Metti un alieno alla Settimana della moda milanese

Stefano Sgambati
Durante la Settimana della moda, a Milano è impossibile distinguere le modelle e i modelli dai comuni mortali. A Piazza Gae Aulenti sono tutti belli, sembrano elfi di Tolkien, impassibili e impossibili, entità eteree forse partorite per gemmazione.

Durante la Settimana della moda, a Milano è impossibile distinguere le modelle e i modelli dai comuni mortali. A Piazza Gae Aulenti sono tutti belli, sembrano elfi di Tolkien, impassibili e impossibili, entità eteree forse partorite per gemmazione o talea dalle oltre novecento specie arboree che come inquilini curiosi si affacciano dai terrazzi delle due torri residenziali del Bosco Verticale, un prezzo al metro quadro inquietante. All’improvviso è autunno e io mi sento vecchio e fuori contesto quando mi accorgo che sto guardando i jeans strappati all’altezza del ginocchio di certe signorine di passaggio non con fare lascivo ma con la preoccupazione che mi gorgoglia in petto: “Non avranno freddo?”. Forse sono fashion blogger e io non lo so. D’altra parte con chiunque parli mi sento dire la stessa cosa: “Eh, le fashion blogger…”, con tre puntini sospensivi che non so decifrare. Incalzo ma la musica non cambia: “Eh, le fashion blogger… Bisogna partire da loro per raccontare la Settimana della moda…”. Ma perché? Nessuno sa spiegarmi, nessuno sa entrare esattamente nei dettagli, tutti annuiscono con fare tetro e io stesso non mi sento molto bene mentre esploro con occhio attonito da turista cinese i profili Facebook/Twitter/Instagram delle due principali esponenti di questa… attività a cui non so dare un nome, forse “Fare Cose, Vedere Gente”, cioè Chiara Biasi e Chiara Ferragni. La seconda ha qualcosa come cinque milioni di follower, il che mi sembra una specie di sterminato cimitero pieno di tombe senza iscrizione; di lei leggo che ha un giro d’affari di quatto milioni di euro all’anno.

 


Anna dello Russo e Carlotta Oddi alla sfilata di Fendi alla Milano Fashion Week (foto LaPresse)


 

Cerco risposte in un luogo che si chiama “The Mall”, una struttura bassa di vetro e fòrmica e ovviamente un tetto calpestabile che è anche un parco o comunque un prato, e che per quanti sforzi si facciano - e io ne ho fatti - è impossibile fotografare senza che il risultato sembri un rendering in computer grafica. Il sospetto che sia una cosa voluta mi attanaglia. Qui mi intrattengo con un agente, nel cui portfolio ci sono attori, comici, soubrette, presentatrici e… fashion blogger: ha una cadenza milanese seducente che mi fa venire subito voglia di bere un rabarbaro fissando un Macbook color oro. Lentamente pendo dalle sue labbra mentre mi sciorina una serie di informazioni che non trattengo e mi infila antroponimi incomprensibili, vagamente anglosassoni, di “stylist” e “brand” e “new designer” imprescindibili che potrebbero anche essere nomi d’arte o giochi di parole e che non faccio in tempo ad appuntarmi prima di un’altra sfornata di parole croccanti, “fashion editor”, “street photographer”, tutti contatti “utilissimi”. Finalmente una pausa riflessiva: “A proposito, ma a te che cosa serviva sapere?”.

 

Irrompe l’irrinunciabile bisogno di gettarmi tra le braccia di qualcuno, mentre grazie alla funzione dei “suggerimenti” di Google riesco a capire, non visto, che ciò che mi ero appuntato come “The Sicily”, in realtà era “Daizy Shely”, mentre “Dammi er dogma”, che già mi prefiguravo come la risposta romana ai Club Dogo, trattavasi più precisamente di “Damir Doma”, entrambe “maison” esordienti a “Milano moda Donna”. Sento di essere arrivato da qualche parte, ma dove? Parliamo per qualche secondo di questo “Fashion HUB” o di questa “Fashion HUB”, soffermandoci su piccole questioni grammaticali senza importanza. A che serve? Cos’è? La struttura lignea, progettata dall’architetto Michele De Lucchi, a forma di seme, ubicata al confine tra la stessa Piazza Gae Aulenti e i giardini di Porta Nuova, è composta da un nucleo di cemento armato e uno scheletro di legno che ha la caratteristica di non avere nessuna colonna all’interno: il risultato è bello, anche se non saprei dire il perché. Forse è una caratteristica del luogo, di tutta Porta Nuova, almeno post riqualificazione. È come se i topoi di bellezza o simmetria siano stati scissi dai parametri contemporanei a cui siamo stati abituati e il risultato stia nell’improvvisa incapacità di poter dare una definizione certa di ciò che si sta guardando. La parola che più si sente pronunciare da tutti, qui intorno, a proposito del o della Fashion HUB (la polemica gender appare irrisolvibile, anche dopo un sondaggio personalmente condotto che ha portato a risultati approssimativi) è “headquarter”. In ogni caso apprendo che se voglio parlare con i “buyers” e i “trendsetter” è qui che devo continuare a venire. Ok, ma le fashion blogger? Niente da fare. A quanto pare è vero che sono importanti, anzi fondamentali, ma la “Fashion week” non è il momento migliore per incontrarle a causa dei troppi impegni.

 

[**Video_box_2**]Il mio interlocutore interrompe di tanto in tanto l’eloquio per rivolgersi a persone di passaggio che lui appella sempre per diminutivi. Non si dicono mai veramente nulla. Qualcosa lampeggia nel quadrante del suo Apple Watch distraendolo: due bip in sequenza lo avvisano che deve alzarsi, perché è seduto da troppo tempo.

 

“Conosce i miei valori glicemici…”, mi dice allontanandosi.