dopo sei anni di lavoro da parte del C6 cardinalizio (ex C9) è già stata bollata come “un disastro” da insospettabili uomini di chiesa non certo annoverabili alla squadra degli oppositori più strenui del pontificato corrente. E altra acqua al mulino dello scontro l’ha portato ieri l’Instrumentum laboris che segna il terreno di discussione per il prossimo Sinodo sull’Amazzonia. Come prevedibile, e annunciato tra fanfare gaudenti all’inizio di maggio dal vescovo di Essen, mons. Franz-Josef Overbeck, le risultanze dell’assemblea andranno ben oltre i pur vasti confini dell’Amazzonia.

 

Tra i punti all’ordine del giorno, infatti, c’è anche il tema dei viri probati, ossia l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati per assicurare i sacramenti laddove altrimenti sarebbe impossibile, date le enormi distanze da un villaggio all’altro. Il Papa, pur con prudenza, si è mostrato disponibile ad affrontare la questione, mentre sarà più interessante capire cosa si farà in merito a un’altra istanza sinodale che mette sul tavolo del dibattito l’istituzione di un “tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella chiesa amazzonica”. La possibilità che rientri dalla finestra il dossier relativo alle diaconesse non è poi così peregrina.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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