Un gatto è un gatto, anche se lo chiami in inglese

Antonio Gurrado

Confutare la superstizione legata ai gatti neri con un museo. Succede al Black Cat Museum di Napoli, dove devono aver pensato che usare inglesismi renda le cose più interessanti 

I giornali hanno già iniziato a chiamarlo Black Cat Museum, il museo che verrà inaugurato il 17 novembre a Napoli dall’Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente; forse per imitare l’omonimo museo che si trova nella regione indiana di Sikkim, sull’Himalaya, dedicato a una divisione militare che sullo stemma reca proprio l’animale in questione. L’obiettivo dell’Aidaa è più, come dire, apotropaico: confutare temerariamente la credenza secondo cui i gatti neri menano gramo, anzi dimostrare che “i nostri amici dal mantello scuro siano addirittura portatori di amore e buona sorte per gli umani”. Sarà; in fin dei conti la principale caratteristica del gatto nero consiste nel trattarsi di un felino, nella fattispecie un gatto, dotato di un colore, nella fattispecie il nero: vedremo come riusciranno a imbastire un intero museo attorno a questo truismo. Per ora è evidente che, per combattere una superstizione insensata, il progetto del Black Cat Museum stia dando adito a un’altra superstizione: la credenza popolare secondo cui chiamare le cose in inglese le rende più interessanti.

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