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Dopo la fusione, il Corriere. Chi lo compra? Mosse e idee

La vera storia del divorzio Fiat-giornali. “Elkann ha chiuso con l’Italia”. Fusione, dettagli, Carlo De Benedetti. E via Solferino? Una storia che incrocia destini familiari, strategie finanziarie, riposizionamenti di potere, all’ombra dell’informazione e dei giornali, in un sistema economico che cambia.

3 Marzo 2016 alle 06:27

Dopo la fusione, il Corriere. Chi lo compra? Mosse e idee

Il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana (foto LaPresse)

Roma. “Sono nato a Torino, ho studiato a Torino, ho vissuto a Torino, anche i miei figli ho voluto che nascessero a Torino, e adesso non posso negare che ci sia anche un aspetto sentimentale in tutta questa faccenda”. E sembra che ieri, con gli amici, Carlo De Benedetti avesse una voce squillante mentre spiegava quello che era appena successo. Suo figlio Rodolfo e Monica Mondardini, l’amministratore delegato del Gruppo Espresso, hanno chiuso un accordo con la Fiat (Fca) e John Elkann: entro marzo del 2017 il gruppo che possiede Repubblica, cioè i De Benedetti, sarà di fatto anche l’editore della Stampa e del Secolo XIX. Un’acquisizione graduale dalla proprietà Agnelli. “Tutti i settori industriali, quando sono in crisi”, è il ragionamento, “fanno aggregazioni. Noi aggreghiamo idee e cervelli. Diventiamo il più grande gruppo editoriale italiano”. E qui occorre forse tornare indietro nel tempo, fino a un passato prossimo, eppure quasi senza memoria.

 

Erano gli ultimi mesi di vita dell’Avvocato, già offeso da quel male che presto lo avrebbe ucciso, e Carlo Caracciolo, il principe elegante, suo cognato, amico, e fondatore del gruppo Espresso assieme a Eugenio Scalfari, elaborò una suggestione, formulò a Gianni Agnelli una proposta che oggi diventa quasi realtà: separare la Stampa dalla Fiat e dalla famiglia, costituire un comitato di garanti, attribuire la proprietà a una fondazione che si sarebbe poi dovuta collegare a Repubblica. Non se ne fece niente, allora. L’Avvocato morì, e nel 2008 si spense anche il principe Caracciolo, uno degli uomini che avevano forse il maggiore ascendente affettivo nei confronti di John Elkann, il presidente della Fiat che adesso separa il destino dell’Italia da quello dell’azienda famigliare, e che, come aveva immaginato Caracciolo, ora cede il controllo del giornale di famiglia (e anche del Secolo XIX, nel frattempo acquistato dalla famiglia Perrone) a Carlo e Rodolfo De Benedetti. Nella nuova società, che fonde i gruppi editoriali di Stampa e Repubblica, la Fiat-Chrysler deterrà soltanto il 16 per cento. E insomma non c’è dubbio su chi stia comprando chi.

 

E questa è evidentemente una storia che incrocia destini famigliari, strategie finanziarie, riposizionamenti di potere, all’ombra dell’informazione e dei giornali, in un sistema economico che cambia, forse declina, certamente muta pelle e stravolge equilibri ormai vecchi. Così, mentre l’Espresso si prepara a diventare il più grosso gruppo editoriale d’Italia e il più grosso collettore di pubblicità (i De Benedetti, in competizione con Mondadori, sono in trattativa per l’acquisizione dei contenuti internet di Banzai, azienda editoriale new media che fa circa 4 milioni di utenti unici al mese), gli eredi dell’Avvocato  di fatto cedono la Stampa, quel giornale che a Torino, durante il fascismo, fu acquistato dal fondatore della dinastia, il Senatore Giovanni Agnelli, e che è stato poi conservato dai suoi eredi per quasi cento anni, come un gioiello affettivo, uno strumento di controllo, un presidio su Torino (città Fiat) e sul paese (nazione Fiat). “John Elkann ha la fortuna di non chiamarsi Agnelli”, dice Giovanni Minoli, torinese, giovane amico dell’Avvocato (suo padre, il professor Minoli, fu l’artefice, dal punto di vista tecnico e giuridico, dell’Accomandita Giovanni Agnelli, lo strumento finanziario con il quale ancora oggi Elkann e famiglia controllano la Fiat). “John può fare ciò che un Agnelli non sarebbe mai riuscito a fare”, dice Minoli, “chiudere con l’Italia”. Il nipote dell’Avvocato si allontana dall’editoria nazionale, si prepara a uscire anche dal Corriere della Sera (cederà tutte le quote al mercato: le devolverà agli azionisti Fiat), completando così una strategia di disimpegno economico e di potere, conseguenza del marchionnismo e della fusione con Chrysler, manovra di disimpegno da quel paese di cui Gianni Agnelli amava dire, citando Henry Ford, “ciò che è buono per la Fiat è buono per il paese”. Sintetizza Minoli: “E’ la vera fine di un mondo. Ed è forse, anche, la grande riscossa di De Benedetti a Torino”, lui che fu amministratore delegato della Fiat, nel 1976, ma se ne andò sbattendo la porta dopo soli quattro mesi.

 

[**Video_box_2**]E allora eccolo l’Ingegnere, che da anni insegue l’idea di acquistare la Stampa, lui che era già a un passo dall’accordo nel 2012 quando poi Elkann decise invece di sfilarsi (“di giocare in attacco”) e dunque di investire nell’aumento di capitale del Corriere della Sera, operazione incompatibile con un accordo industriale tra Stampa e Repubblica. “La crisi dell’editoria non la eliminiamo con questa operazione”, dicono ai vertici del gruppo Espresso, “ma siamo più solidi, pronti a vivere molto a lungo. Ci sarà una razionalizzazione di costi e servizi, ci saranno sinergie”. E poi c’è la pubblicità. “Dai giornali locali fino a internet”. Il più grande raccoglitore (e concessionario).

 

Ma l’intera vicenda diventa un guaio, un problema serio per Rcs, per il Corriere. Elkann, fino a ieri socio di maggioranza, cederà il suo 16,7 per cento di quote agli azionisti Fiat. E dunque in Via Solferino cambia tutto, l’azionariato diventa ingestibile, e tra Milano e Roma rimbalza ogni genere di ipotesi, di ricostruzione, tutto un pissi pissi inafferrabile, e spaventato: la fusione con il Sole 24 Ore (ma la Confindustria che ne pensa?), le manovre del grande vecchio Giovanni Bazoli che non convince Andrea Bonomi e Gianfelice Rocca a investire in Rcs, e poi Urbano Cairo (con il 4 per cento, ma vuole salire) e Diego Della Valle (da oggi nuovo socio di maggioranza, con appena il 7 per cento), insondabili, sorpresi ieri, come i comuni mortali, dalle notizie che arrivavano da Fiat e dall’Espresso: che fare? Restare e spendere, cercare altri soci, o mollare e risparmiare? Ma mollare come? Cambia tutto, e cambia velocemente. In mezzo, tra il disimpegno di Fiat, la crescita di De Benedetti e la confusione di Rcs, tra i giochi di potere e i nuovi equilibri, tra le aggregazioni e le sinergie industriali, in mezzo a questo marasma, un po’ trascurato, c’è anche il giornalismo, ci sono la carta e il suo prodotto: il quotidiano. Oggi un piano industriale c’è. Un giorno forse ci sarà anche quello editoriale.

Salvatore Merlo

Salvatore Merlo

Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.

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