Foto Ansa

L'allarme

“Minori trans”, nient'altro che la normalizzazione degli stereotipi di genere

Daniela Danna

Sul cambio di sesso il limite è stato oltrepassato: siamo alla medicalizzazione del disagio, consentiamo di assumere farmaci potenti di cui non sappiamo gli effetti a lungo termine ma spacciati per “perfettamente reversibili”

Che cos’è un minore trans? Chi difende l’esistenza di questa categoria si appella innanzitutto all’autodeterminazione del minore stesso, al suo diritto a venire riconosciuto o riconosciuta “per quello che è”. Cioè per quello che non è: sono un maschio ma mi sento una ragazza, sono femmina ma mi sento un ragazzo. Secondo l’ortodossia di quello che chiamo il “pacchetto gender” e secondo i suoi difensori LGBTQIAQetc l’autorità suprema nel definire il bisogno, la necessità di una transizione quanto più precoce è il minore stesso. Come dice Diane Ehrensaft: “I bambini sanno quello che sono”. La psicologa statunitense ritiene di poter definire “trans” anche i neonati, ad esempio le femmine che si strappano i nastrini dai capelli esprimono certamente il loro vero sesso, maschile. Mi sembra molto evidente il circolo vizioso logico impiegato per giustificare questa certezza: siccome definiamo “femminile” un’acconciatura con i nastrini, se essa viene rifiutata dobbiamo definire “maschile” la neonata o bambina o ragazza o donna che la rifiuta. E così via per tutti gli altri stereotipi di genere, che vengono confermati dal carattere agli abiti ai mestieri. La società è oggi disponibile a proporre un cambiamento di sesso ai minori che non si sentano a loro agio con gli stereotipi di genere, in Italia cominciando a bloccargli la pubertà a 16 anni con la triptorelina (un farmaco antitumore alla prostata usato off label), in Olanda (dove alcuni specialisti hanno manifestato dei ripensamenti) bloccandola a 12, dando gli ormoni del sesso opposto a 16, procedendo con la chirurgia a 18: è il modello olandese “12-16-18” (ne ho scritto su AG- About Gender). E’ una cosa davvero progressista? E, prima di tutto, è una cosa davvero sensata?

Ci sono molti motivi per non sentirsi a proprio agio con i ruoli che la società, nonostante le sue recenti trasformazioni, ancora propone in modo differenziato a maschi e femmine. Un motivo è quella che Adrienne Rich chiamava l’eterosessualità dell’obbligo. Se sei femmina ci si aspetta che ti innamorerai di un maschio, e viceversa. Nonostante la crescente visibilità di gay e lesbiche e presenza di personaggi omosessuali nella sfera culturale, il bullismo omofobico è ancora diffuso nelle scuole e nella società. “Frocio” e “lesbica” non hanno smesso di essere parolacce. La vergogna è ancora il sentimento associato alle prime attrazioni omosessuali. Un altro motivo è la misoginia diffusa e le limitazioni alla libera espressione delle femmine, sia nell’educazione sia nell’incontro inevitabile con la predazione sessuale maschile. Viviamo in un patriarcato (o fratriarcato, dicono altre), in cui all’essere maschio sono associati privilegi sociali e culturali, l’aspettativa di essere servito dalle femmine, l’aspettativa di avere le femmine a propria disposizione sessuale – peraltro secondo gli stereotipi violenti e distorti della pornografia. Essere femmina significa ancora stare in una posizione scomoda, soprattutto nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, quando sviluppandosi si diventa una potenziale preda sessuale.

Il primo motivo sta alla base del fatto che il 70-80 per cento dei minori che manifestano “inversioni” nel proprio genere – che sono le espressioni socialmente associate al sesso biologico nel comportamento, nel vestiario, nella mimica – non diventano poi trans, ma gay e lesbiche (il 20-30 per cento, salvo eccezioni transsessuali, diventa etero o bi). Ci sono molte ricerche che lo confermano, ad esempio lo studio di Li, Kung e Hines pubblicato su Developmental Psychology nel 2017. Il secondo motivo spiega invece la stragrande maggioranza di ragazze che chiedono di diventare maschi, a differenza di quello che storicamente è stata la transessualità: un territorio quasi esclusivamente maschile.

Poi ci sono motivi più personali, legati alla biografia di ciascuno. La transizione viene spesso vista dai minori come una panacea rispetto ad altri problemi, come appunto il non essere a proprio agio nel ruolo di genere, nel proprio corpo, nel proprio ambiente sociale. Penso che la prima cosa da far capire a questi ragazzi e ragazze aspiranti trans sia che non è davvero possibile cambiare sesso. Si tratta di una convenzione sociale, si tratta della possibilità offerta da farmacologia e chirurgia di assomigliare all’altro sesso, ma nascendo o maschi o femmine, la cosa non è davvero suscettibile di cambiamento. (Sì, ci sono gli intersessuati, sono una piccola minoranza. No, non invalidano la distinzione biologica tra maschio e femmina.) Possiamo cercare di fare star bene questi minori nel loro stesso corpo con terapie olistiche, prima di incanalarli nella finzione delle carriere alias, nella sperimentazione dei farmaci per bloccare la pubertà, nella violenza medica delle mutilazioni del corpo. La risposta attuale della società invece è l’accettazione del “minore trans”, cioè la sua medicalizzazione, consentendogli di assumere farmaci potenti di cui non sappiamo gli effetti a lungo termine ma spacciati per “perfettamente reversibili”. E “l’autodeterminazione” dei minori trans è assolutamente necessaria perché non esiste il criterio che rende medici e psicologi certi che il minore sia “veramente trans”, e non si pentirà da adulto di scelte irreversibili fatte a un età troppo precoce per comprenderne appieno le conseguenze – ad esempio la sterilità, nonché lo status di dipendente da ormoni artificiali per tutto il resto della vita. La diagnosi di “disforia di genere” riguarda appunto il genere, e non il rifiuto del proprio sesso fisico, biologico: nell’elenco di domande diagnostiche del DSM-5-TR quelle che denotano il disagio per il proprio fisico non sono obbligatorie!

Mi sono chiesta: se un mezzo secolo fa, quando ero una bambina maschiaccio, la società – cioè gli adulti – mi avesse proposto di cambiare sesso “sul serio”, cosa avrei risposto? Non lo so con certezza, ma avrei potuto rischiare di intraprendere una strada di interventi medici pericolosi sul mio corpo, che mi avrebbero resa dipendente dagli ormoni artificiali da assumere a vita. Interventi, di questo ne sono assolutamente certa, totalmente non necessari al mio benessere. Anzi, mi sarei fisicamente fatta del male. 

Non si tratta di “minori trans”, si tratta di medicalizzazione del disagio e di normalizzazione degli stereotipi di genere. I genitori di GenerAzioneD stanno facendo un ottimo lavoro per fornire a questi ragazzi e ragazze delle alternative all’affidarsi alla farmacologia e alla medicina per uno scopo illusorio, e in modo autolesionista. Le tristissime storie delle “detransizionate” e “detransizionati” dovrebbero meritare spazi di informazione e riflessione molto più grandi di quanto non sia ora. In Svezia il documentario ”The Trans Train” ha contribuito per lo meno a ridimensionare l’assurda concessione ai minori di un “diritto” a mettersi a disposizione di medici che usano farmaci sperimentali per “curare” disagi che la transizione al sesso opposto non può curare. Oggi al Karolinska di Stoccolma i farmaci per bloccare la pubertà sono prescritti, dichiarano, solo in casi eccezionali – anche se per le persone intervistate nel ”Treno della transizione” è stato troppo tardi. E non è ancora stata chiusa nemmeno il servizio GIDS della clinica Tavistock di Londra per far transizionare i minori con “disforia di genere” – chi ci lavorava scherzava così: “Di questo passo in Gran Bretagna non ci saranno più omosessuali”. Gli interessi di chi vuol vendere sempre più bloccanti, ormoni, chirurgia plastica a minori fisicamente sani sono potenti.

Ho fatto parte del movimento gay e lesbico, prima che diventasse LGBTQIAQetc: negli anni Novanta siamo scesi in piazza a decine di migliaia per rendere visibile la nostra presenza nella società e raggiungere i cosiddetti “diritti civili”, cioè il riconoscimento delle nostre unioni, per le quali volevamo pari dignità sociale con le unioni eterosessuali. Ma ciò non implicava nessuno dei punti del “pacchetto gender”: transizione dei minori, maternità surrogata, abolizione del sesso biologico, legalizzazione degli abusi sessuali a pagamento sotto l’etichetta di “sex work”.

Di più su questi argomenti: