Oggi Peppone voterebbe per la Lega. Ma Don Camillo sicuramente no

Antonio Gurrado

E' chiaro che per Salvini il modello strategico è quello del Pci di ferro

Matteo Salvini ha ragione (come sempre) quando abbraccia la statua di Peppone e scommette che oggi anche lui voterebbe per la Lega. Onestamente, non credo che Salvini volesse alludere agli intricati rapporti di Peppone con la Russia, abbondantemente esposti ne "Il compagno Don Camillo", che è un piccolo capolavoro sia come romanzo sia come film. E verosimilmente, viste le ambasce coi famosi quarantanove milioni su cui insistono i maligni, Salvini non intendeva riferirsi nemmeno all'allocuzione con cui Peppone, racconta Guareschi, si presentò ai suoi elettori per un secondo mandato: dicendo cioè che prima di diventare sindaco aveva in tasca solo un sigaro mentre, dopo essere stato sindaco, aveva in tasca solo mezzo sigaro. Credo piuttosto che Salvini stesse gettando la maschera e ammettendo che il modello strategico seguito dalla Lega è quello del Pci di ferro: un capo indiscusso, una presenza capillare sul territorio, una macchina infallibile per la propaganda più trinariciuta; mica per niente, agli esordi, Salvini sedeva sugli scranni dei comunisti nel fugace Parlamento della Padania. Ma il vero, dirompente sottinteso che emerge dalla sua dichiarazione è questo: giusto, con tutta la voglia di Salvini di distinguere fra preti buoni e preti cattivi, con tutta la sua smania di stabilire quali prediche vadano bene e quali vadano male, probabilmente oggi anche Peppone voterebbe per la Lega. Ma Don Camillo sicuramente no.

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