Gian Maria Gros-Pietro (foto LaPresse)

Gros-Pietro, un professore “industriale” nel crocevia bancario

Stefano Cingolani
La prossima Intesa. Chi è Gian Maria Gros-Pietro, il nuovo presidente della banca che fu crocevia del potere bazoliano: professore e manager, uomo d’industria e di banca, apprezzato dalla Fiat e da Romano Prodi, capo di aziende private e liquidatore dell’Iri. Un ritratto.

Roma. Professore e manager, uomo d’industria e di banca, apprezzato dalla Fiat e da Romano Prodi, capo di aziende private e liquidatore dell’Iri: chi è Gian Maria Gros-Pietro neopresidente del gruppo Intesa Sanpaolo? E’ anche lui un centauro, metà pubblico e metà privato sulle orme di Enrico Cuccia? Come gestirà la complessa eredità di Giovanni Bazoli? Il suo cv è così lungo che non c’è spazio abbastanza per pubblicarlo. Non resta che limitarsi alle tappe essenziali di una carriera cominciata nel ’64  all’Università di Torino dove si specializza in tecnica commerciale e industriale dedicandosi alla ricerca e all’analisi delle imprese manifatturiere. Nello stesso tempo diventa consulente di vari ministri nei governi più diversi. Come esperto, perché Gros-Pietro non fa politica direttamente, anche se può essere considerato un centrista che guarda alla sinistra moderata. Nel ’94 incrocia Mario Draghi allora direttore del Tesoro, il quale lo inserisce nel comitato per le privatizzzazioni che avrà un enorme potere nel disfare la trama dello stato imprenditore e nel tessere le maglie per la nuova stagione del capitalismo italiano. Tre anni dopo Prodi, capo del governo, nomina Gros-Pietro amministratore delegato dell’Iri con il mandato di venderne i pezzi al miglior prezzo. Alla fine, porta in cassa all’azionista Tesoro qualcosa come 56 mila miliardi di lire. Missione compiuta e nel 1999 tocca all’Eni della quale lo stato intende mantenere il controllo. La liberalizzazione del gas, la crisi della petrolchimica e una maggiore concorrenza nella distribuzione dei prodotti petroliferi ha messo sotto stress il bilancio dell’Ente nazionale idrocarburi. Gros-Pietro ha come amministratore delegato Vittorio Mincato, personalità non facile, che conosce a menadito la struttura.

 

L’Eni viene ridisegnata, puntando sulla ricerca e sulla produzione di greggio e di gas. L’esperienza si conclude nel 2002 quando Gros-Pietro passa nel gruppo Benetton come presidente di Atlantia la società che ha preso dall’Iri l’Autostrada del Sole. Il suo è un ruolo non operativo e ciò gli consente di conciliarlo con l’insegnamento, a Torino e poi alla Luiss, l’università romana di Confindustria. In Intesa Sanpaolo il professore entra nel 2013 come presidente del consiglio di gestione, mentre sul consiglio di sorveglianza regna Bazoli. La struttura duale della banca, era stata frutto di un innamoramento per il modello tedesco, giustificato con la necessità di tenere separata proprietà (gli azionisti sono nel consiglio di sorveglianza) e gestione. I maligni dissero che serviva a Bazoli per non mollare la presa sul gruppo che aveva creato dall’82 quando Nino Andreatta gli aveva affidato il salvataggio del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, ma che era diventato più piemontese dopo la fusione del 2007 con il Sanpaolo (la Compagnia, nome che evoca l’origine cinquecentesca, è l’azionista numero uno). Bazoli rappresentava il mondo lombardo racchiuso nella triade Ambrosiano-Cariplo-Commerciale, Gros-Pietro era Torino (compresa la Fiat che con il Sanpaolo aveva un’affinità elettiva). Il barocco assetto duale non è mai piaciuto alla Banca d’Italia, in particolare a Mario Draghi, ma per superarlo è stato necessario aspettare l’uscita di Bazoli. A Gros-Pietro non spetta il compito di prenderne il testimone, semmai di cambiare linea. La sua nomina non è stata facile e molti pretendenti sono stati messi in campo: il plenipotenziario della Cariplo, Giuseppe Guzzetti, aveva proposto Fabrizio Saccomanni, mentre era entrato nella rosa anche l’ex ministro del Tesoro Domenico Siniscalco, sostenuto dalla Compagnia di Sanpaolo. Il nuovo vertice, dunque, è frutto di una partita a due tra Torino e Milano, ma dentro Intesa oggi c’è un terzo protagonista che ha tutta l’intenzione di contare: il fondo americano BlackRock guidato da Larry Fink che nel frattempo è diventato secondo azionista, scavalcando la Fondazione Cariplo. Fink ha un rapporto stretto con l’amministratore delegato Carlo Messina (secondo alcune voci raccolte dal sito Dagospia gli avrebbe sconsigliato di andare a Teheran al seguito di Matteo Renzi con il quale, invece, ha viaggiato Alberto Nagel di Mediobanca). Certo è che la prima banca italiana sarà, quanto meno, un ménage à trois. Bazoli aveva difeso con dotte argomentazioni il valore del capitalismo di relazione che oggi è al tramonto. La formazione di Gros-Pietro lo dovrebbe spingere a guardare soprattutto alla manifattura. Tuttavia, la banca è impegnata in una serie di “sostegni sistemici” e in una operazione da salotto buono come l’equilibrio proprietario del Corriere della Sera, sostenendo l’offerta di Urbano Cairo. Intesa, così, ha ingaggiato di nuovo un duello con Mediobanca, un contrasto più che trentennale, un conflitto per l’egemonia ai tempi di Cuccia e Bazoli, oggi più prosaicamente una competizione tra banche d’affari.

 

Si fa presto a dire torniamo al mestiere di banchiere il quale, sosteneva Raffaele Mattioli, deve fare il vigile agli incroci dell’economia; non sarà facile liberarsi, come ha annunciato Messina, degli intrecci con industrie e industriali (Alitalia, Rcs, Risanamento, Telecom, Pirelli), cioè di quella “fratellanza siamese che – ammoniva ancora Mattioli – porta al catoblepismo”. Il ruolo chiave che Intesa svolge in Atlante, il fondo salva-banche, con un miliardo di euro, getta nuove incognite secondo molti analisti e operatori di mercato come Berenger il quale opera ad Amburgo da quattro secoli. I grattacapi per Gros-Pietro paiono solo all’inizio.

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