La borsa Hermès di Virginia Raggi, specchio delle ambizioni degli italiani

Antonio Gurrado

L'odio contro la casta si concretizza nel desiderare che chi li governa non possieda ciò che loro non possiedono

Buonasera, sono la borsa Hermès di Virginia Raggi, sfoggiata mentre entrava in Campidoglio e subito beccata sui social e ripresa dai quotidiani (è estate, al caso Lanzalone bisogna pur aggiungere qualche dettaglio frivolo). Sono originale? Sono tarocca? Non m’importa: oltre che borsa sono filosofa quindi so che l’esistenza di noi oggetti è un nocciolo duro impermeabile ed estraneo a ogni classificazione definitoria. Una borsa è una borsa è una borsa. Ma io, in quanto appesa al braccio del sindaco di Roma, prima donna a reggere questa città in duemilasettecentosettant’anni, prima eclatante crepa pentastellata nel sistema Italia, assurgo altresì a entità metafisica. Il mio essere composta di questo o quel tessuto e il mio avere un marchio che m’individua e un prezzo che mi valuta sono succedanei all’indignazione popolare: secondo gli elettori Virginia Raggi, in quanto politico, in quanto Cinque stelle, non ha diritto di sfoggiarmi ma dovrebbe, presumo, presentarsi in Campidoglio con le cianfrusaglie ficcate in un sacchetto bio per verdure dal costo di un centesimo. Ma anche, e da ultimo, io sono lo specchio delle ambizioni degli italiani. La loro ostilità verso la classe politica si esercita desiderando che chi li governa non possieda ciò che loro non possiedono; segno che, quando un cittadino comune riesce a entrare nell’élite o nella casta, prima o poi non resisterà allo sfoggiare ciò che gli altri non possiedono e lui sì. E sarà un circolo eterno.

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