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La grande Intesa Cairo

In cosa consiste l’accordo tra Bazoli e lo scalatore di Rcs per riscrivere le coordinate del salotto buono

12 Aprile 2016 alle 06:18

La grande Intesa Cairo

Urbano Cairo

Roma. E alla fine anche Giovanni Bazoli, l’ultimo grande supervisore delle vicende di Via Solferino, lui che pure aveva più volte espresso un pregiudizio per così dire “etnico” nei confronti dell’alessandrino Urbano Cairo, ha dato il suo benestare all’operazione di scalata a Rcs: meglio lui, che di mestiere fa l’editore, ha spiegato Bazoli nel fine settimana ai suoi interlocutori, meglio Cairo di quei fondi speculativi che nell’ombra avevano già cominciato a muoversi in cerchi d’interesse sempre più stretti e famelici attorno alle spoglie di Rizzoli e del Corriere della Sera. E d’altra parte sia Bazoli, sia Giuseppe Guzzetti, il presidente della Fondazione Cariplo, nel loro complicatissimo e declinante ruolo di registi dello spelacchiato sistema finanziario italiano non sono più nella condizione di scegliere la carta che preferiscono, ma devono accontentarsi della meno peggio estratta dal mazzo. E questo ormai riguarda ogni cosa, ogni partita, da Telecom alle Generali, da Rcs fino ai salvataggi bancari; d’altra parte il salotto è vuoto e non c’è più da stupirsi se uno entra, e pensa anche di comprarlo. Non c’è infatti nessuno, tra i membri del così detto establishment, che abbia la forza o la volontà di contrapporsi a Cairo e alla sua conquista del Corriere: per contrastare un’Opa c’è un solo sistema, quello di una contro Opa. Se uno mette soldi sul piatto, con la temerarietà con la quale Cairo si è lanciato in questa operazione di Borsa (ieri l’azione Rcs ha fatto segnare un +28 per cento), lo si ferma soltanto con altri soldi. E tra gli azionisti storici di Rcs, nelle stanze di Mediobanca e di Unipol, negli studi di Carlo Cimbri e di Alberto Nagel, dalle parti di Diego Della Valle e di Marco Tronchetti Provera, tutti colti di sorpresa, tra loro che in queste ore si descrivono in fermento e pronti a dare battaglia, in realtà nessuno ha interesse a mettere denaro nella Rizzoli. E infatti puntano ad altro: a contrattare la loro uscita.

 

E insomma gli altri azionisti, in queste ore, tra l’esplicito e l’implicito, stanno chiedendo a Cairo un prezzo più alto del titolo Rcs, abbastanza da guadagnarci qualcosa, qualche plusvalenza, in questa operazione che sarebbe stata impensabile fino a qualche anno fa in un ambiente in cui si richiedevano quarti di nobiltà e baci della pantofola per il solo privilegio di avere voce nel salotto buono (e perdere del denaro). Un’operazione che Cairo non avrebbe mai azzardato se John Elkann, con la sua cospicua superficie finanziaria, non si fosse impegnato, dopo l’accordo con il gruppo Espresso, a uscire dal capitale azionario di Rcs. Ma i tempi sono cambiati, tutta questa vicenda è una lapide sul sistema finanziario italiano per come lo si è conosciuto negli ultimi cinquant’anni, e l’uscita di Elkann, con il suo 17 per cento di azioni Rcs che presto finiranno sul mercato, offre anzi a Cairo il flottante necessario a concludere una facile scalata alla grande azienda editoriale che fu tempio della borghesia milanese.

 

La parte più difficile per Cairo, che non ha manager e la cui forza risiede tutta nelle sue personali (e indubbie) capacità organizzative, arriverà dopo l’acquisto della maggioranza della corazzata Rcs.

 

E qui entra in gioco Intesa Sanpaolo, il principale creditore di Rcs, la Banca che, attraverso Gaetano Miccichè, amministratore delegato di Imi (la finanziaria di Intesa), sta dando copertura e assenso alla scalata. Cairo chiederà di ricontrattare i 300 milioni di debito che pesano come un macigno sull’azienda, e dovrà forse accettare una qualche forma di compromesso con Intesa intorno al management e alla governance di Rizzoli. Poi si dovranno rimettere in equilibrio i conti, attraverso un piano di spending review che Cairo ha già da tempo nel cassetto (e che riguarda le mastodontiche dimensioni di una holding con quasi 400 impiegati nel corporate), e attraverso una ponderata strategia di cessioni tra i moltissimi investimenti in perdita che Rcs ha accumulato negli ultimi anni. Improrogabile pare sia la vendita degli asset spagnoli, soprattutto del quotidiano el Mundo (non del giornale sportivo Marca, che funziona). Il salotto buono non esiste più, e salvare il Corriere significa separarlo dalla Rizzoli. Col tempo.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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