Palude in movimento

Separare il Corriere da Rcs, ecco il piano per adesso solo bisbigliato

Salvatore Merlo
Manovre, suggestioni e ambizioni all’ombra di Via Solferino: Bolloré e Berlusconi, Caltagirone e Bonomi

Roma. “L’unico problema del Corriere della Sera è che appartiene alla Rcs. Il Corriere va salvato dalla Rizzoli, va spacchettato, va portato fuori”, dice il grande finanziere, lui che a patto di non essere citato per nome e cognome, accetta di parlare del giornale di Via Solferino, del grande gioco dell’editoria in crisi, di tutto questo universo in contrazione, intristito e piagnucoloso, eppure ancora così tremendamente essenziale, un cosmo nel quale in tanti desiderano e sospirano anche soltanto uno spicchio di potere, o quantomeno di visibilità, e che infatti ancora adesso, malgrado tutto, accende le ambizioni, accelera il metabolismo degli attori sul piccolo proscenio dell’economia italiana. “Dal 1995 a oggi, dall’acquisizione della Fabbri editore, che era un bidone, in Rcs si sono susseguiti sette amministratori delegati, sette serial killer d’azienda in fila, uno dopo l’altro, un primato da Guinness”, dice il nostro osservatore titolato. “Ognuno di loro, escluso Vittorio Colao, che aveva provato a fare pulizia ma fu licenziato, ha fatto danni: l’acquisto in America di Carolco, i pasticci con la holding Hdb, il miliardo buttato in Spagna con Recoletos, fino alla vendita della redazione di Via Solferino. Il risultato è che oggi Rcs è allo sbando, e questo pesa sul Corriere, che di per sé sarebbe in attivo, ed è l’unico investimento interessante, molto interessante in quelle sabbie mobili”.

 

Dunque, mentre tra gli azionisti impaludati di Rcs si susseguono contatti e si scambiano segnali di fumo, ma ancora senza un orizzonte, senza una meta precisa, seguendo quelle vie tortuose che sempre caratterizzano le convivenze forzate, è dall’esterno della compagine azionaria, lì dove volteggiano ancora lontani e silenziosi Francesco Gaetano Caltagirone, Andrea Bonomi, Francesco Micheli e persino il gran francese Vincent Bolloré, che emerge se non un piano forse una suggestione, ma estremamente realistica: 1) Rcs ha bisogno di un azionista che comandi, cioè di un editore; 2) questo editore potrebbe arrivare dal mercato, cioè attraverso un’Opa; 3) l’operazione di acquisto dev’essere finalizzata a eliminare i debiti, spacchettare Rcs, e vendere tutto tranne il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport. Possibile? Il nostro finanziere anonimo lo teorizza, e ne parla con i suoi interlocutori d’affari, come abbiamo visto. E anche Cesare Geronzi, il vecchio banchiere di sistema, interpellato, dice che “il Corriere e la Gazzetta funzionano e vanno salvati da Rcs, ma prima qualcuno deve prendere il controllo, e per prenderlo è ormai chiaro che ci vuole una scalata, tra l’altro non troppo onerosa visto il valore del titolo in Borsa”. Solo con la brutalità temeraria di un’Opa, solo con il gioco di Borsa, la carambola degli equilibri di potere perde i vapori dell’alchimia, le cautele da farmacista, l’atmosfera da complotto di loggia, o di salotto buono, per farsi impulso personale, decisione rapida, sferza sul placido manto di un mondo immobile. E per le banche, creditrici di 478 milioni di euro, sarebbe un mezzo miracolo, come sa bene Gaetano Miccichè, da ieri amministratore di Imi, la banca d’affari d’Intesa, l’uomo delegato a sbrogliare il pasticcio Rcs.

 

E gli attuali azionisti? “Per alcuni di loro potrebbe essere l’occasione di liquidare la loro partecipazione, e senza scontentare nessuno”, dice Geronzi. E chi, in Italia, può fare un’operazione del genere, che richiede denaro e coraggio? “Caltagirone, Bonomi…”. Bolloré? “Non lo vedo infilarsi in un processo pericoloso, anche dal punto di vista degli equilibri politici”. Eppure da Milano, in quel mondo che sta a metà tra Bolloré e Silvio Berlusconi, tra la Lombardia e Parigi, alludono e raccontano: “Bolloré si muove in Italia come Carlo VIII”, dicono. Si muove cioè come il re di Francia che attraversò le Alpi e che col suo intervento mutò profondamente la geografia politica dell’Italia del Cinquecento, “solo che lui adesso ridisegna gli equilibri del nostro capitalismo”. E dunque perché non il Corriere, il tempio borghese?

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.