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Pecore tosaerba? No, grazie

Raggi voleva brucassero a Villa Borghese. Il sindaco di Fabrica di Roma ha un’altra idea

21 Giugno 2018 alle 13:26

Arrosticini

Foto Wikipedia

Niente parchi, verdi, estivi e allegri, seppure spelacchiati e col rischio di qualche cinghiale a farti la festa (ma i cinghiali attaccano le pecore?), niente bandiere al vento della gloriosa Coldiretti, e svanita anche la speranza di rendersi finalmente non solo utili (quello già lo sono e tanto) ma utili e riconosciute come tali, finalmente incrociando sguardi grati dei frequentatori di parchi: ma che bel prato, com’è ben rasato, grazie signore pecore. Niente da fare, niente premio all’umile, si torna, anzi si resta, nella condizione che per l’ovino è anche abituale, quella di un sano anonimato, un uno vale uno funzionale anche al noto conteggio ipnotico.

  

Ma poi le cose si mettono perfino peggio. E, tacente la sindachella smarrita (pecore? Boh me le avrà presentate Bonafede), l’unica notizia di questi giorni dal mondo ovino e dalle zone attigue alla città metropolitana ha il tono della tragedia e della beffa. E anche reiterate, perché a Fabrica di Roma, da cui giunge un dettagliato comunicato stampa, ci si appresta a celebrare la settima sagra della pecora. Sì finisce “in callara”, insomma, essendo quello il trattamento riservato alle pecore più vecchie e dure, per mandar via, con buon uso di aceto e di spezie, e tramite lunga cottura, i sapori e gli odori presi in quei tanti anni di vita selvatica (e pensate se avessero pure dovuto brucare nei parchi romani). Oppure ci si trasforma in una sorprendente e incongrua porchetta di pecora, che è la novità di questa settima edizione, ci si insacca in salsicce di pecora o ci si spezzetta nei classici arrosticini, senza dimenticare l’opzione più virile (seppur applicata al mondo pecoreccio) di finire alla brace, così dritto per dritto.

   

     

A Fabrica di Roma, pur rivendicando nel nome il legame con la capitale, sanno comunque tenere le distanze e gentilmente, quanto inutilmente, indicano la strada agli amministratori capitolini sul giusto e antico rapporto tra umani e ovini. I prati attorno al florido paese, che supera gli 8.000 abitanti, sono ben rasati, le pecore stanno però al loro posto. Danno latte e quindi formaggi quando possono è devono, la lana ormai non la vuole più nessuno ma fa niente. Unica certezza è che non le si impiega nei ranghi comunali. Il sindaco di Fabrica, Mario Scarnati, sostenuto da una lista civica e da Insieme per crescere, sa cosa deve fare con i parchi, con le pecore, con il servizio del verde pubblico. Non dà lezioni perché è un signore, ma quando volesse, tutti insieme per crescere un po' anche nella capitale, il Campidoglio lo aspetta come un liberatore.

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