Le mosse di Caltagirone, Cairo e Bonomi sul Corriere della Sera

Salvatore Merlo
Giovanni Bazoli, ebbe lo scettro di Rcs dall'Avvocato, ma adesso non sa più a chi passarlo. Le mosse di Caltagirone a Via Solferino, gli azionisti impaludati e l'orizzonte di una scalata in Borsa.

Roma. Era il 2003 quando, poco prima di morire, Gianni Agnelli gli consegnò lo scettro di Rcs, lo investì insomma della funzione di grande supervisore delle vicende di Via Solferino, il giornale che aveva una diffusione di oltre seicentomila copie, in un paese in cui il potere politico ed economico ancora annusava il Corriere della Sera con avide narici, poiché da sempre tutti in Italia, dai furbetti del quartierino alla P2, da D’Alema a Berlusconi, da Giolitti a Mussolini, hanno tentato di controllare questo mito ideologico-oleografico, questo giornalone in cui s’incarnava e culminava l’opinione pubblica. Così lui è stato lì per tutti questi anni, Giovanni Bazoli, il grande banchiere incoronato dall’Avvocato, lì a tenere le fila d’ogni cosa, a respingere gli arrampicatori, gli spregiudicati intraprendenti, a sbrogliare matasse e gomitoli, baruffe, rivalità, gelosie, beghe, ingorghi, ascoltando sempre, senza mai stancarsi, finendo con l’assommare su di sé, insieme a un rango ultra diplomatico, autentiche prerogative di supremazia e teologale inviolabilità: garante dell’equilibrio d’un giornale che tutti volevano. Ma adesso Bazoli, finita la sua reggenza dentro Intesa, con i nuovi equilibri dentro la banca creditrice di Rcs, gioca la sua ultima complicatissima partita, che sente come un dovere e chissà, forse come una dissipazione. A ottantaquattro anni il grande vecchio deve cedere lo scettro che Agnelli gli consegnò nel 2003. Ma non c’è più nessuno a cui passarlo. E così, tutt’intorno a Rcs, indebitata per 487 milioni di euro, mentre le banche pretendono un aumento di capitale e gli azionisti non sembrano voler tirare fuori i quattrini, si consuma una strana guerra civile combattuta nel cimitero dell’editoria. Cairo, Della Valle, Rocca, e nell’ombra, Caltagirone.

 

Ed è tutto un marasma di ambasciate, appuntamenti, telefonate, promesse, rinvii, riunioni e bugie. La logica degli equilibri, nella grande azienda editoriale, sta perdendo il suo gendarme più autorevole, cioè Bazoli, che diventerà presidente onorario di Intesa. Le redini della banca azionista e creditrice di Rcs passeranno, a breve, al prossimo consiglio d’amministrazione, definitivamente nelle mani di Gian Maria Gros-Pietro, presidente, e di Carlo Messina, l’amministratore delegato, due manager che in termini diversi, ma inequivocabili, hanno espresso la medesima inquietudine nei confronti dell’affaire Corriere: è inusuale che le banche facciano gli editori e sarebbe meglio uscire dall’azionariato. E comunque sia Intesa – che pure non ha sofferenze – è troppo esposta con Rcs e con il suo maxi indebitamento per poter concedere altri sconti politici, trattamenti di favore al giornalone che sarebbero difficili da giustificare di fronte ai grandi clienti della banca, a quegli industriali del nord-est che intanto chiedono credito e lo ricevono con difficoltà. Eppure nei colloqui più riservati, tra le banche e il management di Rcs, tra Intesa e la confusa compagine degli azionisti, in quel gioco tra il dire e il non dire, il compromesso è stato individuato, è lì di fronte a tutti, ma difficilissimo da agguantare: le banche alla fine, sotto sotto, sono disposte a rinegoziare il debito che strozza il Corriere attraverso gli spaventosi oneri passivi che si mangiano il margine operativo dell’azienda, ma vogliono garanzie non solo sul rientro dell’esposizione, non vogliono soltanto che vengano loro versati i 120 milioni che arriveranno dalla vendita della Rizzoli libri alla Mondadori, ma suggeriscono in realtà, con forza, un aumento di capitale. Ed ecco allora il problema, ecco la spina di angustia e di malaugurio che a Bazoli tiene compagnia da parecchi mesi, e ancora di più da quando Fiat è uscita dall’azionariato: i soldi per l’aumento di capitale chi li mette?

 

Per questo sempre più spesso squilla il telefono di Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore romano, liquidissimo editore del Messaggero, del Mattino e del Gazzettino, lui che con gli amici, mesi fa, prima ancora della fusione tra Repubblica e Stampa, aveva vaticinato: “Alla fine resteranno soltanto tre gruppi editoriali, il mio, Rcs e il gruppo di Carlo De Benedetti”. Quasi a voler fare intendere che le sirene del Corriere non lo attirano, malgrado due anni fa Bazoli avesse già provato a coinvolgerlo, e malgrado, in realtà, tutti i suoi amici dicano che l’affare Rcs lo interessa eccome: “Ma Caltagirone per adesso sta alla finestra”, dicono. “Sa che ci vogliono soldi, e lui li ha. E sa pure che ci vorrà qualcuno che faccia l’editore sul serio, che abbia testa, che sappia immaginare una ristrutturazione aziendale e industriale del Corriere”. Aspetta dunque, Caltagirone. Ma intanto, nell’incertezza, la sferza della realtà comincia a far sprizzare sangue. I mille pietosi conciliaboli, le riunioni di ragionamento organizzate finora da Gaetano Miccichè, direttore generale di Intesa, crepitano come le fiamme nelle stoppie d’inverno: senza approdare a nulla. I quattrini, i quattrini al Corriere chi ce li mette?

 

Bazoli, in questa sua ultima partita, ha provato a coalizzare un fronte lombardo coerente per censo e pedigree con quell’idea di giornale borghese e milanese che da sempre s’incarna nel tempio di Via Solferino, dunque ha riunito Andrea Bonomi, la famiglia Rovati e Gianfelice Rocca, tutti milanesi e titolati, e intorno a loro ha immaginato una difficoltosissima operazione di “azionariato comune” con il Sole 24 Ore: non una fusione, ma “un’intersezione” del gruppo dei soci azionisti. Ed è anche per questo che forse ieri Bazoli sperava fosse eletto presidente di Confindustria Alberto Vacchi, che era in qualche modo della partita e non solo per l’affinità con Rocca e con Luca di Montezemolo (che avrebbe reso più semplici anche le relazioni con Della Valle a oggi principale azionista di Rcs), a differenza di Vincenzo Boccia, da ieri invece a capo della confederazione degli industriali e uomo che fa intravedere altri e non compatibili orizzonti con il piano di Bazoli.

 

E ricomincia dunque una lunga peregrinazione, un vagabondaggio senza meta e rischioso. Chi mette i soldi in Rcs, azienda che ha perso 143 milioni di euro l’anno scorso, che ha un debito di 487 milioni, ed è capitalizzata in Borsa appena 250 milioni di euro: una corazzata alla deriva i cui unici pezzi pregiati sono il Corriere e la Gazzetta dello Sport? Investe forse Della Valle? Il signor Tod’s non è probabilmente in condizione di essere un giocatore, e forse non vuole nemmeno esserlo, considera infatti Rcs, di cui detiene il 7,5 per cento, “un investimento sbagliato”. Allora forse può investire Mediobanca? Nemmeno, perché, come ha detto l’ad Alberto Nagel, la banca d’affari che fu di Cuccia è in uscita. Dunque Pirelli, forse? Ma l’azienda, che si chiama in realtà ChemChina, è controllata dal governo di Pechino, e i cinesi sono attratti da gli pneumatici ma non sono precisamente interessati alla grammatica italiana né ai suoi giornali. Niente da fare. C’è infine Urbano Cairo, editore di La7, azionista di Rcs con il 4,5 per cento, che tutti descrivono attivissimo, lui che annusa la grande azienda indebitata come si fa con i meloni per sentire se sono buoni e zuccherini. Ma Cairo non ha ancora capito, pur annusando, cosa c’è dentro il frutto polposo del Corriere: “Il nuovo management è lì da sei mesi, lasciamoli lavorare”, dice. “Una fusione del mio gruppo con Rcs? La mia azienda è un gioiellino”, come dire: non mi espongo in un mondo che non conosco. E forse Cairo è troppo accorto per sbilanciarsi, sa di non avere la superficie finanziaria e manageriale per farsi carico di un transatlantico che imbarca acqua. Sembra dunque che gli attuali azionisti puntino a prendere tempo, a conservare le cose come sono, finché è possibile, finché la cosa va, finché non affonda. Ma non è la soluzione che vorrebbe il vecchio Bazoli, al quale, intanto, non sfugge che l’azienda è facilmente scalabile in Borsa: i valori sono bassi e tra qualche mese lo saranno ancora di più, quando gli azionisti americani di Fca, cui John Elkann ha deciso di regalare le azioni Rcs, presumibilmente venderanno i loro titoli. Un uomo abbastanza ricco e temerario può comprare sul mercato il 30 per cento di Rcs, presentarsi alle banche proponendo un aumento di capitale, e il gioco è fatto. E senza trattare con nessun altro. E chi potrebbe? Solo Caltagirone, dicono. O Andrea Bonomi, lui che, ricchissimo con la sua Investindustrial, è specializzato nelle acquisizioni: compra, spezzetta (esempio: separare il Corriere dal resto di Rcs, che non funziona) e rivende. Lo scettro di Bazoli può anche passare di mano così.

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.