Il vero successo del viaggio di Papa Francesco ad Abu Dhabi

Matteo Matzuzzi

Più che i grandi discorsi, è stata importante la sua presenza tra i cristiani negli Emirati

Roma. I 120 mila cattolici che martedì mattina hanno partecipato alla prima messa all’aperto celebrata da un Papa nella penisola arabica sono la dimostrazione evidente del successo del viaggio di Francesco ad Abu Dhabi. Più che i discorsi solenni e le firme davanti ai flash dei fotografi, è la presenza stessa del vescovo di Roma in quella terra a essere decisiva. Avrebbe anche potuto non fare alcunché. Sarebbe stato ugualmente un successo. Valutare ora i risultati di una visita durata poco più di quaranta ore sarebbe superficiale. L’importante era generare processi, come ama ripetere il Papa. E i processi sono stati generati. Pazienza se in una cornice comunque favorevole – gli Emirati sono tolleranti, riconoscono libertà di culto (la libertà religiosa è un’altra faccenda) e Abu Dhabi non è il Qatar né l’Arabia Saudita – all’ennesimo abbraccio con Ahmed al Tayyeb, il grande imam di al Azhar. Se il documento sulla fratellanza umana firmato al Founder’s memorial passerà davvero alla storia, lo si vedrà negli anni: non sarebbe la prima volta che un testo siglato tra fanfare, ottimi auspici ed entusiastici applausi resta poi lettera morta (si hanno notizie della Dichiarazione firmata all’Avana tre anni fa da Francesco e Kirill di Mosca?). Anche perché l’interlocutore principale del Papa, al Tayyeb, rappresentato negli ultimi giorni come “uomo di pace” e per questo invitato annualmente a tavole rotonde, convegni, simposi e seminari in occidente, ha un record di dichiarazioni che farebbe propendere in tutt’altra direzione: dalle benedizioni ai terroristi che si facevano saltare in aria contro gli israeliani (basta recuperare una sua intervista alla Bbc del 2005) alle considerazioni sulla legittimità di crocifiggere i terroristi dell’Isis, non prima di aver loro amputate gambe e mani. Ma il realismo impone di prendere quel che passa il convento e nel mondo complicato di oggi per imbastire un dialogo vero è sufficiente che il grande imam rappresenti l’ala più moderata e aperta alle riforme della composita galassia sunnita. Non a caso, anche all’interno della sua università è avversato dalle frange riconducibili a quel che resta della Fratellanza musulmana. Nel documento i buoni propositi sono tanti e ambiziosi che se messi in pratica condurrebbero di sicuro alla pace universale. Non accadrà così e lo sanno per primi i firmatari. Però è qualcosa, un passo. Gli sviluppi si vedranno già tra un mese e mezzo, quando Francesco proseguirà il tour nell’islam visitando il Marocco.

 

A bordo dell’aereo che lo riportava a Roma, un giornalista ha chiesto al Pontefice perché non abbia detto nulla sulla cristianofobia e sulla persecuzione dei cristiani. Al Tayyeb, dopotutto, ha denunciato l’islamofobia. “Ho parlato della persecuzione dei cristiani, non in quel momento, ma ne sto parlando frequentemente, anche in questo viaggio, non ricordo dove ma ne ho parlato. Anche il documento condanna la violenza e alcuni gruppi che si dicono islamici – i saggi dicono che non è l’islamismo – e perseguitano i cristiani”. Un accenno anche alla situazione venezuelana, dopo che il caudillo Nicolás Maduro ha inviato in Vaticano una lettera chiedendo la mediazione della Santa Sede. Non basta, ha detto Bergoglio: serve che anche l’altra parte richieda il suo intervento. Di farsi tirare per la talare il Papa non ha alcuna intenzione.

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  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.