La formazione dei preti e il dramma della salvezza del mondo

Matteo Matzuzzi

L'istituzione dei seminari diocesani fu la decisione più importante del Concilio di Trento. Oggi, dopo gli scandali, non pochi ne chiedono un adeguamento ai tempi correnti. Ma i rischi sono parecchi

“Pio XI una volta aveva detto che era meglio perdere una vocazione che rischiare con un candidato non sicuro. Era alpinista, conosceva queste cose” (Papa Francesco, 2014)


     

Hubert Jedin, tra i massimi storici del Concilio di Trento, ha scritto che “la crisi dello scisma è stata in ultima analisi la crisi della formazione sacerdotale”. E’ lì che stava il problema, che se non risolto non avrebbe portato a una riforma – o controriforma – capace di rispondere ai venti che potenti soffiavano a nord delle Alpi. Bisognava partire dalla base, e cioè dal clero, perché si aveva coscienza che “la svolta spirituale e morale per la chiesa intera sarebbe stata realmente possibile a patto che un cambiamento radicale investisse innanzitutto i pastori, cioè i vescovi e i sacerdoti”, scriveva l’Osservatore Romano in occasione dei quattrocentocinquant’anni dalla conclusione del Concilio tridentino. Il seminario come punto di partenza per una rinascita, non “un relitto del passato”.

   


Il 15 luglio 1563 il Concilio di Trento decise l’istituzione dei seminari. “Questo solo ricompensava tutte le fatiche e i disturbi”


     

Il 15 luglio del 1563 i padri conciliari approvarono all’unanimità il decreto Cum adolescentium aetas che raccomandava l’erezione di un seminario in ogni diocesi. Si trattò d’un provvedimento epocale, come avrebbe scritto il cardinale Pietro Sforza Pallavicino, il quale notò qualche decennio più tardi che “sopra tutto fu comprovata l’istituzione dei seminari; arrivando molti a dire, che ove altro bene non si fosse tratto dal presente Concilio, questo solo ricompensava tutte le fatiche e tutti i disturbi”. Non roba da poco insomma: finalmente le vocazioni sarebbero state seguite in strutture ordinate e visibili. Vi era la necessità di regolamentare la formazione dei sacerdoti, evitando la proliferazione di clero ignorante e del tutto inadeguato al ministero, come fece notare un disperato Carlo Borromeo nei suoi primi anni di episcopato milanese, quasi sconvolto da quel che vedeva in giro, non distinguendo sovente un abituale frequentatore d’osteria da un chierico. Ecco che allora si comprende l’analisi di Jedin nonché l’importanza che ebbe per la chiesa l’istituzione del seminario.

         


Periodicamente si ripresenta il dibattito sul destino di queste strutture, da molti giudicate ormai “fuori dal tempo”


     

La domanda di oggi, a quasi mezzo millennio di distanza, è se quella straordinaria invenzione regga l’urto dei tempi nuovi, se sia adeguata al mutare delle condizioni – dopotutto è sempre questione di Zeitgeist – e alle nuove esigenze richieste dalla modernità. Se ne parla da parecchio, benché il Vaticano II abbia confermato quanto stabilito da Trento, vedendo in quella struttura il luogo dove “tutta l’educazione degli alunni deve tendere allo scopo di formare veri pastori d’anime, sull’esempio di nostro Signore Gesù Cristo maestro, sacerdote e pastore”. E però sempre più spesso, davanti alla piaga degli abusi sessuali da parte di membri del clero, si ha la tentazione di puntare il dito contro i seminari, individuati come il punto dolente, il luogo dove tutto nasce. C’è chi vorrebbe abolirli, e non è solo il vivace don Antonio Mazzi a dirlo – “l’errore inizia lì”, sentenziò qualche anno fa parlando di pedofilia – ma pure qualche vescovo che considera ormai superato quel modello formativo. Altri vorrebbero tornare alla chiesa delle origini, facendo valutare alle comunità cristiane l’idoneità del candidato al sacerdozio. Altri ancora, più semplicemente, sostengono che i futuri sacerdoti dovrebbero vivere nel mondo, frequentando amici e ragazze per mettere alla prova la capacità di non cadere in tentazione. Non aiutano i racconti sulle nottate romantiche trascorse dal fu cardinale Theodore McCarrick abbracciato insieme ad aspiranti preti in ville sulle rive dell’oceano né le cronache su piccoli seminari diocesani diventati il ricettacolo di quanti scartati da altre sedi che poi, diventati presbiteri, non brillano per esempio e rettitudine. Francesco, a modo suo, ha fatto capire come la pensa , basta scorrere le pagine de La forza della vocazione (Dehoniane) dove si legge che “quando vi sono candidati con nevrosi e squilibri forti difficili da poter incanalare anche con l’aiuto terapeutico, non li si deve accettare né al sacerdozio né alla vita consacrata. Bisogna aiutarli perché facciano altri percorsi, senza abbandonarli. Occorre orientarli, ma non li dobbiamo ammettere. Dobbiamo fare attenzione a che siano psicologicamente e affettivamente sani”. Quanto agli omosessuali, “un religioso mi raccontava che, mentre era in visita canonica a una delle province della sua congregazione, era rimasto sorpreso. Vedeva che bravi giovani studenti e anche alcuni religiosi già professi erano gay. Egli stesso aveva dubbi sulla cosa e mi ha domandato se in questo vi era qualcosa di male. ‘In definitiva – diceva – non è tanto grave; è soltanto un’espressione di affetto’. Nella vita consacrata e in quella sacerdotale non c’è posto per questo tipo di affetti”, aveva chiosato in poche parole Bergoglio.

      


 Preti non si diventa da soli, scrisse Ratzinger. La chiamata al servizio del Vangelo è cosa “d’importanza incalcolabile”, notò Paolo VI


    

Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione per il Clero, ha invitato a non farsi trascinare dai “toni apocalittici” che vorrebbero buttare il bambino con l’acqua sporca, rivoluzionando un sistema che ha funzionato. Semmai, ha aggiunto Stella in un’intervista alla Stampa, bisognerebbe concentrarsi di più sulla dimensione umana, guardando ai contesti famigliari e sociali da cui proviene il candidato. E ovviamente al candidato, che non sia, per dirla con Papa Francesco, un ragazzo che cerca rifugio nel seminario “per tante limitazioni che possiamo avere, un rifugio di mancanze psicologiche o un rifugio perché non ho il coraggio di andare avanti nella vita e cerco lì un posto che mi difenda”. No, “non è quello. Se il vostro seminario fosse quello, diventerebbe un’ipoteca per la chiesa”.

       


“Il peggiore seminario è meglio che nessun seminario”, ha detto Papa Francesco. “La vita comunitaria ci aiuta”


    

Francesco non è seguace della nouvelle vague che vorrebbe trasformare i seminari in una sorta di dormitorio per aspiranti preti coinvolti nelle restanti ore della giornata a sperimentare le cose mondane. Parlando con i seminaristi lombardi, il Pontefice lo ha ribadito: “Una volta un saggio vescovo ha detto: ‘Il peggiore seminario è meglio che nessun seminario’. Perché la vita comunitaria ci aiuta: è una propedeutica verso il collegio presbiterale. Il rapporto tra studio, preghiera, attività pastorale e vita comunitaria: sono quattro pilastri che interagiscono, e tu devi pregare con le cose che studi o con quello che vedi nella vita pastorale, nel fine settimana, o con quello che succede in comunità. La preghiera deve rivolgersi a tutto, è in rapporto con tutto. I quattro aspetti sono interattivi, non sono pezzi separati: è una unità dei quattro pilastri della formazione. E quando tu vai dal padre spirituale, dal tuo accompagnatore o dal tuo rettore o dal superiore della comunità, devi parlare di tutti e quattro, come interagiscono, e cercare la relazione che c’è. Non so se è chiaro questo… E’ chiaro? Sono quattro, ma bisogna parlare della relazione, del rapporto tra i quattro”. E’ superfluo solo accennarlo, ma uno dei temi-chiave (o tabù) è il celibato, che lo stesso cardinale Stella ha definito “un banco di prova” della tenuta spirituale di un giovane. Ricordava il prefetto della congregazione del Clero che un tempo si richiedeva ai direttori spirituali dei seminari “un tempo comprovato di precisa osservanza della castità personale, indicandolo come un requisito indispensabile per quella ‘tenuta’ successiva all’ordinazione che è imposta dalla promessa formale di celibato. Di fatto, invece, oggi in vari casi la direzione spirituale prescinde dal trattare queste tematiche affettive e di castità personale, rinunciando quindi a quell’esercizio di fedeltà alla continenza e, di fatto, alla propria vocazione, che conducono poi a sviluppare una vera paternità spirituale”.

   

Il seminario, scrisse Benedetto XVI, “è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la ‘comunità dei discepoli’, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune chiesa”. In ballo, aveva detto Paolo VI, c’è la chiamata al servizio del Vangelo, questione d’importanza incalcolabile, essendo in gioco “Il dramma della salvezza del mondo”.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.