L'invenzione dell'universo

Matteo Matzuzzi

La creazione è un fatto logico e Dio c’entra eccome. Parla Guy Consolmagno, l’astronomo del Papa

“Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto; Dio stesso lo ha manifestato loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (san Paolo, Lettera ai Romani 1, 19-20)

 

La prima cosa che vedo quando guardo la notte è la bellezza delle stelle, come del resto può fare chiunque abbia gli occhi e possa alzare lo sguardo al cielo notturno. Ma subito dopo cerco di identificare tra quelle stelle i miei amici, chiamandoli per nome”, dice al Foglio Guy Consolmagno, sessantacinquenne gesuita di Detroit e direttore della Specola vaticana dal 2015. E’ un astronomo, ha studiato al Mit di Boston e insegnato a Harvard. Esperto di fama mondiale nel campo dei meteoriti, a lui è stata intitolata perfino un asteroide, il “4597 Consolmagno”. Si divide tra l’Italia e l’Arizona, nel cui deserto può trovare quel buio pesto che gli consente di ammirare lo splendore della volta celeste. Mica come qua, dove è le luci delle città disturbano ovunque: “L’inquinamento luminoso è un peccato contro il Creatore!”, ci tiene a sottolineare. Dopotutto ne va anche del suo lavoro.

 

“La scienza è un modo per incontrare Dio. E’ come la preghiera. L’universo? Non nasce da un errore, come credevano i babilonesi”

Consolmagno ha coltivato la passione per le stelle fin dalla tenera età, quando componeva puzzle a tema e rimase folgorato da un libro: “Mi regalarono un volume meraviglioso sulle costellazioni scritto da H. A. Rey (meglio conosciuto come Curious George) che tra l’altro è stato recentemente tradotto in italiano con il titolo Trova le costellazioni che mi ha mostrato le costellazioni collegando le stelle da punto a punto”. Più avanti, la vocazione e l’idea, corroborata dal tempo e dall’esperienza, che scienza e religione debbano camminare insieme. “Mio padre, quando ero bambino, mi insegnò quali fossero le stelle più luminose – lui aveva prestato servizio nell’aeronautica durante la Seconda guerra mondiale, e si servì proprio delle stelle per orientarsi in una spedizione di bombardieri americani alle Hawaii e poi in Inghilterra. Quindi, quando vedo le stelle, penso anche a lui, che ad aprile compirà cent’anni. Le stelle sono davvero come vecchi amici, per me. Quando andai in Africa con il Corpo di pace statunitense, le stelle mi hanno impedito di essere nostalgico, ricordandomi che sono davvero a casa ovunque io possa vederle. Ma penso anche alla scienza che sta dietro a quello che vedo, stelle luminose come la Betelgeuse, o piccoli gruppi come le Pleiadi. Io studio i pianeti e le loro lune, e i pianeti sono facili da individuare anche a occhio nudo. Per cui è davvero divertente guardare Giove e poter dire che quel punto luminoso è l’argomento di quanto sto studiando chiuso nel mio ufficio. Ed è allora che capisco davvero la gloria di Dio nei cieli. Non solo – dice Consolmagno – lui ha fatto le stelle, ma ci creati in modo tale che potessimo vederle e persino capirle. Dio ci ha invitato a condividere la gioia e l’amore che c’è nella sua creazione. E questo mi dà ancora più gioia”.

 

“Così come riesco a riconoscere Dylan e Dante dalle loro opere, così riconosco Dio dal modo in cui ha composto la poesia dell’universo”

Eppure spesso si sente ripetere che la scienza, considerata la più alta espressione del razionalismo, non può contemplare la presenza di Dio, che viene ridotto a pura idea, a superstizione. Il direttore della Specola sorride: “Chi dice questo – inclusi diversi scienziati – ovviamente non sa cosa sia in realtà la scienza. Come funziona la ragione? Per essere in grado di affrontare ogni domanda in modo razionale è necessario partire con gli assiomi e le ipotesi. Bisogna avere fede in tali ipotesi e riconoscere che una o l’altra potrebbero anche essere sbagliate o incomplete. Bisogna avere anche fiducia nel fatto che si è svolto correttamente il ragionamento, avendo l’umiltà di ammettere che l’errore è possibile. Ecco perché testiamo le nostre conclusioni con ulteriori osservazioni e nuovi esperimenti. In altre parole – aggiunge Consolmagno – la scienza e quindi il ragionamento si basano sulla fede. E’ un’occupazione molto umana, piena di ogni sorta di emozioni umane, gioie e paure. Perché scegliamo di essere scienziati anziché agricoltori o banchieri? Perché scegliamo di lavorare in questo campo della scienza e non in un altro? Perché scegliamo di studiare un problema e non uno diverso? Tutte queste scelte sono fatte sulla base di una meravigliosa miscela di ipotesi e intuizioni basate sull’esperienza, sia la nostra sia quella dei grandi scienziati che ci hanno preceduto. Non ci sono due scienziati che fanno le stesse scelte”.

 

Ma come si decide quale scelta compiere? “Proprio con l’atto della contemplazione. Con un po’ di fortuna si trova un momento di calma per decidere dove ci stanno guidando le nostre intuizioni e per riflettere in modo profondo su ciò che stiamo tentando di fare. La buona scelta richiede la contemplazione”. Tuttavia, non è infrequente che il senso del contemplare sia equivocato e frainteso, “ed è anche abbastanza comune che le persone fraintendano cosa sia la religione. Ogni esperienza religiosa inizia proprio con un’esperienza, contattando cioè un determinato settore della realtà. E’ un evento, un ‘punto-dati’, se si vuole. Qualcosa di reale è successo, una vera scelta che dobbiamo fare ci attende. E poi cerchiamo di dare un senso a quell’esperienza, con la nostra ragione. E come vediamo, la ragione si basa su ipotesi elaborate in base a ‘criteri di fede’, informati dall’esperienza. Non solo la nostra esperienza, ma l’esperienza di noi stessi e di coloro di cui ci fidiamo”.

 

Secondo il direttore della Specola vaticana, “la scienza è un modo per incontrare Dio come creatore: è come una preghiera”. Bisogna chiedersi “chi sta realizzando questo incontro e dove si svolge? Io sono colui che sperimenta questo incontro, che sta avvenendo in questo universo fisico. Per parafrasare una vecchia canzone, io sono un ragazzo materialista che vive in un mondo materialista”. Ma – aggiunge – “se considero uno dei presupposti dai quali ero partito, il pensiero che questo mondo (e io in esso) sia il risultato di un atto deliberato di creazione da parte del Dio che sto cercando di incontrare, allora proprio come riesco a riconoscere Dylan o Dante dal modo in cui ha scritto il suo poema, allo stesso modo posso conoscere Dio dal modo in cui ha composto la poesia dell’universo”.

 

Precisa subito, Guy Consolmagno, che non sono idee sue: “San Paolo, cominciando la Lettera ai Romani, scrive che sin dal principio Dio si è rivelato nelle cose che ha creato. Si noti che sto parlando di poesia. La poesia è il modo in cui cerchiamo di esprimere qualcosa di più grande di quanto le parole possano contenere o esprimere: amore, paura, desiderio, gioia. Ogni documento scientifico è un’opera di poesia. Che cos’è, d’altra parte, un’equazione scientifica se non una metafora dei frammenti di realtà che si sta tentando di descrivere?”.

 

E a proposito di opere poetiche, il direttore-astronomo cita la Genesi, il suo inizio, “uno dei grandi poemi su Dio e la Creazione. Ovviamente questo non è un libro di testo scientifico… la scienza non era ancora stata inventata quando la Genesi fu scritta. Questo libro ci dice cose meravigliose sulla Creazione. Innanzitutto, ci dice che Dio decise di creare un universo. Insomma, non è accaduto per errore, a differenza di quello che pensavano i babilonesi. E’ fatto in modo logico, passo dopo passo, giorno dopo giorno. E la prima cosa creata è stata la luce, così che nulla di quanto realizzato resti nell’oscurità”. Qui il nostro interlocutore si ferma e scandisce bene le parole: “Dio ama la logica. Nell’incipit del Vangelo di Giovanni noi leggiamo ‘in principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’. Verbo in greco si dice logos, la radice di logica. Dio è quindi identificato con la Ragione”. Il culmine di tutto, però, si raggiunge al settimo giorno, “quando noi ci fermiamo a contemplare questo universo nel quale siamo stati messi. La contemplazione potrebbe essere poesia o preghiera. O anche scienza”.

 

 “Ogni esperienza religiosa inizia contattando un determinato settore della realtà. E’ un evento. Qualcosa di reale è successo”

A proposito di scienza e di scienziati, è d’obbligo la domanda sull’assunto di Stephen Hawking, secondo cui – dopo aver per un attimo tentennato dinnanzi all’ipotesi dell’esistenza divina – le prove a disposizione dicono che l’universo non ha bisogno di alcun creatore, che il Big Bang deriva da null’altro se non dalle leggi della fisica. Consolmagno accetta la sfida e confuta scientificamente: “Consideriamo l’idea di Hawking in modo logico. Lui dice che il Big Bang potrebbe essere il risultato di una fluttuazione quantistica dello spazio-tempo, una fluttuazione quantistica della gravità. Assume quindi che le persone religiose identifichino l’origine dell’universo intesa come Big Bang con l’atto di creazione divina. Quindi conclude che non esiste alcun Dio. Ma se si segue il suo stesso ragionamento, si capisce che non è vero. Se Dio è la cosa che inizia il Big Bang e la cosa che inizia il Big Bang è la gravità, allora deve concludere che la gravità è Dio”.

 

Il fatto è che, spiega ancora Consolmagno, Hawking “fraintende due concetti. Pensa che la creazione sia solo il punto di partenza, e pensa che dio sia la cosa che dà il via a tutto. Ma un dio responsabile del Big Bang universale non sarebbe altro che un dio della natura, come Giove o Cerere, che scagliavano fulmini o propiziavano la crescita dei raccolti. Insomma, un’altra forza accanto alla gravità e all’elettromagnetismo. Hawking ha ragione a non credere in un tale dio. Nessun cristiano dovrebbe farlo, abbiamo respinto le divinità della natura degli antichi romani e greci (soffrendo le persecuzioni) e dobbiamo respingere anche quell’idea di dio. Neanche io ci credo, così come non credo a tante altre idee di dio che circolano nel mondo. Insomma, io e Hawking sul punto non siamo così distanti. Ma il Dio della Genesi è colui che è già presente prima che lo spazio e il tempo fossero creati. Sì, ci sono le leggi della fisica da usare per spiegare come funzionano le cose. Dio però è fuori dal tempo e l’atto di volontà che ha reso possibile l’esistenza di questo universo è un atto che non è circoscrivibile ad alcun luogo o momento. La creazione avviene in ogni momento, sempre. Ogni secondo che esiste in modo che possiamo essere consapevoli della sua esistenza è un miracolo. Non c’è ragione alcuna, all’interno della natura stessa, per spiegare perché la natura possa esistere”.

 

“Hawking dice che Dio non esiste? Seguendo il suo stesso modo di procedere alla fine bisogna concludere che la gravità è Dio”

Complicato? “Questo – osserva il direttore della Specola vaticana – è un fondamento classico della filosofia e anche della ragione, legato all’idea che ogni atto razionale debba partire da assiomi che sono al di fuori del campo della ragione, provandoli o confutandoli. Il significato di questo universo, insomma, non può essere trovato nell’universo”.

 

Guy Consolmagno a questo punto ci tiene ad aprire una parentesi, un inciso neanche troppo marginale che riguarda Georges Lemaître, l’astrofisico belga che per primo, negli anni Venti, avanzò la teoria del Big Bang, venendo schernito da buona parte della comunità scientifica perché lui era un prete cattolico: pensavano che volesse dimostrare la storia della creazione della Genesi. “Lemaître – il quale è stato ricordato nel 2016 con convegni, pubblicazioni e studi a cinquant’anni dalla morte avvenuta a Lovanio, ndr – aveva capito bene questo fatto e infatti si rifiutò di identificare il punto d’origine del Big Bang con l’atto della creazione divina. Naturalmente, a differenza di Stephen Hawking, Georges Lemaître aveva anche studiato teologia e filosofia. Era un prete, oltre che uno scienziato con dottorato in matematica e astrofisica”.

Di più su questi argomenti:
  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.