"L'occidente verso l'eutanasia dei suoi valori". Intervista al card. Sarah

Matteo Matzuzzi

La crisi antropologica "gravissima", la necessità di riscoprire il silenzio. Il valore del sacro e il rapporto con il Papa. Parla il cardinale prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti

Roma. Parlare della necessità di riscoprire il silenzio, nel chiasso contemporaneo dominato dalla “dittatura del rumore”, è impresa ostica. Ci ha provato, nel suo ultimo libro, La forza del silenzio. Contro la dittatura del rumore, uscito il 6 luglio presso Cantagalli, il cardinale Robert Sarah, prefetto della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti. “Il nostro mondo non comprende più Dio perché parla continuamente”, scrive il porporato guineano, che collega in più d’un passaggio la mancanza di silenzio alla crisi che sta sferzando come un vento impetuoso l’occidente. Una crisi che, dice Sarah al Foglio, “non si era mai verificata nella storia dell’umanità. Si è escluso Dio dalla vita dell’uomo e della società, l’uomo è diventato centro e fine di tutto. Si è perso di vista ciò che è evidente, la legge naturale che è profondamente legata alla morale e alla vita di fede. Queste negazioni della vita stessa si concretizzano nelle leggi approvate da diversi stati occidentali che negano il rispetto sacro della vita, della famiglia naturale, affermando di fatto un relativismo etico e imponendo in modo totalitario una morale completamente contraria alla realizzazione della persona umana. Con le leggi che non rispettano la sacralità della vita – prosegue Sarah –, della famiglia, del matrimonio, delle persone con un handicap, così come con la legalizzazione dell’aborto, dell’eutanasia, delle unioni omosessuali, l’occidente europeo (e non solo) sta marciando verso una generale eutanasia dei suoi valori fondanti che hanno per secoli illuminato il cammino dei popoli”. Sono crollate tutte le evidenze, del senso religioso proprio dell’Europa d’un tempo è rimasto un ricordo sbiadito. Insomma, dice il cardinale nominato a soli 34 anni arcivescovo della capitale del suo paese, Conakry, nel 1979, “non è esagerato affermare che l’occidente sta perpetrando un genocidio della sua popolazione”. Ed è forse l’incapacità dell’uomo occidentale di ascoltare il Dio silenzioso che ha originato la crisi antropologica che sta caratterizzando la nostra società. Crisi che per Sarah “è gravissima; l’occidente non percepisce più né la dimensione contingente, pneumatologica, né la dimensione metafisica: la dimensione essenziale dell’essere umano che precede la componente percettibile ai sensi. L’uomo – prosegue – rimane oggi molto ancorato alle sue più basse aspettative di realizzazione, incapace di salire verso Dio, verso il trascendente, scambiando per emancipazione lo scollamento da ogni realtà spirituale. Staccato da ogni visione divina della vita, l’uomo occidentale sta morendo lentamente, perché non alimentato dal divino”.

 

Ed ecco che si torna al tema centrale del libro, il silenzio come rifugio, àncora di salvezza ultima: “Se l’uomo è il tempio di Dio, la dimora più sacra di Dio è dunque vero che Dio è dentro di noi. Parlare continuamente impedisce all’uomo di entrare in se stesso e rimanendo in superficie è impossibilitato ad ascoltare le istanze più profonde del suo intimo e non entrando in comunicazione con se stesso si preclude la possibilità di capire e ascoltare l’altro e di percepire dentro di sé la presenza di Dio che parla il linguaggio silenzioso dello Spirito”. Ma cosa significa ascoltare? “Vuol dire considerare attentamente il mio passato, il mio presente per intravedere il mio futuro. Una persona che nega la propria storia rimane senza punti di riferimento” dice Sarah: “E’ come un albero senza radici che non ha dove attingere acqua per nutrirsi e perciò rimane secco, senza vita, senza un divenire perché staccato dalla sorgente della vita, staccato da Dio”.

Dopotutto, prosegue Robert Sarah conversando con il Foglio, “il lamento di Dio contro il popolo d’Israele è sempre attuale: ‘Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua’. L’uomo – osserva il cardinale – oggi vive proprio così, senza un futuro, pieno di angoscia, di paura e sempre inquieto senza conoscere ciò che dice sant’Agostino, tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”. E però è difficile, anche per l’uomo di fede, a volte, dare una risposta al silenzio di Dio. Elie Wiesel, ad esempio, si tormentò per tutta la vita sul silenzio di Dio ad Auschwitz. Forse, però, proprio ascoltando quel silenzio si comprende che Dio era presente lì, accompagnando coloro che venivano mandati a morire. Su questo, Sarah dice che “il silenzio di Dio è una parola misteriosa ma chiara. Anche nella sofferenza dell’uomo, il primo che soffre il male è Dio stesso, perché attraverso l’incarnazione del figlio egli si è fatto vulnerabile. Lui per primo ci ha amati e ha sofferto sulla croce per riempire di senso ciò che non ne aveva: la morte (1 Gv 3, 9-10.19). Il primo che subisce il dolore, anche nelle sofferenze umane più crudeli, è Dio stesso. Colpire l’uomo è colpire Dio stesso: in verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25, 40)”.

 

Silenzio che spesso non si trova più neppure nei luoghi di culto, nelle chiese trasformate in pregiate mete per folle di turisti. Nel libro, il prefetto del Culto divino scrive che il silenzio e il sacro vanno di pari passo, sono un qualcosa di indivisibile. Se cade l’uno, cade anche l’altro. “Sì. Purtroppo in molte occasioni non si rispettano i silenzi durante le celebrazioni liturgiche. I sacerdoti e i fedeli corrono il pericolo di credere che ciò che è importante nella celebrazione sia il darsi da fare. Rischiamo di ridurre le nostre liturgie a un palcoscenico nel quale i sacerdoti diventano protagonisti e attori principali e Dio viene sempre più messo da parte. Si riduce tutto a un’autocelebrazione, a una convivenza fraterna, a un radunarsi insieme, un atto di solidarietà. Per questo motivo – dice Sarah – abbiamo il compito di promuovere nella liturgia la lode, l’adorazione, la sacralità, il silenzio, la centralità della Parola di Dio, la relazione con il Signore in modo tale che splenda il mistero pasquale e che in Cristo tutta la chiesa possa sperimentare sempre più la potenza della Risurrezione”. Ecco, “il fatto che il sacerdote parla e parla dall’inizio alla fine della santa messa fa dimenticare che il centro della liturgia non è lui ma Dio. Dobbiamo insistere sul primato di Dio nella liturgia. E’ Dio che siamo venuti ad ascoltare, ad adorare, a contemplare. E questo nostro incontro con lui trasforma la nostra vita e illumina il nostro volto: come quello di Mosè. Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia come si parla con un amico: una volta uscito, riferiva agli israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore (Es 34, 34-35)”.

Un’ultima battuta sui rapporti con il Papa, che molti osservatori di questioni vaticane vorrebbero tesi, soprattutto per quale differenza di vedute in materia liturgica. “Il Santo Padre mi manifesta tanta fiducia e tanto rispetto e cerco di seguire pienamente la sua volontà: rendere la liturgia più sacra, più bella, più silenziosa. Basterebbe vedere il raccoglimento e la pietà con cui il Papa Francesco celebra la santa messa per comprendere la sua vera intenzione”.

Di più su questi argomenti:
  • Matteo Matzuzzi
  • Friulsardo, è nato nel 1986. Laureato in politica internazionale e diplomazia a Padova con tesi su turchi e americani, è stato arbitro di calcio. Al Foglio dal 2011, si occupa di Chiesa, Papi, religioni e libri. Scrittore prediletto: Joseph Roth (ma va bene qualunque cosa relativa alla finis Austriae). È caporedattore dal 2020.